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Cronaca della salita alle palle del Mochi foto

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Comunicato Stampa Del Laboratorio di Alberto Esse

Salita alle Palle del Mochi

Nel pomeriggio di sabato 9 giugno 2018 è stata realizzata in Piazza Cavalli a Piacenza la preannunciata installazione/performance “Salita alle palle del Mochi” di Lino Baldini e del Laboratorio di Alberto Esse (che ha impegnato oltre che Alberto Esse anche Adriano Corsi e Valerio Spagnoli).

Come è riportato nello scritto critico di Benjamin Walker che accompagnava l’opera “a dispetto dell’apparente irriverenza, quasi provocatoria, del titolo in realtà l’installazione, site specific, proposta è un serissimo invito al guardare l’arte.” Perché ”Guardare, vedere, porsi degli interrogativi sono la sollecitazione e il senso più profondo di questa installazione.”

L’evento si pone all’interno del “Progetto di fatto Piacenza città d’arte” con cui Alberto Esse sta esplorando da due decenni almeno il rapporto/funzione tra un’arte contemporanea, definita di Resistenza, e il contesto socioculturale di una tipica città di provincia come Piacenza.

In questo senso le componenti del lavoro di installazione povera (termine che l’autore contrappone alle mega installazioni di certa arte contemporanea di consumo) erano, nel caso: un oggetto fisico, una semplice e vissuta scala di legno posta su un tappeto rosso alla base della scultura di Alessandro Farnese, il citato scritto critico e alcune azioni performative.

Queste azioni nella loro contestualizzazione urbana “site specific” dialogavano/interferivano con la scultura del Mochi e nella loro contestualizzazione socioculturale si inserivano nel dibattito sul giudizio (critico per gli autori) sulla dilagante moda a Piacenza delle Salite: “Piacenza città delle ‘salite’ Dopo la salita al Guercino e al Pordenone è la volta ora della “salita alle palle del Mochi”.

Sul piano performativo l’installazione ha visto la partecipazione interattiva di diverse persone che hanno preso parte alla salita proposta arrampicandosi sulla rustica scala. All’evento hanno partecipato anche diversi cittadini che incuriositi si sono recati in Piazza Cavalli e si sono approcciati alla scultura barocca del Mochi con occhi nuovi particolarmente interessati ai particolari della stessa. Dell’azione essenzialmente di carattere concettuale è stata realizzata, a cura di Valerio Spagnoli, una accurata documentazione fotografica e video che andrà a costituire la memoria di quanto accaduto.

“A dispetto dell’apparente irriverenza, quasi provocatoria, del titolo in realtà l’installazione, site specific, proposta da Alberto Esse e Lino Baldini, è un serissimo invito al guardare l’arte. L’abitudine dello sguardo routinario ci inibisce spesso di “vedere” il bello che ci circonda: in questo caso i magnifichi manufatti barocchi del Mochi posti nella Piazza Cavalli di Piacenza. Sono lì da secoli e ormai i passanti tendono a trascurarli per lunga e consuetudinaria frequentazione ma ogni volta un’attenta osservazione ci può offrire motivo di stupore e di piacevole fruizione.

Trattandosi di sculture barocche l’invito specifico è quello di concentrarsi sui particolari: le gonadi del cavallo come la sua criniera, la sua coda, la ferratura rovesciata degli zoccoli, la barba del Farnese o un occhio o una mano. Nel barocco il particolare vale il tutto, lo compone e lo rende sublime, creando un’eterna scoperta.

Oltre a questo invito al guardare, alla fruizione estetica, vi è, nell’installazione un invito a pensare/ripensare alla fruizione culturale delle cosiddette salite. E qui Lino Baldini e Alberto Esse avanzano presumibilmente una riflessione: “Posto che l’autore, poniamo, degli affreschi di una famosa cupola li ha concepiti per essere visti dal basso, da lontano in una prospettiva staccante e in un invito ad elevare lo sguardo e lo spirito in una trascendenza/ascendenza non fisica ma totalmente spirituale, hanno senso queste ascese, al di là del dato di curiosità tecnica?”

Ed ancora: quanto in queste ascese c’è di reale necessità di godimento artistico/estetico e quanto invece prende il sopravvento la moda del consumo del selfie, del potere dire “c’ero anch’io”? L’esempio della bella installazione di Christo sul lago d’Iseo con l’invasione di milioni di visitatori, normalmente completamente distanti dall’arte contemporanea e da questo artista, non è un paradigma del fenomeno accennato? Quanto a una reale e benefica ricaduta di immagine e turistica corrisponde, poi, una reale ricaduta in termini di crescita culturale ed artistica per la città e per i visitatori?

Guardare, vedere, porsi degli interrogativi, è la sollecitazione e il senso più profondo di questa installazione.”

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