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“Ceta vantaggioso per le imprese italiane, un errore il mio voto contrario”

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Pubblichiamo l’intervento di Michele Giardino, consigliere comunale di Forza Italia, sul Ceta, l’accordo di libero scambio Ue-Canada approvato dal Parlamento Europeo nel 2017 e in attesa di ratifica da parte degli Stati membri

IL TESTO – Circa un anno fa ho votato a favore di un ordine del giorno presentato in Consiglio comunale da Fratelli d’Italia, contro la ratifica, da parte dell’Italia, dell’accordo commerciale tra Unione europea e Canada denominato CETA. Sebbene materia di competenza del Parlamento, il Consiglio può fornire alla suprema istituzione democratica nazionale segnali politici su materie di interesse pubblico diffuso.

In verità, ero alquanto scettico a riguardo, riuscendo a vedere nelle regole del libero scambio portate dalla globalizzazione, una chance per i nostri imprenditori, anziché una penalizzazione. L’indicazione di Forza Italia al gruppo consiliare fu di astenersi.

Il gruppo decise a netta maggioranza di non farlo. E così, obtorto collo, per superiori ragioni di unità, accantonai i miei dubbi e sostenni anch’io l’ordine del giorno contrario al CETA. Oggi, a un anno di distanza, emergono elementi e dati utili a rimeditare quella scelta.

La vicenda sviluppatasi in Italia sul CETA è emblematica di una insuperata regola sociologica: la protesta di pochi, rumorosi e organizzati riesce sempre a sopraffare l’interesse dei più, silenziosi e disarticolati. A schierarsi contro il CETA, allora come oggi, soltanto la Coldiretti, mentre tutte le altre associazioni di categoria, da Confagricoltura a CIA, erano e restano favorevoli.

Il CETA è un accordo commerciale tra Unione Europea e Canada, si diceva. Circa la sua entrata in vigore, il potere fra Bruxelles e le capitali degli Stati membri è stato condiviso: affinché l’azzeramento dei dazi e dei vincoli agli scambi in esso contenuto diventi definitivo, si devono pronunciare a favore del CETA tutti i parlamenti nazionali, non bastando le ratifiche del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri UE (dove pure sono rappresentati i singoli governi nazionali).

In attesa che ciascun parlamento decida se esercitare, oppure no, un veto sull’intesa, europei e canadesi hanno deciso di compiere un passo avanti: da settembre 2017 è stata applicata la soppressione – ovviamente in via provvisoria – del 98% dei dazi e dei vincoli alle vendite di prodotti europei in Canada, e viceversa.

Le esportazioni del made in Italy verso il Canada, a fine giugno 2018, sono risultate già in aumento di circa l’8%. E le premesse sono tutte a favore di un incremento progressivo del dato. Se soltanto uno dei parlamenti dei 28 Paesi della UE (esclusa Londra) rifiutasse di approvare il CETA, si tornerà ai dazi commerciali ovvero al livello di export precedente, più basso.

Il made in Italy ha venduto all’economia canadese, negli ultimi anni, prodotti per circa cinque miliardi di euro, registrando un surplus nella bilancia commerciale di più di tre miliardi. Quindi stravince negli scambi con una delle economie più avanzate al mondo. Con il CETA, questa posizione di vantaggio ha chiaramente iniziato a rafforzarsi.

Un aspetto particolare riguarda i formaggi venduti in Canada: ammonta a circa 50 milioni il fatturato l’anno per i produttori del settore, pari allo 0,91% dei fatturati dell’Italia nel paese nord-americano. Anche per gli amati derivati del latte, il governo di Ottawa ha fatto concessioni: fra i 149 alimenti europei da ora più protetti grazie alla denominazione d’origine – di cui 39 italiani – figurano vari pecorini, mozzarella di bufala, grana padano e parmigiano reggiano, gorgonzola, asiago, fontina, taleggio e provolone. Prima, nessuno di questi marchi era riconosciuto in alcun modo. Discorso analogo può farsi per i vini.

Coldiretti, monopolizzando la discussione pubblica sul CETA, ha provato a far prevalere la posizione dei suoi iscritti su quella di tutti gli altri operatori economici italiani. Il CETA non riguarda soltanto i prodotti agroalimentari, ma tutte le merci e i servizi italiani che interessano al mercato canadese.

Tra i capisaldi dell’intesa ci sono, infatti, oltre alla tutela dei prodotti agroalimentari, soprattutto l’abbattimento dei dazi e la semplificazione degli investimenti per aprire i rispettivi mercati alle imprese dell’uno o dell’altro partner. Una minoranza del settore agroalimentare, invece, ha preteso di imporre la sua volontà non solo a quei suoi “colleghi” agricoltori favorevoli all’accordo, ma a tutti gli altri imprenditori italiani che generano il restante 98% degli affari in Canada.

E ciò, a mio avviso, a causa di una visione ideologica pregiudizialmente contraria al mercato globale e alle regole del libero scambio, e quindi di fatto protezionistica.

Per il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, sarebbe un grave errore chiudere al CETA (come ha prospettato un paio di mesi fa il vicepremier e ministro dello sviluppo economico, il pentastellato Luigi Di Maio, ospite di Coldiretti).

“Con quel trattato di libero scambio, l’Italia esporta di più – ha detto Boccia – Secondo i dati, il CETA apre e non chiude all’Italia. Bisogna quindi interpretarlo in una chiave d’interesse nazionale e non di singola categoria. All’Italia conviene il CETA perché siamo un Paese ad alta vocazione all’export. E attraverso l’export creiamo ricchezza”.

Per fortuna, il ministro leghista dell’agricoltura Gian Marco Centinaio ha ammorbidito la iniziale avventata posizione assunta dal governo con le dichiarazioni del succitato vicepremier e ministro grillino. Confermando la volontà di ridiscutere il CETA sulle parti critiche e certamente migliorabili, ha scelto di sospendere il giudizio ancora per un anno, allo scopo di verificare gli effetti dell’accordo commerciale sull’economia del nostro Paese: “Se i produttori ci diranno che è stata un’annata positiva, allora vedremo se votare a favore – ha detto Centinaio – Contemporaneamente, se si dovesse votare in modo positivo al CETA, vogliamo un accordo bilaterale parallelo per andare a tutelare i prodotti italiani rimasti fuori dal CETA. E i canadesi hanno accettato”.

Per quanto mi riguarda, mea culpa.

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