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Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Nave in bottiglia

Via Farnesiana, 108. La sede dell’Acquedotto, lì sono nato

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La Farnesiana dal Dopoguerra agli anni Settanta – E’ il tema della nuova puntata de “La Nave in Bottiglia” di Mauro Molinaroli

Via Farnesiana 108, la sede dell’Acquedotto di Piacenza. Lì io sono nato. Una palazzina verde tra i campi di una periferia lontana. Sono nato in casa e, nonostante appartenga all’Italia dei poveri, venire al mondo nella propria abitazione in quegli anni era una sorta di vanto, di orgoglio.

Addirittura un lusso. Il Paese era agli albori del boom economico e la nuova utilitaria di casa Fiat, la Seicento, avrebbe portato gli italiani alla conquista delle strade.

Un lusso nascere in casa. E’ vero, perché papà durante la guerra aveva fatto la fame tra miseria e stenti e nel 1951 sposò mamma, accettando di lavorare per l’impresa F.lli Garré fu Giovanni, ricca azienda genovese che aveva in gestione la concessione dell’acqua potabile a Piacenza.

Papà entrò all’Acquedotto con la speranza di un futuro migliore grazie a un posto sicuro, allo stipendio fisso da operaio qualificato e alla casa da custode. Alla Farnesiana ho trascorso i miei primi dieci anni. Un grande prato verde, gli orti tenuti con cura da un burbero e tenero signore anziano, un immenso terrazzo sul quale atterrò, un giorno, anche un elicottero e gli operai, tanti operai impegnati in umili lavori.

Dovevano costruire l’avampozzo, inaugurato nel 1960, quando i primi bagliori del nostro benessere lasciavano intendere che il futuro avrebbe avuto colori più accesi.

Penso a quegli anni: un telefono nero appeso al muro e una grande casa divisa in due; c’era l’abitazione da un lato e dall’altro il pozzo, misterioso e affascinante, elemento di progresso e di grandi paure tra tubi in ferro e manometri.

E quei manometri papà li azionava con cura e tempestività, sei-sette volte al giorno; perché se la pompa verticale non partiva all’ora giusta, metà della città rischiava di rimanere senz’acqua.

E poi c’era la pompa orizzontale, che entrava in funzione nelle ore di punta, al mattino, a mezzogiorno e alla sera. Immagini sbiadite, virate a seppia o in bianco e nero, di un’infanzia povera ma bella.

Lungo la Farnesiana nei primi anni Sessanta sorgono case e casette costruite in larga parte della gente che vi andrà ad abitare.

Tra sacrifici e salari magri, durante la settimana si lavora in fabbrica e la domenica si costruisce la propria abitazione. Roba fatta in casa, con tanta fatica. Gli operai si trasformano in muratori e completano il sogno di una casa propria, perché i loro figli possano vivere un’esistenza migliore.

Ed è il boom a insegnare alla gente che le città sono il motore del progresso e che un dignitoso lavoro in officina può aprire nuovi orizzonti. Si abbandonano le montagne di un Appennino sempre più amaro da digerire e ci si trasferisce nelle periferie, perché serve mano d’opera, c’è tanto lavoro.

E alla Farnesiana prende corpo una comunità nuova fatta di gente che ha voglia di una vita migliore la propria condizione di vita, che vuole mettere radici in una città, Piacenza, che negli anni Sessanta, vive la stagione più ricca dal Dopoguerra. Gli operai, sì gli operai sono un ricordo intenso di quegli anni lontani.

Con me gli operai erano particolarmente attenti, protettivi, si comportavano molto bene. Insieme a loro – bambino – giocavo, mi sentivo a mio agio. E tanto.

Mi divertivo e mi sembrava di essere al riparo da tutto e da tutti. Non ero un bambino difficile. Quella brava gente era l’espressione di un socialismo dal volto umano, addirittura bonario, che mi ha fatto da guida ai primi anni della mia esistenza. Anni vissuti in provincia, lontano dai clamori delle grandi città.

Osterie che si trasformano in bar con le luminarie che sanno d’America, i lampioni che prendono il posto delle lampade, le strade asfaltate. Progresso e benessere non intaccano i campi di grano dell’azienda di Montenet tra Mucinasso e la Madonnina.

Vivere alla Farnesiana significa abitare in una zona che non ha ancora preso una forma definita ma una fisionomia sì. I nomadi stanziali hanno le loro roulotte a due passi dall’Acquedotto. La gente li conosce e si abitua a convivere con loro.

Ma è un’altra città, in cui lo spirito della gente perbene prevale sull’egoismo e sulla discriminazione. Intanto sorgono nuove abitazioni e nuove infrastrutture, ma via Farnesiana è l’ultimo domicilio conosciuto, la frontiera, la città che si fa campagna.

Tutto questo fino ai primi anni Settanta, quando dalle parti di via Radini Tedeschi sorgono nuovi palazzi di edilizia economica popolare. Edifici di cinque, sei piani. Piacenza cambia volto e la gente della Caserma delle Neve trova casa al Peep; sta per Programmazione Economica di Edilizia Popolare, o più direttamente sta per miseria, emarginazione, immigrazione.

Vicenda complessa, questa, perché attorno a questi casermoni, in pochi anni il quartiere cambia volto. Da un lato le famiglie meno abbienti che vivono in un quartiere tranquillo, dall’altro l’esigenza di inserire nel tessuto sociale gente che ha bisogno di essere garantita e tutelata.

Nuovi palazzi spuntano come funghi, ci sarebbe da dire tanto su questo modello di urbanizzazione, di edilizia popolare.

Il Peep come Rozzano o Cinisello. Microcriminalità e delinquenza minorile. Più Milano che Piacenza, le prime morti di eroina, le tragedie umane che si fanno collettive. A pagare il progresso sono i più deboli. Ragazze giovani che battono poco lontano, diecimila lire sesso a volte non protetto e poi una dose.

Tempi duri. Una nuova guerra. Da allora in poi la droga sarà il problema del nostro tempo, o almeno, uno dei tanti problemi di questi anni. Non potremo più ignorarla e la criminalità e la microdelinquenza avranno come denominatore comune il traffico e lo spaccio di stupefacenti.

E per molti il Peep rappresenta un problema. C’è da riqualificare un quartiere e occorre intervenire. Ed è dai primi anni Ottanta che sorge una cultura dell’abitare che farà di questa zona un quartiere popolare a tutti gli effetti.

Mauro Molinaroli

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