Piacenza può ancora ospitare l’impresa? Confindustria: “Nuova pianificazione provinciale. No alla logica del no”

Tre domande secche all’imprenditoria piacentina.

Abbiamo deciso di interpellare alcuni dei rappresentanti delle categorie economiche di Piacenza per chiedere come la pensano su quello che secondo noi è il tema dei temi in questo momento per il nostro territorio: è possibile conciliare lo sviluppo delle imprese, la creazione di nuovo lavoro, con la tutela dell’ambiente e del suo equilibrio?

Le trasformazioni impetuose dell’economia lasciano ancora vittime nella nostra provincia, con fabbriche che vanno in crisi, posti di lavoro che svaniscono. In questa situazione possiamo permetterci di rigettare nuovi insediamenti produttivi?

Al contempo le ragioni della sostenibilità ambientale sono diventate vitali, perchè viviamo in una delle aree – la pianura padana – con l’aria più inquinata d’Europa.

Allora che fare? 

La nostra piccola intervista all’imprenditoria prosegue con Confindustria Piacenza, risponde il presidente Alberto Rota. Proseguiremo nei prossimi giorni

1- L’Italia corre realmente il rischio di una recessione economica? Cosa deve fare il governo per scongiurare tale prospettiva?

In estrema sintesi: la crescita dell’Italia è debole anche nel 4° trimestre, piatto il canale estero, cresce poco la domanda interna e mercati finanziari restano in attesa.

Gli scambi mondiali frenano: l’Eurozona corre meno e QE al capolinea, la crescita americana è sostenuta ma frena la Cina e il petrolio è in altalena. Con questo scenario è poco probabile una crescita del PIL italiano dell’1,5% nel 2019.

Il ruolo del Governo – di ogni Governo – prima di tutto è quello di comprendere l’estrema interdipendenza di ogni economia nazionale con il resto del mondo.

Se anche a Piacenza la maggior parte delle nostre industrie meccaniche esporta ormai con tassi di oltre il 70% , è facile comprendere che tensioni estere di qualsivoglia natura provocano effetti a volte non irrilevanti anche a casa nostra. Questo significa che occorre agire ad almeno due livelli:

– Creare un sistema Paese competitivo che consenta alle imprese italiane di confrontarsi ad armi pari.

– In momenti di recessione attuare politiche pro-cicliche.

Vedremo come uscirà la manovra che sta subendo aggiustamenti continui ma da quello che abbiamo sentito fino ad ora non ci sembra che si stia andando in queste direzioni.

Due esempi su tutti: Il Decreto Dignità sta provocando la contrazione del mercato del lavoro. I ripensamenti sulle infrastrutture non fanno che aumentare gap importanti con altri Paesi.

Potrei continuare all’infinito…

2- Piacenza e il lavoro. E’ ancora possibile una vocazione manifatturiera per il nostro territorio? La logistica va incentivata o bloccata?

La vocazione manifatturiera di Piacenza non è in discussione, come non è in discussione la vocazione manifatturiera italiana che è la seconda in Europa dopo la Germania. A meno che qualcuno non decida di metterla in discussione, credo proprio che questo comparto continuerà per ancora un bel po’ di tempo a dare un contributo significativo al Pil provinciale.

Certamente ci sono dei problemi, come per esempio il reperimento di figure professionali in linea con i cambiamenti di “Industria 4.0”. Sul mercato non si trovano e le aziende devono formarli al loro interno e lo stanno facendo.

Anche per questo abbiamo stigmatizzato la scelta – che ora appare rientrata – di cancellare il credito di imposta sulla formazione introdotta dal precedente Governo.

Quanto alla logistica, Piacenza, che è stata la capitale dell’autotrasporto fino ad un decennio fa, non ha scelto la logistica, la logistica ha scelto Piacenza.

Il settore della logistica ha un potenziale di sviluppo molto interessante. Il tema non è quello di bloccarla o incentivarla. Il tema è quello di gestirla perché è furor di discussione che essa ha un impatto di un certo tipo.

Certamente non ha senso contrastarla. E’ un grande errore di prospettiva. Io sono convinto che c’è sempre una soluzione ai problemi.

Nel caso specifico c’è certamente una soluzione ai problemi della viabilità, alla questione del lavoro, alla questione del cosiddetto consumo del suolo, che è una espressione che trovo molto fuorviante.

A me spiace, ogni volta che si manifesta un aspetto problematico, veder partire il solito comitato del no (quasi sempre si tratta di minoranze rumorose) anche se il progetto ha passato mille vagli, ha superato i vincoli posti dalle legislazioni vigenti, ha ottenuto tutti i pareri previsti.

Trovo questo metodo molto deleterio. Non mi danno fastidio gli “alert”. Sono sacrosanti. Vorrei che l’approccio fosse quello di cercare insieme le soluzioni, una volta evidenziati i problemi. I “no” li trovo una rinuncia a priori.

3- Impresa e aree di insediamento. L’espansione delle nuove aree commerciali e produttive è compatibile con uno sviluppo equilibrato della città?

La domanda è se stiamo consumando suolo? Se abbiamo poco verde? Che in certe ore della giornata per percorrere pochi metri impieghiamo ore? Che le polveri sottili sono elevate? Tutto vero. Davvero si crede però che la soluzione sia ancora una volta dare uno potente stop?

Da diversi anni, almeno un decennio, si procede per pianificazioni a diversi livelli che comportano anni di analisi e la produzioni di tomi molto voluminosi di dati che vengono discussi e raffrontati con tante componenti della società civile. La pianificazione territoriale – ma potrei sbagliarmi ha un livello europeo, uno nazionale, uno regionale, uno provinciale ed uno comunale.

Quella che è in discussione oggi per il comune di Piacenza, discende dal Ptcp provinciale, cornice entro al quale si è mosso il Psc comunale che ha fatto previsioni sulle aree destinate ad insediamenti produttivi e commerciali.

E’ una programmazione che ha tracciato un confine all’impronta urbana di Piacenza. Tutta questa pianificazione è durata quanti anni? Almeno dieci, quindici? Tanto è cambiato in questo lasso di tempo. Sono cambiati i modelli di consumo, sono cambiate le fruizioni di alcune funzioni.

Piacenza è il capoluogo di una provincia che svolge una funzione sempre più attrattiva nei confronti del resto del territorio per lavoro, studio, sanità, tempo libero. Sapevamo per esempio dieci anni fa cosa sarebbe successo dell’ospedale di Fiorenzuola?

Potevamo pensare (forse sì visto che c’erano alcuni segnali evidenti) dello spopolamento così intenso della montagna? Dobbiamo prendere atto che in un raggio di venti chilometri da Piacenza l’effetto urbanizzazione è crescente. Ormai si va senza soluzione di continuità da Piacenza a Pontenure, da Piacenza a Podenzano, da Piacenza a Rottofreno.

Per tutta una serie di ragioni, soprattutto infrastrutturali, la pressione verso la pianura è sempre più forte. Dico tutto questo per provare a rispondere alla sua domanda perché il tema dello sviluppo equilibrato è un concetto che va applicato forse ad una scala più vasta di quella comunale.

Piacenza quindi può decidere di dire no ad altri insediamenti che inevitabilmente andranno altrove. Torna quindi il tema di individuare i problemi e trovare le soluzioni, avendo chiaro l’obiettivo. Possiamo anche decidere che preferiamo una città ed una provincia di dimensioni più ridotte.

Premesso che non credo alla decrescita felice, condivido che le dimensioni di ogni analisi al giorno d’oggi siano almeno tre: sostenibilità sociale, sostenibilità ambientale e sostenibilità economica.

Però non ne va trascurata nemmeno una. Però ribadisco, non si può trovare una soluzione agli “squilibri” di Piacenza se non si alza lo sguardo a tutta la provincia.

(3-continua)

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