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Via Roma ‘assaggio’ di mondo “Qui si può vivere bene se ci si mette in gioco”

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Dietro il luogo comune di Via Roma ci sono le persone che ci vivono. La nostra inchiesta, che già annovera le interviste a Tiziana Ponzini, a Gabriele Riccardi e al nuovo parroco di San Savino a cura di Micaela Ghisoni, prosegue con una nuova testimonianza. (foto di Sergio Ferri)

A parlare è Francesca Bertuzzi, farmacista in via Roma e anche residente nel quartiere, che ci offre al sua chiave di lettura di commerciante e di residente al contempo.

“In questi anni ho capito che per cambiare davvero qualcosa – dice – occorre essere cittadini attivi, pronti a mettersi in gioco in prima persona: proporre e sviluppare nuove idee, rifuggire sterili vittimismi e collaborare con le istituzioni”.

L’intervista a Francesca Bertuzzi

Perchè risiedi nel quartiere Roma? Si tratta di una scelta, una circostanza, o piuttosto una necessità?
Quando cercavo casa escludevo tutte le inserzioni che proponevano appartamenti nel quartiere Roma pur lavorandovi. Un annuncio traditore mi portò però a visitare la casa in cui abito ora, di cui mi innamorai a prima vista. Così da 17 anni abito e lavoro qui.

Via Roma e l’intero quartiere fanno parte della Storia di Piacenza. Eppure sono luogo di transizione e mutamento, crogiolo di incontro e scontro tra individui e culture differenti. Qual è il tuo rapporto con luoghi e persone del quartiere? Ho imparato nel tempo ad apprezzare il quartiere e ad amarlo: per questo motivo collaboro attivamente con tutte le realtà che si occupano della sua riqualificazione (scuola, oratorio, associazione quartiere Roma).

Via Roma è sempre stata molto importante dal punto di vista commerciale: tanti negozi e botteghe artigiane. Ora purtroppo le saracinesche chiuse sono veramente troppe e le attività sopravvivono a fatica. Mi piace però immaginare il quartiere come un “assaggio di mondo”: attività tradizionali accanto a negozi etnici; laboratori artigianali e botteghe artistiche.

Roberta Bertuzzi

In un momento di grave crisi migratoria e politiche scottanti sul tema, il quartiere Roma può apparire la proiezione locale di problematiche e polemiche più ampie (alto tasso di stranieri fino alla sostituzione etnica, condizioni abitative scadenti, degrado, delinquenza). E’ davvero così secondo te?
Il quartiere è sicuramente la proiezione di un momento difficile per il nostro Paese. Stando ai dati, la percentuale di stranieri è la più alta della città.

Accanto a famiglie extracomunitarie che da anni risiedono qui, lavorano e a tutti gli effetti sono da considerarsi nostri concittadini, c’è un’alta concentrazione di persone che, non riuscendo o non volendo trovare un ruolo nella nostra società, delinque e vive di espedienti.

Come ti trovi in merito a vivibilità e sicurezza della zona?
Delinquenza e incuria generano insicurezza e degrado, fomentando gli animi di chi ama polemizzare ad ogni costo e infangare il quartiere. Il circolo che si genera non è certo virtuoso.

Hai riscontrato cambiamenti nel corso del tempo?
In questi anni ho capito che per cambiare davvero qualcosa occorre essere cittadini attivi, pronti a mettersi in gioco in prima persona: proporre e sviluppare nuove idee, rifuggire sterili vittimismi e collaborare con le istituzioni (spesso imbrigliate da troppa burocrazia per agire in modo incisivo) rappresentano i primi passi fondamentali verso un cambiamento efficace e duraturo.

Le diverse iniziative promosse, volte alla riqualificazione del quartiere, ti risultano valide ed efficaci?
Nel tempo il quartiere ha dimostrato una vitalità che difficilmente si riscontra altrove. Tantissime le iniziative, tutte partite dal “basso”, ossia dalla buona volontà di commercianti e residenti: mercatino mensile, festa di carnevale, festa dei “matti da galera “, cene all’aperto, presentazione di libri, conferenze, concerti.

Credo che questo serva a portare in quartiere chi di solito non viene e a far capire alla città che qui si può vivere bene, si può lavorare, ci sono scuole d’eccellenza, i giardini più belli, opere d’arte, le nostre origini e la nostra cultura; e che quindi si debba tornare ad occupare questi spazi.

Cosa auspichi, o ti aspetti, per il futuro della zona?
Per “riqualificazione” non si dovrebbe intendere un nostalgico ritorno al passato: chi da sempre vive nel quartiere ha infatti ricordi di un tempo che non tornerà più. Il desiderio dovrebbe invece essere quello di trovare un giusto equilibrio tra ciò che è stato e ciò che è diventato il quartiere.

Sarebbe quindi auspicabile che l’intera zona arrivi a rappresentare una “risorsa in controtendenza”, dal punto di vista commerciale e umano: non omologata, multiculturale, ma che richiami anche le origini del quartiere, in cui si andava dal fornaio e dal salumiere solo per scambiare qualche parola e ci si conosceva tutti.

Micaela Ghisoni

(5- continua)

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