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“Addio a Pippo, per 59 anni ospite del Vittorio Emanuele”

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento del consigliere comunale di Piacenza Luigi Rabuffi  sulla la recente scomparsa di Pippo, un ospite del Vittorio Emanuele che ha trascorso 59 anni della sua vita in Istituto.

“Una persona che ha attraversato il “mare” dell’assistenza (da Ospizio a Casa Residenza Anziani), che ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare durante la mia esperienza da presidente del Vittorio Emanuele. Una persona straordinaria.”

Un intervento motivato anche dal desiderio di “far capire al mondo della politica quanto sia importante, oggi e non domani, occuparci delle persone anziane e dei disabili. Oggi e non domani, perché domani potremmo essere noi in quelle condizioni”

Il testo – Pippo aveva compiuto 59 anni a febbraio ma 59 anni non era la sua età. Erano gli anni trascorsi da quando, nell’ormai lontano 1959, aveva incontrato quella generosa famiglia adottiva che gli aveva salvato la vita.

Perché Pippo, classe 1925, era stato colpito dalla sorte avversa che lo aveva fatto nascere con una malattia gravissima e inguaribile. Una malattia che non gli consentiva di camminare con le proprie gambe, di respirare agevolmente, di mangiare con le proprie mani, di vivere in autonomia.

Tanto sfortunato che, ancora ragazzino, rimase prima orfano di mamma e poi di papà ed affidato ad uno zio che purtroppo già faticava a mantenere i propri figli, figuriamoci quel nipote così ammalato e senza speranza. Fu un periodo difficile e drammatico per Pippo. L’anticamera di una fine che appariva tanto prematura quanto scontata.

Ma a volte la sorte sa anche porre rimedio ai propri errori. E così Pippo, grazie all’interessamento di un sacerdote dell’Appennino parmense riuscì, a 33 anni di età, ad essere accolto al Vittorio Emanuele, dove a quel tempo, la gestione era affidata alle suore.

E lì Pippo trovò una famiglia: la grande famiglia del Vittorio. La famiglia che lo ha accolto, coccolato e sopportato sino a pochi giorni fa, quando a 93 anni – di cui 59 trascorsi in Istituto – Pippo si è finalmente liberato della carrozzina che usava per muoversi, delle cuffie che gli permettevano di ascoltare la TV, di quel peso opprimente che non gli permetteva di alzare la testa, di quegli ausili che sono necessari per le più elementari attività fisiologiche.

Ricordare Pippo è per me un piacere ed un dovere. Non solo per il bene che ci siamo reciprocamente voluti, ma perché Pippo è stato testimone dell’evoluzione che in 59 anni hanno avuto le strutture per anziani come il Vittorio Emanuele.

Raccontava Pippo che in quel lontano inverno del 1959 era stato accolto in uno stanzone da 19 posti (4 per lato e 3 in mezzo alla camerata), dove non c’erano bagni ma solo tramezze su cui “liberarsi” dei propri bisogni, con le suore – straordinarie nell’assistenza – che passavano a recuperarle per poi lavarle manualmente nei sotterranei del Vittorio.

L’odore penetrante e nauseabondo che si respirava in quella camerata, e di cui anche i muri e i pochi arredi presenti trasudavano, era uno dei ricordi più costanti di Pippo.

E proprio perché ricordava lucidamente quegli anni e quei momenti, Pippo aveva apprezzato come nessun altro quel salto di qualità nella struttura e nell’assistenza che aveva portato il Vittorio Emanuele a diventare ciò che è oggi, una Casa Residenza per Anziani. La sua Casa.

Un passaggio epocale che lo aveva portato dal vivere in una camerata da 19 posti ad una stanza a sei, e poi a tre, sino alla stanza doppia degli ultimi anni. Con il sogno (ormai purtroppo irrealizzabile) di poter disporre di una stanza singola, per non disturbare gli altri e per avere quell’intimità che significa rispetto della dignità e senso del pudore.

Come dicevo, qualche giorno fa Pippo se n’è andato, accompagnato da una fede immensa, dal suo immancabile rosario e da quella famiglia adottiva che lo aveva accolto come un figlio. Lo abbiamo salutato nella Cappella del Vittorio Emanuele e quella rosa rossa appoggiata sulla bara, portata da un’operatrice, mi ha commosso profondamente, così come mi ha commosso il suo pianto discreto e ininterrotto, convincendomi – ancor di più – che Piacenza ha bisogno di queste strutture e soprattutto di queste persone, che fanno dell’assistenza una vera missione.

E sta a noi, amministratori, comprenderlo pienamente ed operare per soddisfare i bisogni di quei tanti anziani – ciò che saremo noi fra qualche anno – che ricercano nel periodo più difficile della loro vita la pace interiore, una cura appropriata e soprattutto una famiglia a cui dare e ricevere affetto. Così com’è stato per Pippo, con la grande famiglia del Vittorio Emanuele.

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