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“Lazzaro felice”: un “volo” oltre il tempo tra disincanto, fiaba e surrealismo

“Lazzaro felice” è il terzo film della regista fiesolana Alice Rohrwacher. Premiato a Cannes 2018 per la miglior sceneggiatura.

Tuttavia non sembra la scrittura il punto di forza del film: con uno script ondivago e a tratti disorganizzato, “Lazzaro felice” spesso imbocca, e rischia di perdersi, in deviazioni lasciate interrotte, che si affastellano senza trovare sviluppo in un intreccio narrativo coerente.

Sono piuttosto la libertà e la mancanza di schemi con cui il film è stato realizzato, insieme al meraviglioso protagonista, il giovane, Puro Lazzaro, a creare un’opera estremamente originale, da vedere. Un film che “cammina sempre sul filo”, del tempo, dello spazio, del genere, senza avere una collocazione precisa in cui incasellarsi.

E proprio per questo merita apprezzamento.

“Lazzaro felice” è stata “una scommessa”, spiega Rohrwacher; vincente nel suo complesso. Lo sforzo di raccontare, attraverso la straordinaria parabola del protagonista, un “miracolo” laico, troppo spesso dimenticato, o ignorato: quello della bontà dell’uomo, che continua a sopravvivere anche in mezzo al Male, alla prepotenza e alla miseria più crudeli.

Come fa la regista a vincere la sua sfida? Spingendosi oltre e fuori dalla Storia per attingere alla magia della fiaba e approdare verso i sentieri del surrealismo, in un “volo” che non ha né un tempo, né una geografia definiti.

Il film si apre tra i campi, come L’albero Degli zoccoli (1978) e finisce tra le baraccopoli di una città, simile a Miracolo a Milano (1951); quasi fossero due film intrecciati in uno solo.
La Marchesa Alfonsina de Luna (Nicoletta Braschi), con “cattiveria gentile”, sfrutta ignobilmente 54 contadini, che coltivano tutto il giorno la sua piantagione di tabacco, “L’Inviolata”, senza essere pagati.

In questa prima parte non si può non pensare a Ermanno Olmi, per il realismo amaro e tenero con cui viene messa in scena la comunità contadina, rassegnata alla propria misera condizione: i letti incastrati nelle stanze anguste e poco pulite; il cibo che manca; i canti che rincuorano, i riti di trebbiatura e di raccolta del tabacco con i loro ritmi, i loro suoni.

Siamo presumibilmente nell’Appennino centrale. Alcuni dettagli, gradatamente svelati, fanno capire allo spettatore che sono gli anni 80/90.Tuttavia quella dell’Inviolata è un’Italia remota, fuori dal tempo, di persone che non hanno mai conosciuto il mondo fuori dalla tenuta; segnato da un fiumiciattolo.

Tra i contadini si muove Lazzaro, il protagonista non ancora ventenne; un magnifico Adriano Tardiolo, attore non professionista. Talmente buono e generoso con gli altri da venir considerato stupido, Lazzaro è sfruttato da tutti e più di tutti: dal figlio della Marchesa (Luca Chikovani), e persino dai suoi famigliari e compagni di lavoro.

Eppure egli è felice: con il suo modo semplice, dolce, di parlare e camminare, lo sguardo sgranato ricorda l’Accattone di Pasolini. Non sente il peso dei soprusi perché, aldilà del trascorrere degli eventi, del Bene o del Male, l’unico orizzonte che continua a mantenere è la disponibilità verso gli altri, la fiducia incondizionata nel prossimo. È dunque un ragazzo ”Meraviglioso”, che vive fuori dal tempo e dalla Storia.

Circa vent’anni dopo “tutto cambierà, ma tutto resterà com’è”. Con la splendida fotografia di Helen Louvart, Il calore della campagna nei suoi colori sfumati, della terra, della roccia, lascerà posto al freddo e al grigio, sfumato e spento, di una metropoli non riconoscibile. Lazzaro (da qui il nome) tornerà, risorto grazie a un lupo magico di francescana memoria. Arriverà nella grande città come in ”Miracolo a Milano” di De Sica.

Tuttavia, oggi, l’unico “miracolo” possibile sembra proprio lui: giovane, intatto, Puro, nonostante gli anni trascorsi. Ritroverà i compagni dell’Inviolata, loro invecchiati e più miserabili di prima; costretti a sopravvivere in un tugurio con piccoli furti. Tra questi c’è anche Alba Rohrwacher, sorella della regista.

Ancora sfruttato tra gli sfruttati, il protagonista diventerà Vittima sacrificale della cattiveria umana finendo per essere travolto dalla Storia. Storia meschina e disumana, ben diversa dal microcosmo dell’Inviolata: di fantasmi che si muovono collettivamente senza identità, come in “Cammina, Cammina” di Sergio Citti. Un mondo in cui è più facile essere accettati e seguiti da una musica sommessa e sublime che dai propri simili.

Aldilà della debole ossatura drammaturgica che presenta, “Lazzaro felice è un film “fatto con il cuore”. Omaggio ai grandi maestri del Novecento, da Olmi, a Citti, passando per Zavattini e Pasolini, il film è uno sguardo sincero e palpitante sugli ultimi, nei quali la Rohrwacher crede profondamente.

Lazzaro infatti rimarrà indenne da ogni grettezza, incapace di nuocere agli altri, continuando a testimoniare che il Bene esiste e resiste anche al male più feroce.

Micaela Ghisoni

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