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Carige, Mps e le altre banche salvate o che saranno salvate

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Carige, Mps e le altre banche salvate o che saranno salvate – di Mauro Peveri

La crisi di Carige mette fine alla propaganda politica portata avanti con successo (elettorale) dai partiti al Governo del Paese.

Oggi dopo il decreto varato in tutta fretta lunedì scorso dal Consiglio dei Ministri per salvare Carige possiamo affermare che tutto l’arco costituzionale è concorde: le Banche sistemiche (semplificando che hanno una certa dimensione) devono essere “salvate”.

E’ divertente che il decreto di lunedì sia praticamente la copia di quello varato a suo tempo dal Governo Renzi e dal ministro Padoan per Mps. L’urlo che fino ad oggi risuonava in tutti i media e i social: “regalati miliardi alle Banche”, non ha più un significato.

Anche il Presidente della Commissione Bilancio del Senato, l’economista euroscettico Bagnai, senatore e responsabile economico della Lega, lo ha confermato in una intervista radiofonica recente.

Azzerata la propaganda politica cerchiamo di capire più serenamente perché salvare una Banca, che ha natura sistemica, sia giusto. Le banche non sono imprese “normali”.

Il ruolo della banca è fondamentale per un sistema economico perché ha il compito di raccogliere il denaro dei risparmiatori e farlo affluire alle imprese e famiglie che ne hanno necessità per consumi e investimenti. Senza questo sistema l’economia di un Paese si bloccherebbe e dovremmo tornare tutti al baratto.

In futuro (già iniziato) probabilmente le cose saranno un po’ diverse, nel senso che la Banca come oggi la conosciamo subirà e sta subendo cambiamenti epocali, mi riferisco alla nascita di strumenti che vanno sotto il nome di fintech, cioè tutti quegli strumenti che consentono alle persone di scambiarsi “elettronicamente” flussi finanziari (denaro), senza l’intervento di strutture fisiche, un po’ come e-bay fa con qualsiasi prodotto.

Facebook ha già ottenuto (da qualche anno) una licenza bancaria in Irlanda, valida in tutta l’Unione Europea, che presto potrà utilizzare per proporre ai propri iscritti (centinaia di milioni di persone in tutta Europa Italia compresa) di far transitare sulla propria piattaforma, che tutti noi conosciamo, i pagamenti e altre operazioni finanziare oggi intermediate dalle più tradizionali banche.

Ma torniamo alle banche!

Oggi il sistema finanziario è ancora largamente intermediato dalle Banche tradizionali, per cui se vogliamo tutelare il risparmio di famiglie e imprese dobbiamo evitare che il loro “fallimento” coinvolga l’intero sistema economico, che da queste dipende.

Gli strumenti ci sono: fondo di garanzia dei depositi, L’Esm, il cosiddetto Fondo Salva Stati dell’Unione Europea) utilizzato con successo dalla Spagna per salvare le proprie Bnache, e, nei casi più estremi, il Bail in tanto criticato, oltre alla liquidazione coatta (una specie di fallimento).

L’obiettivo di qualsiasi strumento che abbia come obiettivo la soluzione di una crisi bancaria dovrebbe essere la salvaguardia di due diritti importantissimi:

1) la tutela del risparmio, previsto anche dalla nostra costituzione, volgarmente rappresentato dai depositi dei correntisti;

2) evitare che vi sia un peggioramento delle condizioni di accesso al credito per imprese e famiglie, cioè permettere alle stesse di poter ricevere un mutuo o un finanziamento, per esempio per acquistare un abitazione.

Oggi però si discute animatamente anche sulla tutela che lo Stato dovrebbe riconoscere agli azionisti (risparmiatori che hanno acquistato azioni della Banca) e ai possessori di obbligazioni bancarie (risparmiatori che hanno finanziato la Banca sottoscrivendo appunto prestiti obbligazionari).

Credo che tutti possano capire quale differenza passi tra il pensionato che ha sul conto corrente tutti i suoi risparmi e l’azionista (che può essere anche lo stesso pensionato) che si è comprato le azioni della Banca diventandone socio.

Qualcuno obietterà che non vi è invece alcuna differenza nei due esempi proposti perché il pensionato, che ha sottoscritto azioni o obbligazioni della Banca, è stato di fatto truffato e quindi merita di essere tutelato e rimborsato del proprio investimento, magari attingendo alla fiscalità generale (i soldi di tutti).

A questo proposito per il caso trattato (acquisto di azioni o obbligazioni) evidenziamo due casi in cui i Governi si sono comportati in modo diverso.

Per Monte dei Paschi, lo scandalo bancario forse più rilevante nella storia del nostro Paese, grazie all’intervento dello Stato che ha aumentato il capitale della Banca diventandone, di fatto, il proprietario, gli azionisti non sono stati rimborsati, cioè hanno perso tutto, mentre i correntisti non hanno perso nulla.

Per le Banche Venete e altre banche “risolte”, tra cui Cariferrara e Etruria, le cose andranno diversamente: gli azionisti riceveranno dallo Stato, a titolo di rimborso, una parte dei soldi investiti, vedremo per Carige cosa succederà.

Ora secondo il mio modesto parere questo diverso comportamento non ha senso, perché crea una disparità di trattamento incomprensibile tra azionisti di Banche diverse.

Resto del parere che fino a quando l’Italia resterà un Paese capitalista e inserito nella comunità occidentale, una persona con normale raziocinio che investa in azioni o obbligazioni di una Banca privata (nel senso non posseduta dalla Stato) “fallita” non debba ricevere alcun rimborso dallo Stato, anche se truffato.

Diversamente, per equità, lo Stato dovrebbe rimborsare le centinaia di migliaia di azionisti e obbligazionisti delle altrettanto numerose società fallite o entrate in concordato in questi ultimi dieci anni, i quali ovviamente non hanno ricevuto alcun rimborso.

Ovviamente diversa dovrebbe essere la posizione dei responsabili del fallimento della Banca.

Qualora siano accertate dalla magistratura responsabilità personali di chi ha amministrato la Banca (amministratori, dirigenti, funzionari) o di chi doveva controllare e non l’ha fatto (sindaci, revisori, Consob, Banca d’Italia, Bce), fino all’ultimo dipendente dello sportello di “roccacannuccia”, tutti dovrebbero essere chiamati a rifondere il maltolto agli azionisti, obbligazionisti e a tutti i creditori.

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