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Madama Butterfly conquista Palazzo Farnese foto

Prima di parlare del successo artistico della Madama Butterfly che, dato il valore del cast, era scontato, occorre sottolineare lo straordinario – e per certi aspetti clamoroso – successo popolare di questo minifestival lirico a Palazzo Farnese organizzato in due tempi dalle nostre associazioni liriche, la Tampa Lirica e Gli Amici della Lirica.

Anche per la serata di sabato sera tutto esaurito già una settimana prima. Quasi impossibile avere un posto a tavola per la cena abbinata allo spettacolo, mentre per ospitare le richieste del pubblico, con spettatori provenienti anche da città lontane come Torino, Mantova e Verona si sono dovute aggiungere diverse file di sedie tanto da occupare quasi completamente il capace cortile del Palazzo.

Questo, oltre a gratificare gli organizzatori con in testa Giuliana Buonocore con tutti i componenti del sodalizio degli Amici della Lirica da lei presieduto, a conferma della popolarità dell’opera lirica e della capacità di allestire spettacoli di livello non solo al teatro Municipale. Sarebbe, dunque, auspicabile nel futuro coordinare queste iniziative con un calendario estivo, sempre a Palazzo Farnese, naturalmente con il sostegno degli enti pubblici e di sponsor privati.

Se Puccini aveva aperto la stagione farnesiana con Turandot lo stesso musicista l’ha chiusa con la Butterfly, entrambe le storie ambientate nell’estremo oriente con finali esattamente all’opposto. Se nella prima l’amore redimeva e rendeva felice Turandot, nella seconda sempre l’amore prima illude e poi uccide Cio-Cio-San.

Due storie diverse, dunque, ma entrambe sostenute da una musica di rara bellezza ed intensità. 
Puccini amava le donne ed a loro ha dedicato note liriche di grande sensibilità e, a volte, drammaticità. 
La Butterfly è un’opera permeata di una raffinata tristezza che solo l’arte sa esprimere nel conflitto di due mondi, quello orientale e quello americano, uniti solo nel dramma.

Per questo la “Madama Butterfly” è tra le opere più amate e più rappresentate nel mondo, sempre capace di commuovere e di toccare le corde dei sentimenti più profondi. 
Grazie alla bravura degli artisti e dell’egregio lavoro di costumisti, luci, coreografi e regia (complimenti alla signora Giuseppina Campolonghi) il pubblico ha potuto apprezzare la spettacolarità dell’opera, anche se la ridotta orchestra non ha potuto esprimere tutte le sottili delicatezza della musica di Puccini.

Naturalmente i maggior consensi li hanno raccolti gli interpreti canori; soprattutto la bravissima Renata Campanella, che ha espresso il meglio nella seconda parte quando ha potuto esaltare le sue eccellenti doti canore con drammaticità e tecnica musicale di prim’ordine: una ragazza, catanese di origine ed abitante a Salsomaggiore con marito bussetano, ormai matura per le scene più importanti. Sarà interessante sentirla in dicembre a Fidenza nell’Andrea Chenier.

Anche Antonio Corianò, nelle vesti di Nat Pinkerton, ha convinto pur avendo un timbro di voce un po’ particolare e contraddittorio perché sempre forzato ed intenso; così, a volte, sembra incontrare difficoltà nei legati, ma nel complesso regge bene il ruolo superando anche gli scogli più ardui.

A contribuire al successo della rappresentazione ci sono state le prestazioni di Rossana Rinaldi, una Suzuki sicura vocalmente e scenicamente, e di Pier Luigi Dilengite che ha dipinto un Sharpless con padronanza e vocalmente gradevole. 
Im Suntae (Goro), Davide Murfa (Lo zio Bonzo), Sanyong Hwang (Il principe Iamadori) e Elisa Campelli hanno svolto degnamente il loro ruolo, come il coro Lirico Città di Piacenza.

Infine il direttore dell’orchestra Filarmonica Italiana Jacopo Rivani ha dovuto faticare assai alle prese con un’orchestra forzatamente ridotta, forse per questo la sua direzione ci è apparsa pregevole anche se un po’ lenta.

Luigi Carini


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