Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Nave in bottiglia

Amarcord Francesco Guccini, in via Paolo Fabbri, 43

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Tornano i ricordi di Mauro Molinaroli, con la sua nuova “Nave in bottiglia”.

AMARCORD FRANCESCO GUCCINI, IN VIA PAOLO FABBRI 43

A volte, ricordando a gli anni lontani, quella della mia adolescenza per intenderci, che poi erano gli anni Settanta, anni molto vivi e di buon fervore culturale, penso che una cometa abbia sfiorato il nostro pianeta.

Mi piace l’idea che la sua coda si sia sbriciolata al contatto con l’atmosfera, e che minuscoli frammenti di pulviscolo alieno siano precipitati verso la crosta terrestre.

Impregnando una striscia di terra sorta intorno a una strada leggendaria, la via Emilia, nata più di 2200 anni fa e fondata da un console romano, Marco Emilio Lepido, e al maestoso quanto intrigante fiume Po.

Voglio anche pensare che al contatto con la grassa terra i frammenti di pulviscolo alieno siano diventati spore che si sono insediate sotto i campi ai due lati della via Emilia, e dal sottosuolo abbiano iniziato a bombardare gli esseri umani di radiazioni dagli effetti imprevedibili.

Alcuni dei cervelli bombardati, incrostati da secoli di anolini in brodo, Gutturnio e da ere geologiche di derivati del maiale, protetti da un fitto foderame di insaccati, potrebbero avere inconsapevolmente neutralizzato la radiazione.

Ho sempre pensato che Francesco Guccini fosse esente da questo genere di radiazioni. Da qualsiasi tipo di contaminazione. Perché Guccini era un poeta, un amico che avrei voluto conoscere, un uomo coi sentimenti scritti in faccia. La barba incolta, i lunghi capelli e la storia dentro. La storia di milioni di oppressi, nei quali intravedevo anche mio padre.

Inutile che cerchi di girarci attorno, appartengo alla generazione che ha visto in questo anomalo professore bolognese una sorta di amico vero, da frequentare. O quanto meno da ascoltare. Con il cuore.

Ed è così che un giorno, nel lontano 1976, decisi di recarmi a Bologna. Giunto in stazione, chiesi del rione Cirenaica. Sta vicino all’ospedale Sant’Orsola.

Ero un giovane studente allora. Trovai quel quartiere. Mi feci coraggio e cercai via Paolo Fabbri. Giunto al civico 43, mi fermai. Molta, tanta, troppa emozione. Decisi di aspettare, neppure io so cosa. Vidi arrivare un altro gruppetto di studenti.

Ragazzi fuorisede probabilmente, forse al primo anno a Bologna. Anch’essi si aggiravano timidamente intorno al portone di via Paolo Fabbri 43. Li sentivo confabulare con i loro accenti misti, cose del tipo: “Ma abita veramente qui?”. Li seguii. Con loro attraversai la strada, feci una cinquantina metri a piedi fino all’osteria da Vito.

All’inizio pensai di essere entrato per sbaglio in un bar scalcinato. Poi notai le foto alle pareti, e capii di essere nel posto giusto. Nella sala a sinistra, tra i tavoli con la tovaglia a quadretti bianchi e rossi, poteva esserci Guccini, il cantautore che ero andato a cercare. E forse la sua voce poteva rimbombare da una stanzetta nel retro, perché Francesco Guccini là giocava a tarocchino. Non c’era, c’ero però io.

Via Paolo Fabbri 43, oltre che l’indirizzo di casa, è il titolo di un bell’album gucciniano. Conteneva, tra le altre canzoni, L’avvelenata, un grande classico dei chitarristi da spiaggia di allora. Quelli meno teneri, meno scanzonati, vagamente impegnati. Più Francesco che Battisti per intenderci.

Ma Via Paolo Fabbrí 43, album del Poeta pubblicato nel ’76, rendeva nota la residenza del cantautore, forniva inesausto materiale ai chitarristi da ideologia, obbligati a impararsi anche La locomotiva, Eskimo, Dio è morto e Canzone per un’amica e proiettava un’indistruttibile immagine di Bologna nelle menti sognanti di tutti noi forestieri.

Eppure fa piacere, a sera andarsene per strade e osterie / vino e malinconie con due canzoni fatte alla leggera.

Bologna, il vino, gli amici, le osterie. Generazioni di studenti con in testa il mito di Bologna, dopo aver letto il Tondelli di Altri libertini e aver metabolizzato, Canzone delle osterie di fuori porta. Ma quegli studenti ai quali appartenevo anch’io trasfiguravano la provincia dolce e la voglia di libertà nei brani di Francesco Guccini.

C’era, in quei motivi, il gusto per tutto ciò che sapeva di noi. Giovani un po’ ribelli ma teneramente innamorati di tutto. E in quegli anni eravamo tutti pronti a fare l’alba coi caffè della stazione per neutralizzare il vino (sempre Guccini).

E quella stagione, segnata dalle note di una generazione di cantautori che ci hanno regalato brani straordinari, è soprattutto, per chi scrive, il ricordo di un erre accentuata, poesie in musica e di un’epoca lontana, dolce, sentimentale, autentica.

Mauro Molinaroli

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Commenti

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  1. Scritto da iw4cez

    Avrei un’altra teoria , Mauro : il pulviscolo alieno conteneva strane e misteriose sostanze chimiche che , passando dal terreno ai cibi della nostra meravigliosa terra , è stato introiettato dagli esseri umani , che però nella maggior parte dei casi non hanno avuto avuto alcun effetto collaterale. In alcuni, però, ha avuto uno straordinario effetto sul DNA , facendo comparire magicamente un filamento con sopra scritto ” ARTE ” . Come a te.