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Trattamento della disforia di genere “Triptorelina, la postilla che avremmo voluto leggere”

Riceviamo e pubblichiamo la nota stampa a firma di Livio Podrecca, presidente della sezione di Piacenza dell’Unione giuristi cattolici italiani sull’uso della triptorelina (TRP) per il trattamento negli adolescenti della disforia di genere.

La nota stampa – Triptorelina, la postilla che avremmo voluto leggere

Con parere licenziato il 13 luglio scorso il Comitato Nazionale di Bioetica, in risposta a quesito della Agenzia Italiana del Farmaco, dava il proprio benestare, con ampie e specifiche restrizioni, all’uso della triptorelina (TRP) per il trattamento negli adolescenti della disforia di genere (DG).

La TRP è un farmaco che inibisce lo sviluppo fisico e biologico della pubertà, che già viene utilizzato, come previsto in etichetta, per il trattamento della pubertà precoce, per inibire cioè lo sviluppo prematuro dei caratteri sessuali in bambini in età prebuberale. Una pubertà in qualche modo patologica, quindi. Tuttavia, da qualche tempo si registra anche in Italia l’utilizzo del farmaco in adolescenti affetti dalla cosiddetta disforia di genere, e cioè da quel disturbo per il quale il genere anatomico di appartenenza, maschile o femminile, è vissuto come problematico nell’ambito di situazioni che spesso presentano anche altre gravi complicanze di tipo psichico (disturbi del sé, istinti suicidari, ecc.).

Si tratta di casi fortunatamente limitati, nei quali, tuttavia, a fronte di un uso generalizzato (a discrezione del singolo medico ed al di fuori di ogni controllo) del farmaco off label, cioè al di fuori delle patologie indicate nel foglietto illustrativo per il quale l’AIFA ha rilasciato l’AIC (autorizzazione alla immissione in commercio), l’Agenzia ritiene di dover intervenire, chiedendo quale sia lo stato ed il punto di vista bioetico della questione, che il CNB, per l’appunto, esprime con il succitato pare-re del 13.7.

In esso, si apprende che l’uso della TRP nel trattamento della DG degli adolescenti viene dall’Olanda; che manca qualsiasi attendibile sperimentazione sull’uso del farmaco che si vorrebbe regolamentare e sulle possibili conseguenze, per esempio sul successivo sviluppo fisico e sulla fertilità; che, data la limitatezza dei casi, una tale sperimentazione neppure sarebbe realisticamente possibile; che gli adolescenti sono spesso concentrati emotivamente su ciò che vivono e che anche per questo motivo, unitamente alla complessità della materia ed alla sostanziale carenza di riferimenti certi, sarebbe oltremodo problematica anche la acquisizione di un valido consenso informato, non solo presso i minorenni direttamente interessati al trattamento, ma anche dagli esercenti la responsabilità genitoriale.

In questo quadro, fortemente vago e problematico, il CNB ritiene tuttavia di non escludere la possibilità del trattamento di soggetti minori con TRP, come ultima ratio, dopo il fallimento di ogni altro intervento di supporto di tipo psicologico e psichiatrico, e con controllo e supervisione di commissioni interdisciplinari che, tuttavia, su tali presupposti, non si vede bene su quali basi possano licenziare pareri favorevoli o contrari al trattamento. Il parere del CNB, infatti, benché sottoscritto anche da autorevolissimi studiosi, anche cattolici (tra essi Bruno Dallapiccola, Lucetta Scaraffia, Francesco D’Agostino, ma non Assuntina Morresi, che ha sottoscritto una postilla critica), lascia, tuttavia, fortemente perplessi.

Sotto un primo profilo, ci troviamo, infatti, di fronte ad una ipotesi di uso su persone umane di un farmaco non preventivamente sperimentato, né sperimentabile, data la limitatezza numerica dei casi, con potenziali gravissimi danni alla salute, al cui utilizzo, tuttavia, si assen-te con una serie di cautele e di sbarramenti di dubbia efficacia e fondamento. Ma l’aspetto che sembra più grave è l’implicito assentimento del quadro della disforia di genere e del relativo trattamento medico, come se effettivamente potesse immaginarsi una possibilità di soluzione delle problematiche psichiche identificatorie e di costruzione del sé lasciando alla persona la illusione che le stesse possano essere risolte con la scelta ultima ed eminentemente soggettiva di che cosa essere, se uomo, donna, o un terzo e non meglio identificato genere sessuale, neutro o asessuato.

Quella del gender, infatti, è una gigantesca menzogna che, assieme ad altre, è montata dalla cultura mediatica cosiddetta progressista oggi dominante per procedere oltre nella sistematica decostruzione e distruzione dell’umano che contraddistingue questi nostri tempi post moderni. Essere uomo o donna non è, infatti, una modalità accidentale del presentarsi ed essere al mondo, ma è indelebilmente costitutiva dell’umano.

Come essere umano mi presento, cioè, al mondo come maschio o come femmina, e tutto il mio essere profondo è sessuato in modo non modificabile. O, per o lo meno, modificabile solo parzialmente ed in modo artefatto ed artificiale: il cervello, per esempio rimane invariabilmente sessuato, maschio o femmina.

Tertium genus non datur, non c’è un terzo genere. Il compito che aspetta ogni uomo, e che – nel progetto biologico del corpo umano – si dovrebbe completare proprio nella adolescenza, è quello di integrare nel sé la propria identità sessuata in modo coerente ed armonico con la sessualità genitale e biologica.

Prescindere da questa prospettiva vuol dire abbandonare la persona alla forza delle pulsioni profonde che la travolgono e la distruggono, ed alla solitudine dei propri istinti. Sottacere questa visione dell’uomo e della salute pare gravemente insoddisfacente, e, forse involontariamente, complice di un inganno di massa che si sta perpetrando a carico dei più deboli, manipolando la cultura ed il quadro simbolico di riferimento, a partire dalla famiglia e dai ruoli di padre, madre e figlio che in essa si formano, secondo un progetto che è inscritto nel profondo di ogni uomo e del suo corpo sessuato.

Ecco, detta in parole povere, questa è la sostanza della postilla che avremmo voluto leggere in calce al parere del CNB.

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