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Il mondo del calcio piange Titta Rota, portò il Piace in serie B IL RICORDO

Lutto nel mondo del calcio. E’ scomparso Battista, detto Titta, Rota, a pochi giorni dal suo 86esimo compleanno. Bergamasco, calciatore e poi allenatore, è rimasto nel cuore dei tifosi biancorossi.

Nel 1983 fu chiamato da Leonardo Garilli sulla panchina del Piacenza, da poco retrocesso in serie C2. Titta Rota riuscì nell’impresa di far arrivare il Piace in serie B, per la prima volta nella sua storia, nel 1987. Rota lasciò i biancorossi nel 1988.

Da sempre tifoso dell’Atalanta, squadra nella quale è stato prima calciatore e poi allenatore, così è stato ricordato dalla società: “Il presidente Antonio Percassi e tutta la famiglia Atalanta con grande commozione sono vicini alla famiglia Rota per la scomparsa del caro Titta e partecipano al loro profondo dolore”.

“Arrivato a Piacenza nell’estate del 1983 – lo ricorda il Piacenza Calcio – , Titta Rota è stato il primo allenatore dell’era Garilli, ottenendo, nei cinque anni della sua gestione, una promozione in C1 (1983), una in serie B (1987), la vittoria del torneo Anglo-Italiano (1986) e la prima salvezza in serie B della storia biancorossa (1988). Uomo dal carattere forte e dall’indole buona e generosa, vivrà per sempre nel cuore di ogni tifoso del Piacenza Calcio. Ciao Titta, sarai sempre uno di noi!”

I funerali si terranno giovedì alle 14.30 nella chiesa di Longuelo (Bergamo).

Nella foto (da storiapiacenza1919.it), Titta Rota, primo in piedi da sinistra, nella stagione ’86/’87

UN ALLENATORE BRUSCO E FRIZZANTE – Il RICORDO di Luigi Carini – Non c’era molto feeling tra noi e Titta Rota (come del resto tra lui ed una cospicua parte dei tifosi piacentini), ciò non toglie che la sua scomparsa ci addolori in modo particolare perché con lui se ne va un altro pezzo della gloriosa storia del Piacenza Calcio ed in particolare quella legata all’era Garilli, quando la squadra biancorossa conquistò traguardi memorabili come la serie A dove giocò ben 8 campionati.

In quel tempo Titta Rota non era più il nostro allenatore (era iniziata la grande avventura Gigi Cagni), ma lo era stato all’inizio, in quella storica stagione ‘82/’83 quando l’ing. Leonardo Garilli subentrò nella gestione di una società retrocessa dalla serie C1 alla C2, praticamente inesistente per la completa mancanza di strutture e di giocatori (solo 2 tesserati).


L’”Ingegnere” aveva scelto il bergamasco dr. Giuseppe Brolis (e mai scelta fu così felice) per costruire una squadra ed organizzare la società. Con il dr. Brolis arrivarono il piacentino Gianni Rubini come segretario, il bergamasco ing. Rota (omonimo, ma non parente) come A.D. ed, appunto, l’altro bergamasco Gian Battista Rota come allenatore.

Il buon Titta veniva con un illustre passato: da giocatore aveva giocato ben 286 partite in serie A (famoso era il trio difensivo del Bologna con Giorcelli, Rota, Ballacci), con due apparizioni in nazionale alle Olimpiadi di Helsinky nel ’52. Come allenatore aveva ottenuto ottimi risultati con Atalanta e Cremonese in ben sei campionati.


Sulla panchina del Piacenza il tecnico bergamasco rimase cinque anni, conquistando prima la promozione in C1 e quindi quella in serie B che mantenne per un’altra stagione. 
Con Rota in panchina si iniziò l’epopea biancorossa. La squadra non aveva un gioco spettacolare (come ci aveva mostrato G.B. Fabbri, ancora ben presente nella memoria dei tifosi piacentini), ma essenzialmente concreto e caratteriale. Difesa ben organizzata ed aiutata dai centrocampisti, spesso con il supporto degli attaccanti (in questo fu davvero precursore). Niente fronzoli ma determinazione e rimi elevati, sempre all’insegna del “prima non prenderle”, il suo credo calcistico.

Molti, troppi, gli episodi da raccontare. Ci limitiamo a questo.
 Si giocava a S.Angelo (C1) con i locali appena promossi ed il Piacenza con una formazione attrezzata per vincere il campionato. La partita, piuttosto scialba, finì 0-0. Le interviste del dopo partita furono fatte ai bordi del campo mentre gli addetti raccoglievano attrezzi ed oggetti vari. Quando un nostro collega esordì domandando al tecnico “perché non eravamo stati capaci di vincere”, Rota afferrò un catino colmo d’acqua e glielo lanciò contro gridando :”Mi devi chiedere come abbiamo fatto a non perdere e non perché non abbiamo vinto”.


Con lui polemizzammo molto per le scelte nelle formazioni e per come impostava le partite. Un giorno mi prese a tu per tu e mi disse: “Le sue critiche probabilmente sono anche giuste, ma quel che conta sono i risultati e questi danno ragione a me. E fin che i risultati saranno dalla mia parte anche la ragione sarà mia. Ne tenga conto!”.


Le nostre diatribe, però, non inficiarono gli ottimi rapporti personali. Mi divertirono molto i suoi giudizi quando lo invitai al Municipale ad assistere ad un’opera lirica. Mi rattristò, invece, quando qualche anno fa, di passaggio a Bergamo e saputo dove era solito recarsi al mattino in un bar a leggere il giornale, gli feci una sorpresa. Lo trovai parecchio malandato: camminava a stento con l’aiuto di stampelle ed anche la mente non era più lucidissima, ma non aveva perso il bonario e severo sorriso. “Ah, se certe volte l’avessi avuta tra le mani….”.

Così non fu mai e ci salutammo gustando il suo vino preferito, brusco e frizzante. Come l’allenatore Titta Rota.


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