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Gli abiti medievali rivivono con Sara “Sono come macchine del tempo” fotogallery

Abiti medievali come macchine del tempo, in grado di far rivivere il passato attraverso stoffe, ricami e decori; a compiere il prodigio è Sara Trespidi, 26enne originaria di Sarmato (Piacenza), che ha ricreato il prezioso abito di una dama del Quattrocento vincendo il primo premio del concorso “Belle vesti dure leggi”, indetto dall’Archivio di Stato di Bologna.

Una sopravveste femminile a mantella arricchita da 4 etti di argento (nelle foto) sfoggiata all’alba del XV secolo da donna Antonia, come indicato nel documento datato 1401 riscoperto nell’archivio bolognese, ispiratore dell’iniziativa.

Per Sara l’equivalente di 500 ore di lavoro e 400 metri di cucitura a mano, necessarie per non tralasciare alcuna finitura della straordinaria mise della moglie del condottiero bolognese Niccolò Caccianemici.

Non è l’unico riconoscimento nel curriculum della giovane piacentina, che nel 2017 ha anche ottenuto un altro “titolo” al “Battle of the nations” di Barcellona come miglior “best authenthic female costume”. (nella foto sottostante)

L'abito di Sara Trespidi a Barcellona

Sara è incantata da ago e filo fin da ragazzina; dopo gli studi al liceo artistico e una laurea in comunicazione e marketing ha cercato di trasformare la sua grande passione, coltivata da autodidatta, in un lavoro. Dopo alcune lezioni di sartoria artigianale e la partecipazione alle prime rievocazioni storiche è stata accettata ad un corso della Fondazione Ceratelli di Pisa, che raccoglie una delle più prestigiose collezioni di costumi teatrali e cinematografici esistenti.

“L’emozione più grande  – racconta – è stata collaborare al restauro di un abito indossato da Maria Callas in occasione del Maggio musicale fiorentino del 1953″.

Ultimata la formazione ha allestito un piccolo laboratorio dove riprodurre la magia di stoffe e strascichi dimenticati, partecipando a eventi e competizioni sul tema, tra cui l’importante manifestazione di Barcellona

Oggi è impegnata come sarta in una nuovo settore professionale, ma nel tempo libero non abbandona il “primo amore”.”Le rievocazioni e le sfilate di abiti antichi sono come macchine del tempo – spiega Sara -, mi ha sempre affascinata tantissimo la capacità che hanno di riportarci indietro di secoli e ricreare quell’atmosfera”. Non si tratta però solo del piacere di una suggestione romantica, ma anche di dare spazio a “un Medioevo diverso e più autentico“.

“Siamo abituati a vedere abiti da palio o riproduzioni non verosimili, si potrebbe dire pacchiane, e le persone restano stupite di fronte a una realtà differente”. Ne ha avuto riprova anche domenica 12 agosto quando ha presentato il suo lavoro al pubblico di SarmatoArte, in una conferenza promossa nell’ambito delle manifestazioni culturali del paese.

“Sono rimasta piacevolmente stupita dalle numerose presenze e dalla curiosità dimostrata; mi hanno fatto tante domande sulla mia creazione, ad esempio perché vi fossero applicati tanti dischetti d’argento, a cui ho risposto con l’immagine di una veste ritratta da Pisanello che mostrava lo stesso tipo di decoro”.

E’ stata proprio l’accuratezza rivolta alle fonti e lo sforzo di indagare le testimonianze dell’epoca che nel febbraio scorso ha convinto la giuria bolognese, composta anche da docenti universitari, a preferire la sarta piacentina agli altri quattro concorrenti in gara, sfidati a realizzare uno dei 211 capi “banditi” dalla Chiesa nell’inedito documento.

“L’abito di donna Antonia probabilmente fu considerato fuorilegge proprio per la quantità di metallo prezioso impiegato; le norme ‘moralizzatrici’ di allora proibivano di utilizzarne più di tre etti, mentre qui ce ne sono ben quattro. Un problema che si poteva risolvere pagando una sanzione, che permise probabilmente alla dama di indossarlo”.

Dettagli e simboli che rendono più vivido e consapevole il nostro sguardo sul passato, modificando anche il presente.

“Mi è sempre piaciuta l’arte, ora rivedo i quadri studiati a scuola con occhi diversi, ricchi di particolari e significati di cui allora non mi accorgevo”. Una possibilità che la cultura regala a tutti.

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