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Disertori e prigionieri di guerra, la storia del campo di detenzione di Gossolengo

Scavando nella memoria delle persone e rovistando tra la moltitudine di quelle note minutissime situate a margine dei libri, può capitare di imbattersi in fatti storici che fino a poco prima ignoravamo completamente.

Così è capitato a chi scrive, quando un paio d’anni fa, a seguito di ricerche su un alpino di ritorno dalle linee di trincea (siamo nel bel mezzo della Prima Guerra Mondiale, ndr) per rientrare nella sua Savona, a seguito di un’accusa di diserzione, fu internato in un enorme campo di prigionia a Gossolengo, alle porte di Piacenza.

Quest’anno cadono i cent’anni dalla fine della Grande Guerra e, proprio nel periodo di Natale del 1918 agli oltre 60mila prigionieri fu concesso di rincasare per far ritorno dalle loro famiglie. Come fosse la trama di un film a lieto fine.

I FATTI – Il 2 dicembre 1917 a Gossolengo si riversò improvvisamente un numero contingente di soldati italiani classificati come “disertori”, provenienti dal fronte. I prigionieri, accompagnati da milizie di custodia, vennero accolti negli spazi recintati del poligono del fiume Trebbia. Il castello fu adibito ad ospitare il Comando Generale della Valle.

Don Alceste Scarani (nominato arciprete di Gossolengo nel 1916) in una sua cronaca descrisse, con note a tratti anche forti, quegli eventi.

Forse a seguito di un diretto contatto affermò trattarsi di giovani indicati come disertori, ma che in realtà, non per vigliaccheria, ma per desiderio di rivedere le famiglie, si allontanarono dal fronte solamente dopo che venne loro negata l’autorizzazione dai loro ufficiali superiori.

Il gruppo di militari disertori lasciò Gossolengo nell’estate del 1918 e il Comando Generale della Valle venne tolto definitivamente solo il 15 agosto 1918. Dopo i disertori, però, sarà la volta dei prigionieri di guerra.

A Gossolengo furono raccolti oltre 2.000 prigionieri tra austriaci, tedeschi e ungheresi, che l’autorità militare previde a sfamare, ma che vennero impiegati nei lavori per 30-35 centesimi l’ora.

Dall’autunno il Comando militare concedette l’utilizzo dei prigionieri nei lavori di utilità pubblica: strade, cura dei canali e anche nei lavori nei campi agricoli e nelle stalle.

Don Scarani, impiegato nella sua veste di “pastore”, riferì che in occasione della messa domenicale, oltre agli abitanti di Gossolengo, vennero condotti in chiesa i prigionieri austro-ungarici. Il loro comportamento era lodevole, ma non si poteva di certo dire lo stesso del personale di custodia che risultava indifferente, a tratti indisponente.

Alla fine di ottobre 1918 le truppe italiane, rinforzate da reparti anglo-francesi, superano il Piave e a Vittorio Veneto sconfiggono le truppe austro-ungariche. Il 3 novembre cadono Trento, Trieste e Udine. Un decreto luogotenenziale del novembre 1918 intima ai prigionieri di guerra liberati di presentarsi entro il 30 novembre a qualunque autorità militare, anche ai Carabinieri, per evitare il reato di diserzione.

Subito dopo l’Armistizio, Gossolengo venne indicato quale campo di raccolta per i reduci dal fronte e dalla prigionia. Questi arrivarono a gruppi, poi sempre più numerosi, a piedi, come in lunga processione, sulla strada da Piacenza (oggi Strada Agazzana, ndr).

Affamati, infreddoliti, male vestiti e con evidenti segni delle sofferenze patite, furono concentrati nei terreni intorno ai baraccamenti del poligono del Trebbia. Presto il luogo si rivelerà insufficiente e così si sparsero nelle campagne, in ogni luogo, alla ricerca di un rifugio dal freddo dell’inverno e di cibo che non si trovava e che non era stato preparato per l’evenienza.

In pochi giorni si contarono 24.000 uomini. La popolazione locale non poteva di certo provvedere a sfamare questa ingente quantità di uomini bisognosi di ogni cosa, che l’autorità militare non è era stata in grado di organizzare.

A Gossolengo non solo mancano ricoveri sufficienti, ma in seguito alle restrizioni imposte dal regime di guerra, non vi erano sufficienti scorte alimentari; anche per la popolazione gli alimenti vennero razionati attraverso un sistema di tesseramento.

Finalmente, dopo qualche giorno di totale disorientamento, il comando militare di Piacenza invio cibo. È possibile immaginare cosa dovevano essere il paese di Gossolengo e le campagne intorno, occupate da un numero di militari che in pochi giorni arrivò a toccare le 60.000 unità.

Ogni riparo venne occupato e molti furono coloro i quali non avendo trovato un giaciglio coperto dovettero accontentarsi dei campi. Le provviste che giungevano con i carri dalla città di Piacenza non bastavano per tutti. La disorganizzazione e l’impreparazione costrinsero molti a cercare nei comuni vicini della Val Trebbia rifugio e viveri.

Solo dopo diversi giorni il Comando inviò paglia, tende, vestiario e cibo in quantità sufficiente. La situazione perdurò fino al Natale del 1918, poi lentamente i reduci lasciarono Gossolengo per far ritorno ai loro paesi di origine.

(fonte: A. Zaninoni – P. Agostinelli, “Gossolengo”, Tep Edizioni, anno 1999, pp. 103-104)

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