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Valorizzare Veleia: due diverse possibilità di farlo

In questo contributo inviato alla redazione di PiacenzaSera.it, l’architetto Giovanni Olcelli, dopo aver messo in evidenza la valorizzazione del Foro di Veleia in senso romantico (LEGGI LA VERSIONE INTEGRALE), legato al fascino delle rovine, operato dal Festival del Teatro Antico svoltosi nello scorso luglio, sottolinea una differente possibilità di valorizzazione dell’Antico visto in senso “classico”.

Ecco il testo

Per la sensibilità romantica, il fascino delle rovine, opera più del tempo che degli uomini, consiste proprio nella loro incompiutezza, testimonianza concreta, tangibile, della fine del mondo antico.

Alla base dell’atteggiamento classico nei confronti dell’antichità si trova l’interesse, la curiosità nel senso più nobile cioè quello di conoscere. Le ricostruzioni di antichi monumenti, fatti da storici e archeologi, che troviamo nei libri di storia dell’architettura antica assolvono, sostanzialmente, a questo tipo di interesse verso l’antichità.

Una prima ricostruzione del foro di Veleia venne operata all’inizio dell’Ottocento dall’architetto neoclassico Giovanni Antolini.

Dopo circa duecento anni è apparsa su internet una nuova ricostruzione intitolata come segue: “Dalla cartografia settecentesca alla computer grafica: Proposta di rendering del Foro di Veleia; Annamaria Carini, Museo Archeologico di Palazzo Farnese – Piacenza; Manrico Bissi e Cristian Boiardi, Museo Archeologico di Palazzo Farnese – Piacenza.

Iniziativa di cui il primo settembre 2017 ha dato notizia la stampa locale dedicandole un servizio dal titolo “Veleia Romana rinasce su internet: spopola la ricostruzione 3D”.

Da prendere in seria considerazione è il fatto che la medesima ricostruzione può vantare il vaglio della stampa specializzata, essendo comparsa, in forma ridotta ma con testo esplicativo completo, negli “Atti del IV congresso di Studi Veleiati” del 2013.

Il nostro scopo è effettuare una breve analisi del suddetto “3D” confrontandolo con alcuni termini di riferimento fondamentali per una ricostruzione: gli “ordini di colonne” detti anche più correttamente “ordini architettonici”. In pratica andremo ad osservare in che modo sono stati ricostruiti gli “ordini architettonici” che qualificavano e davano forma all’antica piazza di Veleia.

Tracciare uno schema storico degli ordini architettonici è relativamente semplice: inventati dai Greci , i tre ordini architettonici – dorico, ionico, corinzio – sono stati adottati dai romani che vi hanno aggiunto quello tuscanico e quello composito.

La cosa più evidente per cui vengono comunemente identificati gli ordini classici è la forma dei loro capitelli ma non è un dato sufficiente perché un ordine architettonico non è fatto solo della colonna e del capitello.

Olcelli Veleia

Ognuno dei cinque ordini, infatti, è costituito da due parti principali, la colonna e la trabeazione, ciascuna di esse poi è divisa in tre membri: la colonna, nella base, nel fusto e nel capitello mentre la trabeazione è divisa in architrave e cornice.

Poi c’è il fatto, importantissimo, che gli ordini venissero costruiti secondo regole che riguardavano ciascuna delle loro parti e la loro combinazione. E non è un caso che nei libri di storia dell’architettura si parli di “canone degli ordini”, “meccanica degli ordini”, “sistema degli ordini”, “grammatica degli ordini” ecc.

Le colonne di ciascun ordine da quella tuscanica a quella dorica a quella ionica a quella corinzia fino a quella composita erano progressivamente più slanciate.

Olcelli Veleia

E a questa progressione in altezza ne corrispondeva una in eleganza: nel procedere dall’ordine tuscanico a quelli successivi, via via più raffinati, al crescere graduale dello slancio  delle colonne si accompagnava una corrispondente maggior ricchezza di ornamenti delle parti che le costituivano e  delle trabeazioni da esse sostenute.

Quanto detto sin qui oltre ad essere una descrizione telegrafica degli ordini (con tutte le omissioni e le semplificazioni che questo comporta) è anche una loro lettura ideale”.

Olcelli Veleia

Procediamo seguendo le immagini che abbiamo trovato su internet cercando “Veleia 3D” : una immaginaria telecamera in movimento ci mostra la ricostruzione del foro di cui, come programmato, andiamo ad osservare da vicino gli ordini architettonici.

Focalizziamo l’attenzione su quattro diversi aspetti della ricostruzione di cui stiamo parlando. Il primo di essi è costituito da un dato tutto sommato sovrastrutturale, ma che ha anch’esso una storia, che le conoscenze sull’architettura romana sono in grado di restituirci: tutte le parti degli ordini architettonici, sia quello tuscanico che quello corinzio, compresi i soffitti a cassettoni che li completano, appaiano di un unico colore bianco forse leggermente attenuato da “effetti materici” dati alle colonne.

Una soluzione decisamente improbabile – a mio giudizio –  perché sappiamo che ad identificare l’architettura antica, quella greca in particolare, con la “bianca perfezione dei suoi marmi, è stato il gusto neoclassico settecentesco mentre, in realtà, i romani(così come i greci) prediligevano i colori vivaci e la varietà cromatica.

Sulla ricostruzione degli ordini – corinzio e tuscanico – occorre sottolineare rispettivamente i seguenti errori rispetto al “canone” classico. Le quattro colonne di ordine corinzio che formavano il porticato antistante il “tempio” (detto pronao) sono state completate da una trabeazione a cui manca la cornice finale in aggetto e non è leggibile, nella trabeazione stessa, alcun accenno alla suddivisione nelle tre parti canoniche che la costituiscono (architrave, fregio, cornice).

Non solo, manca qualsiasi modanatura, profilo o lavoro di intaglio che possa in qualche modo rendere ragione del più ricco ed elegante degli ordini classici. Per il completamento delle colonne di ordine tuscanico che formavano i porticati sui lati lunghi della piazza…

La scelta degli Autori è stata.una novità assoluta: hanno calato sulle colonne una specie di primitivo architrave monolitico senza nessuna gronda ne modanatura che va a coprire, come uno strano “muro d’attico”, il tetto retrostante che neppure si capisce come avrebbe potuto trovare un appoggio tanto si trova vicino al livello dei capitelli.

A proposito della ricostruzione dei soffitti a cassettoni, il primo errore, quello concettualmente più grave, è stato che due soffitti  identici siano stati posizionati sopra a due ordini architettonici che si trovano agli estremi opposti di un ideale gradazione che va dal più rustico (l’ordine tuscanico) al più raffinato (l’ordine corinzio).

Poi c’è il modo in cui i soffitti a cassettoni sono stati disegnati: un astratto reticolo fatto di quadratini in cui i cassettoni sono quasi privi di profondità – molto simili per la loro schematicità a un “retino” (una volta le immagini preformate venivano chiamate in questo modo).

Quindi sicuramente troppo poco per il pronao di un tempio e troppo per un porticato tuscanico in cui molto probabilmente il soffitto era costituito da semplici travetti inclinati.

L’ultima parte da prendere in esame è la facciata della basilica verso il foro. Nella ricostruzione la facciata risulta scandita nella sua parte inferiore da una serie molto ravvicinata di “semicolonne” tuscaniche.

Sopra i capitelli però non compare una trabeazione a completare l’ordine, come sarebbe normale, ma un muro che va a sbalzo rispetto alla sua parte sottostante. In tal modo non si ha la classica disposizione: parete portante ed apparato decorativo sovrapposto ed autonomo, insieme all’assurdità costruttiva di un muro che aumenta di spessore passando dal livello più basso a quello superiore.

E’ il caso di fermarci qui: un commento su quanto abbiamo descritto è inutile. L’unica cosa che possiamo dire è che se a tutte le sconnesse soluzioni che abbiamo rilevato sostituissimo altrettante risposte, filologicamente corrette, ci troveremmo di fronte un risultato, anche esteticamente, ben diverso.

Quale sia la ragione di tutto questo, di questa vera e propria “fake news” storico – culturale non sta a chi scrive indagare. Quello a cui deve rispondere il sottoscritto è perché occuparsi di questo argomento, perché parlarne. Che dipenda da un personale interesse per l’architettura antica è pacifico e, come tale, non conta nulla. Quello che conta è che non ha nulla di personale, è il fatto che Veleia sia un bene pubblico.

La serie di vincoli e prescrizioni, destinati alla sua tutela, proibiscono qualsiasi intervento che non sia di sostanziale conservazione di ciò che esiste ma è ovvio che non esiste una normativa che possa impedire a chicchessia di cimentarsi con la sua ricostruzione realizzata attraverso disegni bidimensionali o 3D (fatti o meno a computer), modelli tridimensionali ecc.

Quando però qualcuno, come in questo caso, presenta il proprio lavoro ricostruttivo come “proposta”, come “work in progress” da “emendare”, in un convegno scientifico del 2013 (gli “Atti del IV Congresso di Studi Veleiati..” cui abbiamo accennato) ed il risultato è che quattro anni dopo, quello stesso lavoro, ricompare – questa volta su internet – per nulla emendato ma “potenziato” da immagini in movimento, qualche domanda sul valore che viene attribuito alla conoscenza degli antichi monumenti da chi ha il compito, forse non istituzionale , ma certamente culturale di occuparsene è sicuramente il caso di porla.

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