PiacenzaSera.it -  Notizie in tempo reale, news a Piacenza, cronaca, politica, economia, sport, cultura, spettacolo, eventi ...

Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Nave in bottiglia

Quella sera in cui Carlo Verdone illuminò il Bobbio Fest

Più informazioni su

La nuova puntata della “Nave in bottiglia” di Mauro Molinaroli ci riporta al Festival del Cinema di Bobbio di qualche anno fa, quando giunse in Val Trebbia un ospite speciale…

QUELLA SERA IN CUI CARLO VERDONE ILLUMINO’ IL BOBBIO FILM FESTIVAL

Si è chiuso da qualche giorno il Bobbio Film Festival. Per quanto ho letto mi risulta che come al solito il successo di pubblico sia stato un dato di fatto così come la qualità dei film in rassegna e la retrospettiva di Bernardo Bertolucci.

In questo scorcio di estate italiana e dopo anni di presenze sacrosante a questa bella manifestazione, voglio ricordare quando qualche anno fa, fu ospite il regista Carlo Verdone.

Lo vidi e mi vennero in mente le frasi-simbolo dei suoi film: “Se t’uscisse fori un maschio, me piacerebbe chiamallo o Alan…o Kevin. Mejo Kevin”. Pe’ Costner? Più che pe’ Costner lo faccio perché è un nome che mi dà un senso de rispetto, hai capito?”.

Quelle irresistibili battute in “Viaggi di nozze”. Ricordo anche quando al ristorante Piacentino giuse una bella pattuglia di romani che vivono a Milano ed erano giunti in Valtrebbia per lui, per “Io loro e Lara”: “Carlo, come lo famo…?”, gli chiesero: ”’O famo strano! Famolo!”, rispose Verdone divertito, tra un selfie e una risata.

Maschera di se stesso tra una folla entusiasta che al chiostro di San Colombano forse non si era mai vista. Si presentò sul palco travolto dagli applausi, il sorriso sincero, il volto perso del bambino adulto, il cellulare col quale fotografava il pubblico che a sua volta riprendeva lui.

Fu una festa di cinema tutta italiana. Un’ovazione, un lungo applauso e il sorriso sul volto di Pier Giorgio Bellocchio e di Paola Pedrazzini che sciolsero la tensione dopo una giornata difficile, impegnativa tra mille telefonate e lo stress per una serata che non fu come le altre e che a Bobbio ricordano.

Verdone regalò un grande sorriso al pubblico e la serata fu dolce come il miele, non scese mai di tono. Anzi, fu nel Dopofestival che Verdone, sollecitato da Francesco Castelnuovo, critico cinematografico di Sky e biografo del cineasta romano, mise in scena uno show che tenne incollato il pubblico alle poltroncine del Chiostro di San Colombano fino a notte inoltrata: “Stimo Marco Bellocchio per il suo cinema colto e profondo – affermò – autentico e vero. Sono almeno tre anni che mi invita a Bobbio, ma per una ragione o per l’altra non sono mai riuscito ad essere presente: un film, un viaggio, una sceneggiatura mi hanno impedito di partecipare a questa bella iniziativa. Stavolta ci siamo, e sono onorato perché Bellocchio, nel cinema, ha lasciato un segno indelebile, e il suo Festival è una realtà che sta consolidandosi a livello nazionale”.

Castelnuovo gli chiese di Alberto Sordi, sul fatto che da tanti sia considerato l’erede dell’Albertone nazionale: “E’ un paragone molto gratificante. Ho cominciato a fare cinema guardando alcuni film di Sordi, quali “Il vedovo”, “I vitelloni” e “Un americano a Roma”. Da un punto di vista cinematografico, è stato un pazzo anarchico che ha sovvertito i ritmi della commedia negli anni Cinquanta, un attore avanti nel tempo rispetto agli altri. Mi voleva molto bene. Sul lavoro ci siamo incontrati con “In viaggio con papà” e “Troppo forte”. Non sono due capolavori, ma rappresentano per me un motivo di orgoglio per essere stato accanto a uno dei più grandi interpreti del cinema italiano del Novecento”.

C’è un mondo in Verdone, un mondo che ha conquistato i tic e le manie degli italiani, la suggestione di un uomo che ha preso il posto del grande Alberto Sordi, ma c’è anche e soprattutto un professionista serio e geniale che sa come catturare il pubblico, che conosce il linguaggio cinematografico e conosce anche noi, protagonisti inconsapevoli dei suoi film, dove una comicità tenera e ingenua si mescola a un’ironia feroce, a volte aggressiva, altre volte ancora strabica.

Aggiunse: “Ho sempre guardato a questo Paese con profonda attenzione, e penso che “Viaggi di nozze” sia un film capolavoro, nel senso che i coatti di “famolo strano” racchiudono i difetti e l’arroganza di tanti italiani. In quel film c’è un’Italia che va allo sbando, senza riferimenti, che viaggia al di sopra dei propri mezzi e non sa guardarsi dentro.

I personaggi di quel film vivono una solitudine davvero grande. Ma penso anche a lavori come “Gallo cedrone” e “Un sacco bello”, racchiudono elementi di un’Italia cialtrona e caciarona. In “Compagni di scuola” c’è Massimo Ghini che interpreta un sottosegretario ai Lavori pubblici; a un certo punto, si fa una pista di cocaina e se la fa con una ragazzina minorenne, interpretata da Natasha Hovey.

Sono stato il primo che ha portato sugli schermi questi temi, che ultimamente riempiono pagine intere di giornali”. Eravamo noi, quella sera il mondo di Verdone. Noi che applaudivamo e sorrideavamo di gusto quando raccontò di un viaggio in Africa con Sergio Leone negli anni ’80, e di un Massimo Troisi sciupafemmine.

Verdone raccontò anche di suo padre, di un esame di Storia del Cinema all’università: “Il giorno prima gli chiesi di interrogarmi su Fellini e Rossellini; l’indomani mattina, si presentò in università, mi diede del lei e mi interrogò su Dreyer.

Alla sera, gli domandai perché questa cattiveria nei miei confronti. Con una calma serafica, mi disse in dialetto toscano che non gli andava di promuovere il proprio figlio alla prima sessione, e che un mese non sarebbe poi stato nulla in confronto alla sua dignità di professore”.

Raccontò di una Milena Vukotic in “Bianco, rosso e verdone”, improbabile prostituta in un albergo sgangherato. La gente rise, applaudì a lungo. Credo che quella serata, di cui ricordo tanto, rimarrà nella storia del Bobbio Film Festival.

Credo che Carlo Verdone abbia rappresentato noi stessi attraverso i suoi personaggi. Lo accompgnava Ivo, un fidatissimo e fedelissimo segretario, mi combinò l’intervista. Facemmo amicizia. Ci ripromettemmo di sentirci. Lo richiamai. Il cellulare risultava sempre spento. Seppi alcuni mesi dopo che se n’era andato. Lo abbraccio oggi.

Mauro Molinaroli

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.