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Vintage che passione, intervista a Silvia Barbieri di Ivory Vintage & Luxury foto

Chiunque si interessi anche solo un poco di moda avrà sicuramente notato che in questi ultimi anni il gusto per il retrò si è imposto con sempre maggiore forza, riportando all’attenzione dei consumatori tendenze e capi appartenenti ad altre epoche.

In questo clima di revival della moda del passato non poteva mancare un aumento di interesse nei confronti del vintage. Con questo termine si indicano oggetti, nel nostro caso abiti ed accessori, vecchi di almeno vent’anni e diventati nel tempo di culto perché prodotti con materiali di alta qualità o perché hanno segnato in modo particolare il costume e la cultura.

Per capire meglio questa tendenza abbiamo intervistato Silvia Barbieri, proprietaria del negozio Ivory Vintage & Luxury, una donna che ha fatto della sua passione per la moda d’epoca una professione.

L’idea di aprire un negozio vintage a Piacenza, da cosa è nata?

E’ nata soprattutto da una passione. Credo che questo sia un lavoro che non si può svolgere se dietro non c’è una passione, proprio un amore per la moda in generale e per la moda d’epoca, per il vintage, in particolare. Io sono sempre stata collezionista, sono partita come amante del bijou d’epoca, della bigiotteria americana (quella che in America viene chiamata costume jewellery).

Ho sempre fatto acquisti durante i miei viaggi. Fin da ragazzina ho cercato di sfruttare il pretesto di un viaggio o di un week end all’estero per andare alla ricerca di un negozio particolare che avesse questi articoli, e negli anni mi sono formata una rete di contatti e di conoscenze.

Quindi, dicevo, ho iniziato a collezionare e a comprare per me stessa bijoux, poi sono passata all’abbigliamento e agli accessori, quindi alle borse, alle cinture, alla piccola oggettistica, al modernariato, e negli anni mi sono ritrovata ad avere un piccolo capitale.

Dieci anni fa ho lavorato a Pavia presso un importante negozio di antiquariato e lì avevo già la mia sezione di bigiotteria d’epoca. Naturalmente potevo limitarmi solo a quello, ma il mio sogno è stato quello di aprire un’attività propria, personale. Sono riuscita a farlo, ormai il negozio ha sei anni e mezzo e sono contenta, anche se all’inizio ho dovuto affrontare una certa diffidenza verso i prodotti che proponevo.

Una certa diffidenza anche perché quando si pensa al vintage si tende a pensare più a cose da “bancarella”.

Certo, specialmente in una città di provincia, dove questo fenomeno è arrivato leggermente più tardi rispetto ad una grande città. Se usciamo dell’Italia, in America il vintage è in voga già da più di trent’anni, così come a Londra o in altre capitali europee. Qui molti pensano ancora all’usato, e non al vintage, quindi alle cose un po’ rovinate, che sono state usate da altre persone, che insomma non interessano.

Ho dovuto far capire anche il vintage che proponevo: c’è vintage e vintage, come in tutte le cose.

C’è un vintage di qualità e uno più cheap, più economico. Propongo un vintage sartoriale, quindi di abiti con tessuti pregiati, ancora fatti a mano, e che non ha praticamente usura.

Sono articoli che compro da collezionisti, anche all’estero; come dicevo, in questi anni mi sono formata una rete di contatti e continuo comunque a viaggiare perché non si finisce mai di imparare e di scoprire cose nuove e belle.

Che genere di clientela frequenta il tuo negozio?

È curioso, perché questo negozio attira davvero ogni tipo di clientela e ogni tipo d’età. Vedo che c’è una bella varietà sia a livello economico, perché offro articoli che partono da cifre modiche, per arrivare a cose un po’ più importanti, sia dal punto di vista dell’età. Ho una clientela giovane, di ragazze, di ventenni, che cercano l’accessorio per la serata, l’abito per la discoteca, che magari sono meno omologate e vogliono una borsetta o un bijou più particolare.

E una clientela più matura, ad esempio signore sui quaranta, cinquant’anni che cercano un abito per una cerimonia, per una serata.

Lavoro molto con le cerimonie, ma anche nel quotidiano. Non bisogna pensare che il vintage debba essere relegato solamente ad occasioni speciali, non si tratta solo di abiti “difficili”. L’importante è saper mischiare articoli contemporanei con qualche pezzo d’epoca, saper “svecchiare” un abito. Prendiamo, per esempio, un abito anni ’50, sartoriale, così strutturato e preciso nei dettagli, molto bon ton: per “svecchiarlo” e poterlo utilizzare senza problemi basta abbinarlo con una borsa o una scarpa moderna.

In questo ultimo periodo il vintage sta tornando molto, proprio come gusto.

Sì, assolutamente. Sono già tanti anni che vediamo che le fiere dedicate al vintage sono sempre più frequentate. Pensiamo a quella più importante italiana, quella di Belgioioso, ma poi ci sono altre fiere a Firenze e a Parma; in queste occasioni troverai sicuramente anche una fetta di curiosi, ma il fenomeno è ormai aperto un po’ a tutti. Si può dire, quindi, che il vintage sia stato sdoganato al grande pubblico.

Quindi, secondo te, questa voglia di tornare al passato, soprattutto in una società che in altri ambiti punta sempre a modernizzarsi, a che cosa è dovuta?

Probabilmente è la ricerca della qualità, la ricerca dell’unicità e della personalità. Questo significa poter affermare che si ha uno stile personale, che si sceglie di vestirsi secondo il proprio gusto, secondo il proprio stile, che non ci si vuole omologare in modo completo ed assoluto alla produzione di massa.

Parlando dell’epoca dei vestiti, qual è quella che va di più nel vintage?

Per quanto riguarda le cerimonie va di più l’epoca degli anni ’50 e un po’ dell’inizio degli anni ’60, perché sono abiti in genere sartoriali, cuciti a mano, realizzati con tessuti naturali, sono vestiti di seta, organza o cotone, non c’è ancora l’uso del poliestere che verrà introdotto negli anni ’60, è ancora tutto couture. Per quanto riguarda invece l’abito più facile, quello che può cercare magari una ragazza giovane, possono andare benissimo sia gli anni ’60, quindi uno stile più spiritoso, più sbarazzino, nello stile della Swinging London, alla Twiggy, e gli anni ’70, ad esempio il maxi abito floreale, un po’ hippie, che sta tornando molto. Se pensiamo alle grandi firme, Gucci sono ormai anni che ripropone queste fantasie optical, molto forti, degli anni ’60 e anche ’70.

Uno dei tuoi articoli preferiti che hai anche qui in negozio?

Uno dei miei articoli preferiti che, in maniera limitata, ho qui in negozio, perché a Piacenza non c’è diciamo un collezionismo così diffuso, sono gli accessori Déco, i bijou degli anni ’20 e degli anni ’10, che sono fantastici. Prevalentemente una bigiotteria francese e una americana realizzata con materiali particolari: pensiamo alla celluloide o alla machalite, a quelle resine che sono state inventate alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, e che venivano impiegate per svariati usi, tra cui anche la bigiotteria.

Una cosa che si trova spesso su internet, cercando informazioni sul vintage, è che tutti i capi hanno una loro storia. Tu ne conosci qualcuna?

Parlando di haute couture, ho avuto in negozio dei pezzi Saint Laurent, tre capi molto belli che ho venduto online, uno a San Pietroburgo, l’altro a Londra e l’altro negli Stati Uniti, a tre ragazze che lavoravano nella moda. Erano tre pezzi della collezione fine anni ’70 di Saint Laurent dedicata all’estremo oriente, tre capi che riprendevano un po’ lo stile russo, e lì c’è dietro il genio di un grande stilista, che è una cosa, secondo me, insuperabile.

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