Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Nave in bottiglia

Il nuovo anno, la luna e la solidarietà perduta

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Una riflessione a cavallo tra il vecchio e nuovo anno nell’ultima “Nave in bottiglia” del 2018 di Mauro Molinaroli

Se ne va il 2018 che con coraggio ha festeggiato i cinquant’anni dal Sessantotto (ma quanto è forte in Italia la nostalgia per quell’anno; neppure il maggio francese è stato ricordato e celebrato tanto) e i cent’anni dalla fine del primo grande conflitto mondiale (una bella mostra ne ricorda alcuni aspetti a Palazzo Gotico).

Il 2018 ha anche dato il tributo d’addio a un genio del cinema come Bernardo Bertolucci che ci ha lasciato con i suoi meravigliosi film. Quest’anno ha visto poi troppe madri coraggio e tante giovani ragazze in cerca d’amore (e – purtroppo – anche di droga), morire a causa di uomini violenti e troppo possessivi.

Memoria, storia, ricordi; tutto si tende a mettere insieme pensando agli ultimi giorni dell’anno, soprattutto viene in mente il passaggio tra il vecchio e il nuovo secolo. Se se sono andati da allora 18 anni. Era l’ora zero del Duemila e le piazze gremite di gente, ci si immaginava un futuro migliore; fu l’11 settembre del 2001 a farci capire che saremmo stati in forte pericolo.

Ci pensò poi la crisi del 2007 a rimodellare equilibri, situazioni, povertà e ricchezze: da allora molte cose sono cambiate e anche la nostra percezione del futuro ha assunto significati diversi e nuove consapevolezze sono emerse, non tutte propriamente ottimistiche.

Non so se sia meglio oggi o se fosse meglio allora, penso però a quanto eravamo ingenui e semplici noi, ragazzi negli anni Sessanta, con la televisione in bianco e nero; abbiamo fatto la comunione sotto il Governo Tambroni e la cresima con il governo Moro; non abbiamo avuto il tempo di sentirci dire se eravamo intolleranti al lattosio o al glutine e, mentre i carri armati entravano a Budapest, eravamo ancora intenti a studiare la pascoliana Cavallina Storna.

Abbiamo assistito alla mutazione antropologica di operai che, anziché cantare l’Internazionale, si dilettavano a corteggiare la loro futura moglie con l’ultima canzone del Festivalbar e abbiamo visto passare la Madonna pellegrina al campo Daturi gremito di fedeli, gli stessi che qualche anno dopo col naso all’insù, avrebbero visto collocare l’Angìl dal Dom restaurato, in vetta alla torre campanaria della Cattedrale.

In questi ultimi giorni del 2018 viene da pensare che a noi, ragazzi negli anni del boom, hanno dato un Papa, Giovanni XXIII che si è messo a guardare la luna in mezzo alla processione del Venerdì Santo e ci ha puntato il dito sopra. Senza rendercene conto abbiamo avuto la sua carezza per tramite delle inesauribili mani delle nostre madri.

Abbiamo goduto delle battaglie dei padri per lo straordinario e per il contratto. Non abbiamo rinnegato la nostra identità, quella che con semplicità e laboriosità ci aveva cresciuti. Poi? Poi è quel mondo finito e noi, figli degli ex operai degli anni Cinquanta, abbiamo vissuto una sorta di mutazione sociologica e in questi ultimi anni anche genetica, che ci ha visti alle prese con nuove tecnologie e nuove organizzazioni del lavoro.

Ne abbiamo guadagnato sul versante della comunicazione globale, ma abbiamo perso molto da un punto di vista umano.

Di fronte al 2019 che è qui viene da chiederci come sarà questo nuovo anno; come le nostre vite sapranno adattarsi alle paure e ai continui mutamenti in corso. Dobbiamo però coltivare ogni giorno un PO’ di speranza, abbiamo l’obbligo di ritrovare la solidarietà perduta, il meglio di quel mondo andato che metteva in riga noi ragazzi di allora e che guardava alla luna.

Quella luna che poeti, musicisti, santi e navigatori hanno sempre osservato con grande curiosità. Nel 1969, un uomo vi mise piede per la prima volta. Cinquant’anni dopo possiamo dire che fu in parte una delusione, perche sulla luna non c’erano forme di vita.

Quella delusione non può però escludere la speranza verso il futuro.

Mauro Molinaroli

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