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Gli applausi del Municipale a “La Traviata” di Leo Nucci fotogallery

Quando a Giuseppe Verdi venne chiesto qua delle sue opere preferisse, il grande maestro rispose “come maestro di musica dico Il Rigoletto,  come amante dell’opera lirica preferisco La Traviata“.

Eppure questo capolavoro verdiano, che completava il trittico con Rigoletto e Trovatore, andato in scena per la prima volta a La Fenice di Venezia nel marzo del 1853, riscosse un clamoroso insuccesso: questo fu dovuto alla “scabrosità” dell’argomento trattato (la vicenda di una donna di malaffare), ma soprattutto all’inadeguatezza dei protagonisti.

Un tenore e un baritono completamente afoni  e una soprano paffuta e rubiconda (con due guance bianche rosse e ritratto della salute), che suscitò l’ilarità del pubblico quando nella scena finale scopre dal medico di avere ancora solo poche ore di vita.

Quattordici mesi dopo Verdi ripropose la Traviata sempre a Venezia, ma al teatro San Benedetto, curandone l’esecuzione senza tuttavia apportare un minimo ritocco; fu un successo. Da allora La Traviata è stata l’opera più rappresentata nei teatri di tutto il mondo.

La Traviata al Municipale di Piacenza

La trama è arcinota e narra le vicende, pare con un fondo di verità, di una ragazza povera ma bella che abbandona Calais per andare a fare la serva a Parigi dove, grazie alla sua avvenenza e “disponibilità” guadagna fama e ricchezza. A Parigi, però la giovane, in arte Violetta Valery (nella Traviata di Verdi) o Margherita Gautier (nelle opere letterarie e teatrali di Alessandro Dumas figlio), ma in realtà Marie Duplessis, fa la conoscenza di due personaggi che le cambiamo la vita: la tisi, una malattia che la porterà alla morte e Alfredo Germont.

Il bel provinciale in arrivo dalla Provenza si innamora di lei e Violetta, per la prima volta, prova l’emozione e i fremiti dell’amare e dell’essere riamata. In Provenza arrivano allora notizie allarmanti: Alfredo, mandato a Parigi per riscuotere una ricca eredità, non solo potrebbe dissipare la loro fortuna ma la sua unione con una donna di scarsa moralità è anche d’ostacolo al matrimonio della sorella. Così il padre dell’innamorato, Giorgio Germont, si decide ad andare da Violetta per convincerla a lasciare il figlio per riportarlo a casa.

Così avviene: la ricchezza di casa Germont è salva (era stata Violetta, vendendo tutti i suoi beni, a mantenere Rodolfo) e la reputazione recuperata. La tisi, però, ha fatto il suo corso e quando lascia a Violetta poche ore di vita, questa rivede i Germont, padre e figlio, che solo allora si rendono contro del nobile sacrificio della donna.

Nell’opera la figura di Violetta domina, ininterrottamente, sia nelle sue effusioni liriche sia nei rapporti con Alfredo e Germont padre, importanti per il determinarsi della sua psicologia: il succedersi dei suoi stati d’animo è reso musicalmente con una coerenza, un fervore ed una commozione assoluti, sviluppando i tradizionali mezzi melodrammatici in mirabile scene affiancate da due preludi essenziali.

La natura dell’opera è particolarmente vocalistica e le sue melodie hanno un’intensità emotiva di grande bellezza e suggestione. La Traviata è un’opera bella quanto difficile: non c’è cantante che agli inizi  o all’apice di una carriera non si sia cimentato in questa prova.

La Traviata al Municipale di Piacenza

Così nelle orecchie dei melomani sono presenti edizioni di grandi interpreti che finiscono per condizionare i giudizi anche su rappresentazioni di compagnie con cantanti giovani o agli inizi di carriera, come i partecipanti al felicissimo progetto dell’Opera Laboratorio condotta da Leo Nucci.

Premessa doverosa in quanto La Traviata andata in scena nella serata di venerdì 21 dicembre in un gremito Teatro Municipale, in occasione dell’inaugurazione della stagione lirica, ha riscosso molti applausi, ma anche qualche critica da parte dei più esigenti melomani.

Venendo alle esecuzioni, la Violetta di Adtriana Iozza è stata convincente. Qualche difficoltà nell’ardua prima parte, ma un crescendo continuo di vocalità e d’interpretazione fino a meritare calorosi applausi, anche a scena aperta.

Santiago Sanchez, nella parte di Alfredo, ha reso con efficacia il personaggio, anche se talvolta la sua voce ha dato l’impressione di una certa stanchezza e difficoltà negli acuti. Il baritono Benjamin Cho ha superato la prova con dignità, mentre i vari Carlotta Vichi (Flora Benvoix), Luisa Tambaro (Annina), Raffaele Feo (Gastone), Juliusz Loranzi (Douphol), Stefano Marchisio, Vincenzo Santoro, Andrea Galli e Francesco Cascione hanno svolto la loro parte in modo encomiabile.

Apprezzabile anche l’esecuzione musicale dell’orchestra Cherubini diretta dal maestro Pier Giorgio Morandi, anche se solo una trentina di musicisti penalizza un’opera così musicalmente impegnativa come la Traviata.

Il coro del maestro Corrado Casati è forse quello che ha ricevuto maggiori consensi: davvero molto bravi ed espressivi questi coristi.

In ultimo abbiamo lasciato Leo Nucci, la cui regia rivela una grande conoscenza delle opere verdiane.

Gli interpreti che ruotano attorno a Violetta si muovono come delle marionette per testimoniare la loro pochezza e la vacuità dell’ambiente; le scene sono ambientate ai giorni nostri, ma la trasposizione va bene in quanto la Traviata è forse l’unica opera verdiana senza un’epoca.

Felice soluzione anche, in chiusura d’opera, quella di far morire Violetta non nel consueto letto, ma davanti alla finestra che affaccia sulla via dove si manifesta la vita che sta per lasciare, sola  e senza nessun attorno. Tutto è finito.

Luigi Carini

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