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The Party: una commedia brillante e una tragedia mancata

The Party, l’ultimo lavoro di Sally Potter presentato in concorso all’edizione 2017 del festival di Berlino, è una gradevole black comedy che diverte e non annoia lo spettatore.

Sagacia e cinismo delle battute rispecchiano lo humor tipicamente britannico: raffinato, levigato, ma non per questo poco affilato.

Un film, presentato in rassegna all’Arena Daturi di Piacenza, girato bene e ben diretto dalla regista, che affonda le sue radici nel teatro, pur rimanendo profondamente cinematografico.

Lo spazio ristretto di un appartamento londinese; sette personaggi amici, molto diversi tra loro, riuniti all’interno dell’abitazione per festeggiare la nomina della padrona di casa a Ministro della Salute del Partito Labourista; settantun minuti di durata.

Ingredienti questi che, per una regista abile quale Sally Potter di “Orlando” o di “Ginger e Rosa”, potrebbero costituire le premesse per lo sviluppo di un grande film.

In effetti la forma, il cast attoriale e la breve durata sono i maggiori punti di forza dell’opera, che però, nel suo insieme ha qualcosa di non convincente.

Al Party del titolo, che è anche il Partito Labourista (il doppio senso è azzeccato) non ci sarà molto da celebrare: le rivelazioni improvvise del padrone di casa, marito della festeggiata, scoperchieranno ipocrisie, tradimenti, bugie e segreti, pubblici e privati, tra tutti i presenti, innescando un’escalation di scontri psicologici (e non solo) tra i personaggi, che vorrebbe sfociare in un gioco al massacro. Senza però riuscirvi.

Questo film rimane una commedia, una commedia dallo humor nero inglese, ma non diventa tragedia; non rompe gli schemi, per davvero.

Soprattutto non riesce ad essere veramente quello che la regista vorrebbe: una satira politica e di costume su larga scala della borghesia intellettuale inglese di sinistra.

Se infatti la critica di classe viene condotta scivolando in cliché scontati e prevedibili rappresentati dai diversi atteggiamenti dei personaggi, il tema politico risulta poco incisivo. In parte oscurata dalle dinamiche domestiche e private dei personaggi, in parte resa fluida, troppo fluida, per essere davvero pregnante, la satira politica del film non decolla, si perde.

È l’interpretazione degli attori, tutti insieme, la forza principale.

Il gioco degli sguardi, il ritmo delle battute di un testo coeso e stilisticamente curato, a impianto teatrale.

Le espressioni dei volti, abilmente fotografati in un bianco e nero che esalta i contrasti e i movimenti.

Una commedia che funziona benissimo, ma un mancato dramma politico e umano.

Micaela Ghisoni

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