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“La produzione chiede da anni un confronto sui piani del Grana Padano”

“Non si tratta certo di una trovata ferragostana” – replica Confagricoltura Piacenza alle critiche pervenute in seguito all’azione intrapresa contro le politiche di non sviluppo del Consorzio di Tutela del Grana Padano.

“Ci siamo mobilitati facendoci portatori di un dissenso che da anni viene manifestato da parte allevatoriale e che è sempre stato ignorato. Sottolineiamo che la nostra critica è volta non tanto al prossimo piano produttivo (ammesso che venga deliberato), quanto alla linea che dal 2006 ad oggi è stata tenuta dal Consorzio e perpetrata attraverso i piani produttivi attuati sino ad oggi. Per quello che verrà ci resta, quantomeno, il beneficio del dubbio. Gli allevatori che rappresentiamo e del cui malcontento ci siamo fatti portavoce, vorrebbero un netto cambio di prospettiva.

Le raccomandazioni dell’Autorità garante della concorrenza chiaramente riportate nel bollettino n.22 del 2017 erano già frutto di diversi interpelli. In questo importante documento l’Agcm rammenta l’inadeguatezza di intese restrittive se non per un periodo di tempo limitato, chiede di evitare un uso strumentale dei piani produttivi, rimarca l’esigenza di monitorare la rappresentatività della componente agricola nell’ambito delle decisioni assunte dal Consorzio.

Raccomandazioni a nostro avviso disattese e relativamente alle quali più volte gli allevatori hanno chiesto di aprire un dialogo. E’ proprio considerando la possibilità che in sede ministeriale si possa addivenire all’auspicato confronto che abbiamo deciso di dare voce alle preoccupazioni di parte allevatore supportandole con l’analisi delle normative europee e nazionali in merito.

Ben venga dunque il confronto tra le parti, certo, fa specie che la prospettiva di dialogo sia indicata da chi non ha mai voluto sentire le nostre ragioni e che pertanto non riteniamo ormai che possa essere un interlocutore attendibile. La spinta che abbiamo ricevuto dalla base associativa di avviare questo percorso oggi non può più trovare sbocco nell’ulteriore sterile tentativo di farsi ascoltare da chi per anni ha applicato i piani produttivi in modo a nostro avviso al di fuori dello spirito dei regolamenti Ue, ma auspichiamo che il ministero possa esercitare l’arbitrato necessario.

Ribadiamo che l’unico scopo di Confagricoltura Piacenza è quello di ridare dignità all’attività imprenditoriale degli agricoltori, finalità comune alla ratio delle norme europee sulle produzioni Dop e Igp”.

Sulla questione interviene con una nota anche Marco Lucchini Presidente di AgriPiacenza Latte che dichiara:

“Mi complimento con Confagricoltura Piacenza per aver rilevato il malessere del settore lattiero-caseario ed aver individuato una delle cause nella politica del consorzio del grana padano che assorbe circa il 20 per cento della produzione del latte nazionale. Sono spiaciuto che una persona che stimo moltissimo per le sue capacità abbia liquidato la questione come il sogno di una notte di mezz’estate.

Nel confermare la piena condivisione della posizione espressa da Confagricoltura Piacenza, occupandomi del settore ormai da più di un trentennio, come produttore di latte e come presidente di un organismo che commercializza latte e produce Grana Padano, mi permetto di fare alcune considerazioni: la prima è che l’introduzione delle quote grana che inizialmente venivano chiamate “assegnazioni produttive” e sulla cui reale consistenza mi permetto di esprimere ancora dei dubbi, sono calate sul settore come un macigno togliendo molta elasticità al sistema e competitività al prodotto, per l’aggravio dei costi, e mettendo il mondo industriale in una posizione di netto vantaggio rispetto al mondo agricolo.

Infatti il bacino di prodizione del latte destinato al Grana Padano è molto più ampio di quello che, oggi, può assorbire il sistema delle quote e quindi l’offerta è strutturalmente sovrabbondante. Questa imposizione ha poi creato dal nulla un bene che è entrato a far parte del patrimonio delle industrie di trasformazione, proprio nel momento in cui i produttori di latte perdevano il patrimonio legato alla loro quota.

Il che dovrebbe far riflettere: chi sostiene questa politica difficilmente può dire difendere gli interessi del mondo agricolo. Meglio sarebbe che, come succede nel Parmigiano Reggiano, le quote fossero assegnate ai produttori di latte quale indennizzo della cessazione del regime delle quote.

Essendo uomo di mercato, rimango molto critico sulla strada percorsa in questi anni dal Consorzio che ritiene che l’unico mezzo per sostenere il prezzo sia quello di contrarre l’offerta. Questo, oltretutto, ha creato spazio per prodotti alternativi ottenuti con tecnologie innovative che garantiscono un’elevata qualità a costi più contenuti e quindi rubano fette di mercato al Grana Padano.

Un’ulteriore contrazione dell’offerta produrrebbe altre perdite di mercato e ulteriori perdite di prezzo del Grana Padano e quindi del latte alla stalla. L’atteggiamento del Consorzio è sempre stato quello di muoversi come una variabile indipendente nel panorama del latte italiano.

Non mi dilungo sulle centinaia di argomentazioni che potremmo portare a difesa di una politica diversa ma chiudo con una semplice considerazione che dimostra l’insuccesso delle strategie del Consorzio del Grana Padano negli anni ed è che, in questo momento, il prezzo del Grana Padano è lo stesso di quando Agri Piacenza Latte ha aperto il caseificio nel 2005, mentre i costi di produzione del latte sono lievitati in maniera molto consistente e quindi ciò dovrebbe far riflettere chi gestisce il sistema e una parte politica che è sempre stata molto benevola nell’avvallare le politiche del Consorzio”.

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