Addio al partigiano Bruno Pancini, attivo in Val Nure e d’Aveto

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Di uomini forti come roccia era costituito il movimento della Resistenza, ma, inesorabile, il tempo passa per tutti.

Ormai perle rare, quegli uomini, e donne, giovani di un’epopea ricca di valori, di principi, di coraggio, di esaltazione, nonostante drammi e tragedie e indicibili sofferenze, stanno per spegnersi. E’ la legge della vita, che ha per contraltare la morte.

E’ scomparso l’ex partigiano piacentino Bruno Pancini, classe 1924 avrebbe compiuto 95 anni a marzo. Era nato a Godi di S. Giorgio, dove saranno tumulate le sue spoglie dopo i funerali in programma giovedì alle 9,30 nella cattedrale di Piacenza.

Giovane ferroviere ed insofferente al fascismo, dopo l’8 settembre 1943 si era impegnato ad aiutare i ricercati dai nazifascisti a sfuggire alla cattura.

Poi la svolta, nell’estate del ’44 aveva scelto l’azione entrando, in Val Nure, nella Brigata partigiana Caio comandata dall’Istriano protagonista della Liberazione di Bettola, poi si era spostata in Val d’Aveto, e con essa il partigiano Pancini aveva partecipato alla liberazione di Genova ed alla successiva sfilata dei liberatori che avevano ‘scortato’ il battaglione tedesco dopo la resa e disarmato, nel tripudio popolare del 27 aprile ’45.

Bruno Pancini, dopo la Liberazione era tornato al suo posto nelle Ferrovie dello Stato rimanendovi fino alla pensione. Assiduo collaboratore dell’Anpi, si era occupato anche della ricostruzione storica del suo periodo di combattente.

Da un suo testo, pubblicato nelle Cronache Militari della Resistenza in Liguria, vol. II, pag. 936, a cura di Giorgio Gimelli, proponiamo alcuni passi.

“Era il 15 agosto 1944 quando da Restano di Rigolo sono sceso a Bettola e, presentato dai fratelli Milza Rinaldo (Turco), partigiani, e Mario (Aquilino), ho visto per la prima volta l’Istriano e ho fatto la conoscenza del mio futuro Comandante”.

“Pensavo a come avrei dovuto comportarmi con quel famoso Capo Partigiano, ma fu per me un autentico shock quando, posandomi confidenzialmente la mano su una spalla, e guardandomi dritto negli occhi, mi disse: ‘Qui tutti ci rispettiamo, perciò diamoci reciprocamente del tu. Allora, vecchio mio, ti piace cantare?’, accogliendomi così implicitamente nella Brigata”.

“La confidenza nei miei riguardi, in quel momento, fu una bella sorpresa in quanto, poco prima, quando ancora mi tenevo in disparte, fui testimone di un suo intervento a ‘muso duro’, per redarguire alcuni Partigiani di una formazione del luogo, i quali continuavano a prendere a pugni la faccia, già tumefatta e sanguinolenta, di una spia fascista, loro prigioniera, dicendo ai picchiatori: ‘Se costui merita la morte, fucilatelo, altrimenti, ora che non può più difendersi non toccatelo: noi non siamo fascisti per usare i loro metodi’.”

“Subito provai simpatia per quell’uomo, ma non immaginavo quanto lo avrei stimato in seguito”.

Il comandante della brigata, nella quale era entrato Pancini, si chiamava Ernesto Poldrugo, nome di battaglia ‘Istriano’ ad onore della terra nella quale era nato, appunto l’Istria.

Un racconto sobrio, stringato, ma ricco di emozioni, che l’ex partigiano aveva di nuovo narrato alle figlie e al figlio dell’Istriano nel luglio del 2016, nella sala consiliare del comune di Bettola, durante la commemorazione del valoroso comandante, voluta dall’Anpi provinciale di Piacenza, davanti ai suoi figli per la prima volta giunti nei luoghi dove il loro padre aveva combattuto per la libertà (nella foto sotto).

Maria Vittoria Gazzola

Bruno Pancini a Bettola

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