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Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Le Recensioni CJ

Torna la grande musica con David Byrne e Laurie Anderson, le recensioni foto

DAVID BYRNE – “American Utopia” (2018)
LAURIE ANDERSON with KRONOS QUARTET – “Landfall”

Deve essere difficile veder andarsene uno dopo l’altro i grandi maestri e dunque improvvisamente ritrovarsi a pieno titolo tra di essi, a poco più di sessantacinque anni. È quello che sta accadendo a David Byrne, un passato illustre – una manciata di dischi (tutti imprescindibili) con i dissacranti e geniali Talking Heads – e una carriera solista che dopo quattordici anni di silenzio si allunga ulteriormente con questo “American Utopia”, ironica, cinica e grottesca visione di un paese in crisi di identità e di entusiasmo, un paese in cui tutti sono/siamo nient’altro che turisti: “We’re only tourists in this life / Only tourists but the view is nice / And we’re never gonna go back home”.

Qualche critico ha scritto che non c’è nulla di nuovo sotto il sole – ma allora perché non chiedere a Philiph Roth o a Stephen King di non scrivere più romanzi? – e invece l’album a noi è piaciuto, molto. Di nuovo coadiuvato da Brian Eno – con il quale ha dato alle stampe nell’ormai lontano 1981 il celebre “My life in the bush of ghosts”, ispirato alle fiabe di uno scrittore nigeriano (Amos Tutuola) – Byrne appare in ottima forma, regalandoci il funky secco e graffiante di “Gasoline and dirty shirt”, “Bullet” e “Everybody’s coming to my house”, la world raffinata di “Everyday is a miracle”, il midtempo di “This is that” e la dolcezza conclusiva di “Here”.

In un’ipotetica e immaginaria “Guida ai grandi monumenti americani”, la troveremmo a poche pagine di distanza da Byrne. Lei, Laurie Anderson, artista complessa e d’avanguardia, ha debuttato sulla scena musicale qualche anno dopo: quando uscì il suo capolavoro “Big Science” (1982), la band newyorchese aveva già dato alle stampe quattro album, tra i quali lo straordinario “Remain in lights” (1980).

“Landfall” è un disco difficile: trenta frammenti di musica contemporanea e senza tempo, musica da camera, oscura e potente, realizzati con l’accompagnamento del quartetto d’archi Kronos Quartet. È incentrato sui concetti di perdita e di morte – c’è anche il ricordo di Lou Reed, suo compagno, che aveva collaborato ai campionamenti – ovvero sulla caducità delle cose, di tutte le cose, attraverso la narrazione (con l’usuale tecnica dello spoken word) di una serie di piccole storie legate all’arrivo dell’uragano Sandy sulla East Coast.

Su Rockol.it, Claudio Todesco ha scritto: “una tristezza pacata che non sconfina mai nel dramma, ma anzi si trasforma in una forma inusuale di bellezza”.

VOTI: 7,5/8

Ps: ai nostalgici dei Talking Heads suggeriamo, inoltre, l’ascolto degli inglesi Field Music, “Commontime” (2016), in particolare del primo singolo “The noisy days is over”; ma anche il resto dell’album è notevole, tra Kinks, prog-rock, Scuola di Canterbury ed elettronica.
Per i fan delle poetesse maledette, ecco invece la svedese Anna von Hausswolff (“Dead magic”, 2018), tra Nico, Bjork e Diamanda Galas.

Giovanni Battista Menzani

Tw: @GiovanniMenzani

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