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Lettera su Veleia in 3d. La risposta dell’architetto Bissi

Riceviamo e pubblichiamo una nota firmata dall’architetto Manrico Bissi in risposta al precedente intervento dell’architetto Giovanni Olcelli, sul render 3D di Veleia, che Bissi ha realizzato insieme al grafico Cristian Boiardi e all’archeologa Annamaria Carini.

\La lettera – Gentile redazione di PiacenzaSera,

ho letto con sincero rammarico l’intervento del collega Olcelli, pubblicato domenica 9 settembre e dedicato al modello ricostruttivo 3D di Veleia Romana: modello elaborato cinque anni or sono da un team di lavoro composto dal sottoscritto, architetto Manrico Bissi, dal grafico Cristian Boiardi e dall’archeologa Annamaria Carini (già conservatore del Museo Civico Archeologico di Piacenza).

Nel suo scritto, il collega Olcelli stronca il nostro modello 3D, stigmatizzandone i presunti errori stilistici, compositivi e strutturali, per poi bollarlo come una vera e propria “fake news”: in pratica una “bufala”, tanto più grave perché rivolta contro la dignità storica di un bene pubblico vincolato. In tono pungente, e con piglio da esperto, il collega Olcelli conclude il suo intervento affermando che il risultato visivo del 3D sarebbe stato ben differente se le nostre elaborazioni, del tutto errate, fossero state sostituite con altre formulazione più corrette.

A fronte della sua sicurezza e solidità di opinioni, mi chiedo perché il collega Olcelli (esperto conoscitore dell’Architettura classica, e capacissimo di produrre disegni 3D) in questi ultimi cinque anni non abbia mai proposto un suo modello ricostruttivo di Veleia: vista la coerenza delle sue certezze storico-costruttive, la bontà del risultato sarebbe stata più che garantita. D’altro canto, è molto più comodo criticare il lavoro altrui, piuttosto che proporre in concreto le proprie soluzioni.

Fatta salva questa premessa, ritengo che sia mio dovere rispondere puntualmente alle critiche mosse dal collega Olcelli: non soltanto per difendere la validità del lavoro al quale ho preso parte, ma anche per rendere giustizia alle capacità e alla reputazione dei professionisti con i quali ho avuto il piacere di collaborare nell’ambito di questo progetto. A tal proposito, le critiche mosse dall’architetto Olcelli possono riassumersi nelle seguenti motivazioni:

Primo: l’Architettura classica si fondava su proporzioni e composizioni rigorose, ripetute serialmente in tutto il mondo greco-romano; Secondo, la ricostruzione del foro di Veleia sarebbe errata perché tutti gli elementi architettonici appaiono incompleti o combinati tra loro in modo incongruo; Terzo, molti elementi architettonici risultano bianchi, anziché dipinti; Quarto, il prospetto nord della basilica (verso il foro) risulterebbe sorretto “a sbalzo” sulla sequenza delle semi-colonne sottostanti.

Pur nella ovvia necessità di sintesi, provvedo di seguito a fornire puntuali e precise risposte, riservandomi la facoltà di approfondire ogni singolo tema in sede più specifica.

PUNTO PRIMO – Il collega Olcelli afferma che, tutto sommato, l’Architettura greco-romana può essere schematizzata in modo semplice, riassumendosi nei cinque “stili” o “ordini” costituiti dall’insieme di tutte le componenti strutturali (basi, colonne, capitelli, architravi, fregi, ecc…): secondo Olcelli, tali “ordini” si troverebbero riproposti con grande e confortante serialità in tutto l’ecumene classico, dal Vallo di Adriano fino alla Mesopotamia, senza evidenti variazioni. Una convinzione non soltanto ingenua, ma addirittura completamente assurda: basti pensare al Colosseo di Roma, dove i tradizionali “ordini” classici si trovano combinati con uno schema strutturale “ad arco” anziché “a trabeazione” (ossia trave-pilastro), con relativa alterazione delle “normali” regole compositive vitruviane. Se il collega Olcelli si fosse preso il disturbo di studiare i rilievi delle rovine di Veleia (eseguiti dal Berzolla e dal Frova), avrebbe constatato che le proporzioni classiche vi si trovano leggermente modificate: inevitabile adattamento ad un terreno irregolare di collina (la pianta del foro non è perfettamente rettangolare) e alla necessità di intervenire su fondazioni e strutture preesistenti.

PUNTO SECONDO – Olcelli si scandalizza perché l’ordine corinzio del “tempio” (lato nord del foro) dovrebbe prevedere cornici, fregi e intagli che sono invece assenti dal nostro modello 3D. Già di per sé stessa, la sua critica è invalidata da un grave errore: da diversi decenni ormai, gli studiosi hanno escluso che l’edificio colonnato a nord del foro fosse un tempio; l’ipotesi più concreta (che però Olcelli sembra ignorare) identifica il fabbricato come un “propileo”, ossia un ingresso monumentale alla piazza.

Tornando alla nostra trabeazione “troppo spoglia”, la mancanza di modanature è dovuta proprio alla volontà di non spacciare informazioni false: gli scavi non hanno restituito alcun frammento di tali elementi architettonici, e perciò abbiamo preferito evitare invenzioni arbitrarie limitandoci alla grafica di uno spessore neutro, ispirato alle dimensioni classiche ma senza elementi aggiuntivi che non fossero riscontrati dalla documentazione archeologica. Olcelli appare inoltre sconcertato dal sistema costruttivo dei lati lunghi del foro, connotati da colonne e capitelli di ordine tuscanico; a suo dire, la nostra ipotesi consisterebbe in un «primitivo architrave monolitico», ovviamente troppo spoglio e incompatibile con il sistema delle coperture ai lati della piazza: un guazzabuglio assurdo, che Olcelli arriva a definire come «una novità assoluta».

Ebbene questa “novità assoluta” è validamente documentata sia negli antichi testi di Vitruvio (il collega, da buon classicista, dovrebbe conoscerli) che nel complesso forense di Pompei, non a caso restaurato nel I secolo d.C. proprio come il foro di Veleia. In pratica, per coprire grandi luci da una colonna all’altra si faceva ricorso ad una trave di legno, sulla quale venivano poi appoggiati i vari segmenti lapidei: il tutto veniva armonizzato tramite stuccatura esterna ad imitazione della pietra, dando la sensazione visiva di un corpo lapideo. Anche in questo caso, abbiamo evitato la stesura di cornici e modanature (così come i punti di giunzione tra i diversi segmenti lapidei) così da restituire un’immagine globale semplificata, e priva di dettagli non verificabili in termini archeologici.

Altro elemento che turba i sonni del collega Olcelli sembra essere la presenza dei cassettoni: in effetti non vi sono certezze in merito alla loro presenza nel portico forense di Veleia; tuttavia il sistema a telaio ligneo individuato nel foro di Pompei (al quale si è già fatto riferimento) sembra compatibile con la presenza di cassettoni lignei, stuccati a finta pietra.

PUNTO TERZO – Olcelli biasima il candore degli elementi lapidei presenti nel nostro modello 3D, ma a questo punto dovrebbe aver ormai compreso che non avevamo dati archeologici sufficienti per “inventare” le tinte originarie di colonne, cornici e capitelli del foro veleiate: unica eccezione, i muri di fondo delle “tabernae”, per i quali si sono proposte alcune coloriture molto semplici e ripetitive a puro scopo grafico.

Per quel che riguarda invece gli ambienti ad ovest del “propileo”, vi si riconosce un dipinto murale ispirato all’antica ars topiaria (scene vegetali), di cui si sono rinvenute tracce documentate dai primi scavi archeologici condotti in loco.

PUNTO QUARTO – L’architetto Olcelli conclude biasimando l’assurdità del prospetto settentrionale della basilica, dove le semicolonne sembrano sorreggere il muro superiore come se questo fosse “a sbalzo”. Ebbene il collega avrebbe dovuto essere un po’ meno polemico e un po’ più attento nella sua analisi visiva: in tal modo, avrebbe notato che le semicolonne reggono soltanto la prosecuzione della trabeazione dei portici, mentre il muro finestrato superiore prosegue perfettamente in asse con quello inferiore, mantenendone quindi il filo esterno. Ciò è ben visibile dal bozzetto che illustra il prospetto nord della basilica [fig.1], oltreché da un ingrandimento del relativo render 3D [fig.2].

 prospetto nord della basilica

Concludendo, tengo a precisare che l’obbiettivo del nostro modello 3D non era certamente quello di indagare ogni singolo, minimo dettaglio architettonico o strutturale dell’antico foro di Veleia; al contrario, volevamo semplicemente proporre una lettura volumetrica e spaziale di quelli che dovevano essere i rapporti architettonici tra i vari edifici che componevano il foro. Il collega Olcelli si preoccupa per l’assenza di una cornice o per la semplificazione di un intaglio nei fregi corinzi, ma sembra non rendersi conto che il vero, grave problema dell’area archeologica di Veleia sta proprio nella sua incomprensibilità all’occhio del visitatore.

Render 3d Veleia

Prima di interrogarsi sulla presenza o meno di cassettoni, il turista vuole almeno capire quanto fosse alta la basilica, dove fossero le sue porte d’ingresso, come fossero disposti i suoi tetti. Prima di chiedersi se un capitello è ionico oppure tuscanico, il visitatore vuole capire come erano fatte le botteghe lungo i portici, o quanto era lungo il colonnato al quale apparteneva. Prima di interrogarsi sui colori che decoravano le colonne e i fregi, i turisti vorrebbero poter capire com’era fatto il “propileo”, e dove si poteva arrivare attraversandolo.

Il nostro modello 3D presenta certamente errori, lacune e imprecisioni; ma credo che possa offrire se non una risposta almeno un valido suggerimento su quale fosse l’aspetto del foro di Veleia in epoca alto-imperiale, e su come funzionasse in termini di organismo edilizio e urbanistico. Potevamo fare meglio? E’ possibile. D’altro canto, il nostro modello è stato elaborato (gratuitamente, senza alcuna retribuzione) con la partecipazione diretta di un’archeologa nota e stimata; in seguito, è stato presentato ad un convegno internazionale che ha visto la partecipazione di numerosi accademici del settore (nessuno dei quali ha mosso alcuna critica al nostro 3D); infine, è stato pubblicato e diffuso nella letteratura specialistica, e per cinque anni non ha incontrato critiche né obiezioni.

Dunque, possono esservi soltanto due spiegazioni: o i vari archeologi, architetti e storici che hanno esaminato in precedenza il nostro 3D sono del tutto incompetenti, e non sanno nulla di Architettura classica; oppure il collega Olcelli, folgorato dallo spirito-guida di Vitruvio, ha voluto dar sfoggio delle proprie conoscenze storico-architettoniche spaccando il proverbiale capello in quattro.

Ai posteri l’ardua sentenza.

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