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Applausi e tanta qualità per la Turandot al Farnese RECENSIONE

Uscita dal tempio sacro del Municipale di Piacenza la lirica recupera un patrimonio artistico e storico di grande valore, come l’antico teatro di Palazzo Farnese, presentando un’opera di grande suggestione e spettacolarità come Turandot del maestro Giacomo Puccini.

(In allegato all’articolo una foto dello spettacolo pubblicata dall’Associazione Iride Musicale sulla propria pagina Facebook).

L’operazione ha riscosso un successo che va oltre le aspettative di pubblico (quasi tutto esaurito), di gradimento e di qualità artistica, sottolineato da interminabili e calorosi applausi a fine rappresentazione.

L’assessore alla cultura del comune di Piacenza, Massimo Polledri, ha definito la serata “un successo entusiasmante”. “Carlo Loranzi ha vinto alla grande una scommessa di notevole rischio e prestigio. Ne siamo orgogliosi.”

Carlo Loranzi è presidente della Tampa Lirica, associazione filolirica che con il sostegno della Fondazione Rest e con la collaborazione del Comune e del Mucicipale, del Conservatorio Nicolini e della Banca di Piacenza (e il patrocinio della Regione) hanno reso possibile la realizzazione di questa mini stagione estiva operistica.

Un’iniziativa definita “Estate Opera Festival” che comprenderà anche l’operetta “La Vedova Allegra” di Franz Lehar in programma, sempre a Palazzo Farnese, giovedì 5 luglio, con inizio alle ore 21.

L’OPERA – Turandot, come risaputo, fu l’ultima composizione di Giacomo Puccini che non ebbe la possibilità di completare l’opera poichè la morte lo colse a metà dell’ultimo atto, proprio nel momento in cui si celebra la morte di Liù.

L’episodio fu ricordato dal grande direttore d’orchestra Arturo Toscanini che diresse la Prima alla Scala nel 1926 e che fermò l’esecuzione in quel punto. Successivamente sarà lo stesso Toscanini ad affidare ad Alfano il compito di terminare Turandot, un’opera che conosce una grande notorietà grazie, soprattutto, all’eccezionale esecuzione del grande Luciano Pavarotti nella romanza “Vincerò”.

La trama dell’opera è abbastanza complicata nei particolari, ma semplice nella vicenda.: Turandot è una principessa dell’antico oriente che, memore di una tragica fine vissuta dai suoi avi, regna con spietata crudeltà e manda a morte chiunque desideri la sua mano e quindi il potere, a meno che non sia in grado di risolvere tre enigmi che ella sottoporrà al pretendente.

E’ Calaf, un nobile straniero, a sfidarla e a riuscire a sciogliere gli enigmi ma, volendo conquistare anche il cuore della crudele principessa, le concede la possibilità di liberarsi di lui mandandolo a morte, se prima dell’alba riuscirà a conoscere il suo nome (“Nessun dorma”).

Ciò non avviene grazie al sacrifico di Liù, una giovane innamorata di Calaf, che per non rivelare il suo nome, e quindi salvarlo dalla sicura morte, si uccide davanti a tutti, Turandot compresa. Il cuore della principessa si scioglie trasformando la sua crudeltà in amore, di cui tutti godranno le conseguenze, a partire da Calaf.

L’ESECUZIONE – Contrariamente a quanto normalmente avviene nelle rappresentazioni liriche all’aperto, la Turandot farnesiana si è rivelata spettacolo di ottima qualità. Complessivamente molto bravi gli interpreti dove ha spiccato la ieratica principessa France Dariz, giovane, ma in possesso di qualità vocali interessanti per potenza e padronanza di scena.

Convincente il Calaf di Francesco Fortes, voce fresca, squillante e generosa dal timbro verdiano e musicalmente corretto.

Svetlana Kalinichenko, alle prese con un personaggio difficile perché complesso caratterialmente e musicalmente come Liù ha fornito un apprezzato saggio di raffinata tessitura di canto, esaltata nella romanza finale.

Molto bravi, divertenti e coinvolgenti i Ping, Pong e Pang del piacentino Simone Tansini, Saverio Bambi e Vincenzo Tramante. L’altro piacentino Juliusz Loranzi, nel ruolo di Timur, il re tartaro spodestato, ha confermato i continui incoraggianti progressi che lo rendono maturo per interpretazioni ancora più impegnative.

Bene pure Stefano Consolini nel ruolo di Altoum e Stefan Samake (Pultin) e Dinislam Raza Mish (il Principe di Persia).

Tra gli interpreti anche un altro piacentino, il baritono Valentino Salvini, in una parte non di grande impegno, ma svolta con dignità.

Se lo spettacolo è stato apprezzato e ha riscosso unanimi consensi il merito lo si deve in particolare ad Artemio Cabassi per la regia, scene e costumi. Specie quest’ultimi sono stati di una bellezza avvolgente e di intensa cromatura ed effetti.

Le colonne del palazzo, le scalinate e gli accessi alle scene sono state quanto mai suggestivi ed efficaci. Molto appropriate ed intense le luci e le video proiezioni dell’Acid Studio di Previ & C. ed i movimenti coreografici del Progetto Danza Piacenza.

L’orchestra sinfonica Terre Verdiane diretta dal maestro Stefano Giaroli ed il coro dell’Opera di Parma sono stati all’altezza della situazione contribuendo in modo significativo al successo della serata.

L’ACUSTICA – Quello che poteva essere un grosso scoglio si è invece rivelato un successo, anche se alcuni difetti sono migliorabili. L’orchestra tra i cantanti e il pubblico, ad esempio, fa da ostacolo all’estensione delle voci e la profondità della platea impedisce una chiara ricezione per gli spettatori più lontani.

A mio avviso sarebbe opportuno, oltre alle didascalie del libretto, microfonare i cantanti. Ne guadagnerebbe lo spettacolo anche se potrebbe far storcere il naso ai più puri melomani.

Tra le considerazioni positive la presenza in scena dei giovani cantanti piacentini. Tansini, Loranzi e Salvini. Ci farebbe piacere rivederli e risentirli (e non solo loro).

 

Commenti

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  1. Scritto da metabolik

    Microfonare i cantanti ??!?!
    Tanto varrebbe farla in play-back, con dei figuranti sulla scena.
    L’esecuzione di un’opera lirica perderebbe completamente senso.
    Se il canto viene filtrato non c’è più l’emozione tipica del melodramma. Perchè si va a teatro per sentire la stessa opera già sentita 20 volte ? proprio per l’emozione di ascoltare la voce naturale.