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“Professionalità per un’agricoltura di qualità”. Il workshop nazionale a Piacenza

Sostenibilità e innovazione in agricoltura, nuove professioni si delineano nel panorama italiano per il futuro della sua economia, un passaggio culturale e imprenditoriale divenuto ormai necessario. In occasione dell’anno internazionale del cibo italiano nel mondo, di questi importanti temi si è parlato al 4° workshop sull’agricoltura italiana tenutosi al Campus Agroalimentare Raineri-Marcora di Piacenza.

Il convegno dal titolo “Professionalità per un’agricoltura di qualità” ha visto gli esperti dialogare con gli studenti del Campus Agroalimentare Raineri-Marcora, grazie al sostegno di Bayer. Esempi virtuosi di impresa e strategia si sono susseguiti per tutta la mattina davanti a una gremita sala. Il via ai lavori è stato dato da Teresa Andena, dirigente del Campus Agroalimentare Raineri-Marcora. Poi Fabrizio Binacchi, direttore della sede regionale della Rai dell’ Emilia Romagna e moderatore, arrivato direttamente dal MIT di Boston, ha aperto così l’incontro: «La combinazione agricoltura-cibo, nell’anno internazionale del cibo italiano, è fondamentale. Dalla buona terra nasce il buon lavoro, e dal buon lavoro nascono le nostre eccellenze. Quelle che voi, terminati gli studi, potrete e dovrete contribuire a realizzare».

«Il nostro quarto incontro in collaborazione con Bayer – ha detto Andena – è volto a interrogarci sul significato di agricoltura come produzione di beni alimentari. Il cibo buono necessita di buona professionalità, quella che voi studenti state costruendo. Ciò che dirige tutto è la testa, e noi siamo qui per cercare di costruire, anche grazie a stimoli continui, buone teste, le vostre».

«Siamo passati da Pinocchio, ovvero il grande racconto della fame, a Masterchef, il racconto dell’abbondanza, in una sola generazione. Il cibo è diventato la nuova religione, tutti ne parlano ma pochi sanno come si produce», così ha evidenziato Antonio Pascale, giornalista, scrittore e blogger del settore. Sempre più spesso si diffonde «un immaginario agricolo bucolico e falso, orientato al passato e sospettoso delle innovazioni, ma per continuare a produrre buon cibo – ha aggiunto Pascale – è necessario parlare di nuovi strumenti».

E a raccontarsi, secondo il giornalista, devono essere chimici, agronomi, biotecnologi per abbattere il muro della diffidenza in chi vede l’innovazione con timore. «Siamo fuggiti da morte prematura e povertà grazie alla cultura e alla coltura. Dobbiamo essere possibilisti sul futuro del mondo, con la vostra passione e la vostra conoscenza potrete cambiarlo. La vostra mission è parlare con tutti, per strada e ovunque, e dire che un mondo migliore è possibile grazie a un’agricoltura di qualità. Il futuro del mondo dipende da voi»: ha concluso Pascale, incoraggiando gli studenti.

Parmigiano Reggiano è il brand che Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio di Tutela del Parmigiano Reggiano, recentemente nominato presidente in pectore di Coldiretti Parma ed Emilia Romagna, sta portando con sempre maggiore successo nel mondo. Il 2017 è stato un anno record per la produzione del prodotto Dop: più di 3 milioni e 650 mila forme, pari a 147mila tonnellate, tra le più elevate nella storia del formaggio emiliano con un giro d’affari al consumo che vale 2,2 miliardi di euro. Bertinelli ha illustrato il percorso avviato lo scorso anno per trasformare il Parmigiano Reggiano in un lifestyle brand.

È nella filosofia legata al Parmigiano Reggiano, ha spiegato Bertinelli, che «produttori, coltivatori e allevatori siano custodi di antichi saperi, sviluppati in 900 anni di lavoro e studio, ma anche di rispetto del territorio, perché è la terra che trasferisce al prodotto il proprio DNA. E solo dal rispetto per la terra, dalle conoscenze e dalla passione nasce un prodotto D.O.P., ovvero certificato dall’Unione Europea per la sua unicità, figlia del territorio». Anche Bertinelli ha voluto lanciare un messaggio ai giovanissimi ascoltatori: «L’eccellenza è una sfida, che ha 900 anni di storia ma necessita di innovazione continua. Ci vogliono passione e conoscenza, non smettete mai di applicarle».

Come ripensare al settore agroalimentare alla luce di un futuro più ecologico, che possa proteggere e custodire la salute del pianeta e la sua ricchissima biodiversità? Ne ha parlato Alberto Raggi, responsabile dei prodotti freschi “Sapori&Dintorni” Conad. È la linea di prodotti nata nel 2001 che ha accolto sempre più apprezzamento da parte della clientela, grazie alla proposta di prodotti tipici italiani. Incarna un radicamento al territorio che propone solo i fornitori di eccellenza e in un’area specifica. Come ha spiegato il responsabile Alberto Raggi «si vuole trasmettere un’immagine di alta qualità, delle tipicità regionali – con prevalenza di certificazioni DOP, IGP e DOC – e identificarsi come una scelta distintiva nel panorama delle marche commerciali in Italia».

Una strategia nel campo della Grande Distribuzione Organizzata che ha dato i suoi frutti portando oltre 300 milioni di euro di fatturato nel 2017 e un aumento del 9,5% di valore rispetto al 2016. «La selezione dei prodotti presuppone la capacità di individuare fornitori in grado di distribuire a livello nazionale articoli di natura locale», ha continuato Raggi che ha poi portato l’esempio di alcune materie prime d’eccellenza: le Mele Annurca e i Limoni di Sorrento, lavorazioni tipiche (come salumi e formaggi DOP e IGP, Passiti e liquori), ricette tradizionali (come sughi pronti e gastronomia). Conad si impegna inoltre nella continua ricerca del giusto “gusto” con test sui consumatori in zone vocate, assaggi con giudici esperti, valutazioni interne e con cooperative.

Anche per la presentazione del prodotto, «la grafica punta ad amplificare il connubio tra territorio e alta qualità, attraverso una comunicazione che racconta la storia dell’Italia. Il reparto acquista allora un ruolo centrale per instaurare un rapporto di fiducia, rispondendo alle esigenze di informazione e semplificando la custom experience attraverso un’ampia varietà di scelta».

Silvia Faravelli e Carlo Solari sono i due studenti del Campus di Piacenza rappresentanti dell’Italia allo Stockholm Junior Water Prize in Svezia, autori di una ricerca per un’agricoltura ecosostenibile e all’avanguardia. Sono stati anche selezionati nella sede FAST di Milano come finalisti della 30° edizione dei Giovani e le Scienze 2018. Il loro progetto, ambizioso e illuminato, “La manna dal cielo H20 Km0”, «cerca di dare una risposta immediata e concreta al fenomeno della siccità sulle nostre regioni, come si è tristemente registrato in Emilia Romagna nell’estate del 2017, dove l’allarme crisi idrica ha reso necessario il trasporto quotidiano di centinaia di cisterne d’acqua a paesi e aziende»: ha raccontato Silvia Faravelli.

Una soluzione semplice a costi contenuti, senza alcun impatto ambientale, attuabile in tempi rapidi in tutte le aziende agricole e zootecniche del Paese. «Si tratta di recuperare l’acqua piovana dalle coperture aziendali, convogliandola tramite i pluviali in vasche e cisterne apposite che, dotate di pompe, possono fornire nei periodi siccitosi l’apporto idrico necessario a colture quali mais, pomodoro, vite», ha aggiunto Carlo Solari.

L’esperimento condotto nell’azienda dell’istituto “G. Raineri” conferma validità, fattibilità e convenienza della proposta. Lo studio si è esteso anche a livello regionale tra le aziende dell’Emilia Romagna, dimostrando come la raccolta potrebbe soddisfare gran parte del fabbisogno idrico della coltura di mais nei periodi di siccità.

«I giovani professionisti, per essere preparati al futuro dovranno avere una visione internazionale, aperta a cambiamento e trasformazione» – ha spiegato Marco Trevisan –  Preside della Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali, Coordinatore Scuola di Dottorato Agrisystem e Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari per una filiera agro-alimentare Sostenibile – DiSTAS. «Le sfide dei prossimi anni saranno quelle di un’agricoltura sempre più di precisione con l’ausilio di informatica e meccanica, sempre più conservativa per la salvaguardia della fertilità dei suoli e il contrasto al pericolo di desertificazione, sempre più attenta alla produzione di qualità che permetta di conservare quella biodiversità delle produzioni agricole, tipicamente italiane. L’agricoltura moderna nell’era dei big data richiede innovazione, ricerca e continua evoluzione per permettere di coniugare redditività delle aziende agricole e qualità dei prodotti alimentari. E lo sviluppo aziendale deve essere sempre fatto nell’ottica della sostenibilità ambientale, economica e sociale con particolare attenzione alla salvaguardia delle produzioni tipiche locali».

Poi un appello agli studenti: «Siate il motore di studi e lavoro per produrre alimenti fedeli alla tradizione ma realizzati con tecnologie innovative e sostenibili, siate il motore della nuova industria agroalimentare».

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