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Il tributo a Robert Wyatt incanta il Nicolini foto

Serata di prestigio quella di venerdì sera al Conservatorio Nicolini per l’unica data italiana della North Sea Radio Orchestra, impegnata a portare in giro per l’Europa una magistrale rilettura del capolavoro di Robert Wyatt, “Rock bottom” (1974), questa volta accompagnata dal bassista gallese John Greaves e dai piacentini Annie Barbazza (voce, a soli venticinque anni vanta già una sfilza impressionante di importanti collaborazioni) e Tommaso Franguelli (percussioni).

L’album, pietra miliare del rock alternativo e anche militante, segnò il ritorno sulle scene per l’ex batterista dei Soft Machine (e dei Matching Mole, quasi una traduzione in francese) dopo un lungo periodo di convalescenza dovuto a un grave infortunio, che lo ha costretto su una sedia a rotelle.

È utile e necessario qui ricordare l’importanza della band britannica – il cui nome fu ispirato da un romanzo di William Burroughs – che è unanimemente considerata la capostipite della cosiddetta Scena di Canterbury, che nella seconda metà degli anni Settanta contaminò il progressive rock con la psichedelica, il jazz e la musica d’avanguardia (e non solo musica: Wyatt fu un seguace del dadaismo e della patafisica). Se ancora non li conoscete, ascoltate per esempio “Moon in June”.

Il tributo a Wyatt si è aperto con la provocatoria “God song” (“Dov’è tuo figlio?Lo vogliamo ancora/La prossima volta che lo mandi quaggiù/Dagli una moglie e una figlia sexy/Qualcuno che possiamo capire/Con idee alle quali possiamo fare riferimento”) tratta dal secondo album dei Matching Mole, quel “Little red record” chiaramente ispirato al Libretto Rosso di Mao Tse Tung, con alla voce Greaves accompagnato dal solo violoncello.

Prima ancora, lo stesso Greaves, storico collaboratore di Wyatt stesso, si era esibito in un paio di brani estratti dal suo ultimo disco e in una cover degli Henry Cow (band nella quale lui stesso ha militato). L’orchestra ha fatto il suo ingresso – trionfale, verrebbe da dire – con una magnifica versione in chiave folk di “The british road” da “Old rottenhat” (1986), l’episodio più indimenticabile della fase matura ed elettronica.

Sul più recente “Cuckooland” (2003) si trova la successiva “Forest”, il cui testo è della moglie di Robert, l’artista Alfreda Benge, e la cui atmosfera apparentemente bucolica nasconde invece il drammatico ricordo dello sterminio di zingari e Rom.

E ancora “Maryan”, dallo splendido “Shleep” (1997), anticipata da una suntuosa cover di “Shipbuilding” (dalla raccolta “1982-1984), a sua volta una cover di un ormai classico di Elvis Costello contro la guerra delle Falklands.

Infine è la volta di “Rock bottom”, interpretato dalla North Sea Radio Orchestra quasi senza soluzione di continuità, in un autentico crossover di generi e influenze musicali.

La musica originale di Wyatt, eterea e struggente, quasi sospesa nel vuoto, immaginata e abbozzata nelle corsie di un ospedale, e ancor prima in una vecchia stanza affacciata sulla Giudecca, viene restituita da un’ensemble di otto musicisti capitanati da Craig Fortman in modo impeccabile e assai più solido, e anche più “terrestre”.

Bravissima Annie Barbazza, impegnata a inseguire i bizzarri vocalizzi un po’ barocchi di “Alifib” e altrettanto adeguata nelle cavalcate senza freni di “Little red Riding Hood hits the road” e “A last straw”.

C’è ancora il tempo per i bis: una bella versione di “O Caroline”, forse il pezzo più pop del nostro, tratta dall’album eponimo d’esordio dei Matching Mole, e per una nuova rilettura di “Sea song”, il brano di apertura e anche il più noto (“La tua pazzia entra delicatamente in me/La tua follia si sposa con me/Con il più profondo me/Non siamo soli”).

Un plauso dunque a “Musiche Nuove a Piacenza”: promossa dall’Associazione culturale Novecento, è una lodevole iniziativa che si pone lo scopo primario della rassegna è di portare nuova vitalità al centro storico di Piacenza, attraverso operazioni culturali di altissimo e indiscutibile livello, sparse in diverse location.

Come il nostro Conservatorio, appunto, sempre aperto alla musica di qualità – per usare le parole di Max Marchini, coordinatore artistico della rassegna – o meglio alla musica non commerciale – per usare invece quelle del suo direttore.

Anche se su queste ultime parole si potrebbero aprire infiniti dibattiti.

@GiovanniMenzani

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