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La dignità delle donne vittime della Shoah. Il racconto di “Universi” foto

La redazione di “Universi” ha assistito a “La Shoah delle ragazze“, il reading in scena all’Università Cattolica in occasione del Giorno della Memoria.

Il racconto di Hassan Haidane

“Il 21 gennaio in Cattolica, come ogni anno, si è svolto uno spettacolo dedicato alla Giornata della Memoria: il pubblico era costituito dalle classi delle scuole di secondo grado della città. A condurlo è stato Matteo Corradini, originario di Borgonovo, che ha studiato la lingua Ebraica, e che ha curato una riedizione del diario di Anna Frank.

Il tema del 2019 ha riguardato le Shoah delle ragazze durante la seconda guerra mondiale: spesso venivano mandate nei campi di sterminio insieme ai bambini perché erano considerate inutili per il regime del Terzo Reich.

La soluzione adottata per la loro eliminazione è stata spesso la camera a gas ed il bagno di massa, per evitare il momento crudele di sparare individualmente. Non solo gli Ebrei furono eliminati così, ma anche disabili e zingari.

Invece nei campi di concentramento gli uomini spesso venivano sottoposti a lavori faticosi fino ad esaurire le proprie energie fisiche.

Questi lager erano situati nella Repubblica Ceca, Austria e Polonia, che era stata cancellata perché era patria degli slavi.

È stata raccontata anche la storia di una signora che fu deportata con suo figlio di sei anni: lei aveva compiuto degli studi di pedagogia, i tedeschi però lessero male le carte e le diedero un lavoro in infermeria, pensando che fosse una pediatra”.

Shoah delle ragazze in Cattolica

Il racconto di Chiara Ruggeri

Lunedì 21 gennaio all’Università Cattolica ho assistito a una reading di pagine di diario e di poesie scritte da donne ebree vittime dell’olocausto. Lo scrittore e studioso della Shoah Matteo Corradini ha introdotto la lettura con annotazioni, foto e documenti originali che ha ritrovato nel corso degli anni e che gli hanno permesso di ricostruire la storia di molte donne ebree e la loro tragica morte nei campi di sterminio.

“Non preoccupatevi. Siamo partiti cantando”. Etty Hillesum ha scritto questa frase su un biglietto che ha gettato dal finestrino del treno che la portava al campo di sterminio di Auschwitz con i genitori e il fratello Misha. Non è una frase che esprime paura e disperazione, ma è un esempio del coraggio che hanno avuto le ragazze e le donne ebree durante la Shoah.

Etty ha descritto la situazione degli ebrei durante l’occupazione tedesca dell’Olanda nei suoi “Diari (1941-1942)”, che contengono una descrizione accurata della vita di una ragazza di 27 anni che si sforza di fare quello che fanno le persone non ebree pur subendo le leggi razziali e la minaccia della deportazione. Morirà ad Auschwitz con i suoi genitori.

Il “Diario” più famoso sulla Shoah è quello di Anna Frank. Fuggita dalla Germania dopo l’ascesa al potere di Hitler, si stabilisce ad Amsterdam con il padre Otto, la madre Edith e la sorella Margot, ma anche lì subisce le persecuzioni contro gli ebrei dopo che la Germania nazista ha invaso l’Olanda. Il padre decide allora di nascondersi con i suoi cari e con amici di famiglia in un alloggio segreto situato sopra la sua fabbrica.

Anna, che ha solo 13 anni, per evadere dalla “prigionia” obbligata comincia a scrivere un diario rivolgendosi a un’amica immaginaria, Kitty, a cui confida tutto senza reticenze, perché sente molto la mancanza delle sue migliori amiche di cui ignora la sorte.

Matteo Corradini ha mostrato una vecchia foto che ritrae tre bambine sorridenti, Anna Frank, Sanne e Anne, il cui destino sarà lo stesso: finiranno in un campo di sterminio e una sola di loro si salverà e fuggirà in Israele.

Anna Frank vive nella paura di essere scoperta, ma lo stesso ha tutti i problemi e i sogni di un’adolescente, fra cui quello di diventare una scrittrice, e continua a credere, nonostante tutto, “nella bontà dell’uomo”.

Un’altra vittima del piano nazista di distruzione di massa degli ebrei nelle camere a gas, metodo poco costoso e molto efficace perché non metteva in contatto vittime e carnefici, è stata “la musicista di Aushwitz”, Inge Weber.

Mi ha colpita particolarmente la sua storia, perché lei era una scrittrice di poesie e di favole che ha curato un gruppo di bambini ebrei che le erano stati affidati dai nazisti nel campo di Terezin credendo che fosse una pediatra. Così li ha amati e incoraggiati come fossero tutti suoi figli cantando per loro e suonando la chitarra.

Quando poi sono stati destinati a partire per Auschwitz, ha scelto volontariamente di accompagnarli anche se non era nella lista dei deportati ed è entrata con loro nelle camere a gas per non lasciarli soli.

Dopo la guerra il marito ha ritrovato le sue canzoni e le ha fatte pubblicare. Sempre per caso, sono stati scoperti altri documenti che rappresentano una grandissima testimonianza dell’orrore a cui si può arrivare se si perdono la ragione e l’umanità e sono anche una prova dell’eroismo di tante bambine, ragazze e donne ebree che hanno lottato e sono morte senza cadere vittime dell’odio e del desiderio di vendetta.

Shoah delle ragazze in Cattolica

Il racconto di Micaela Ghisoni

Anne Frank, Esther Hillesum, Ilse Weber e Inge Auerbacher sono solo alcuni dei nomi, dei volti, delle vite di donne che hanno vissuto personalmente l’orrore dell’Olocausto nazista.

Sopravvissute o decedute al ghetto di Terezin e di Varsavia, deportate ad Auschwitz o in altri campi di sterminio o di concentramento.

Adolescenti, musiciste, contadine, scrittrici, mamme, bambine. Alcune celebri, altre sconosciute; poco importa. Unite nel dolore e nella speranza, ma diverse nelle loro storie personali.

Le loro testimonianze, la forza delle loro parole- raccolte in diari e pagine di denuncia- sono state l’anima del reading teatrale proposto lunedì 21 gennaio 2019 presso l’Università Cattolica di Piacenza.

Un evento organizzato da Coop Alleanza 3.0 e Librerie.Coop, oltre che dall’Ateneo piacentino.

Oltre 400 studenti delle scuole superiori presenti ad ascoltare con attenzione “La Shoah delle ragazze”, costruita da Metto Corradini – Premio Andersen 2018 in cultura per l’infanzia-, affiancato dall’attrice Valentina Ghelfi, come una suggestiva perfomance letteraria.

Un viaggio tutto al femminile tra le storie parallele alla Storia della Shoah, per dare memoria ad un passato che ancora risuona nel presente.

Le letture d’impronta teatrale della Ghelfi hanno ridato voce a queste donne e al loro dramma, ma anche a ricordi pregressi e ad una sete di vita mai spenta; incastonate nelle storie, negli approfondimenti- biografici e anneddotici- di Corradini.

Piccoli tasselli, a tratti tragici, sovente struggenti; grida di speranza anche in mezzo alla più desolante disperazione.

Lui magnificamente istrionico (ma non per questo poco sensibile) nel catturare il giovane pubblico, senza mai risultare accademico, o eccessivamente cupo.

“La Shoah delle ragazze” non è stato un tuffo tetro nella realtà dei campi e in ciò risiede tutta la sua originalità: la tragedia dei lager è presente, dipinta a tratti in tutta la sua tragicità- l’orrore delle finte docce nelle camere a gas; i nazisti che quietavano così la coscienza, non uccidendo personalmente le loro vittime; la nudità dei deportati, privati di ogni minima forma di dignità- ma l’incontro ha voluto porre in risalto il significato di essere donna ed essere ebrea durante la Shoah. Donne discriminate forse per genere e per razza.

“Senza fornire risposte definite” -ha detto Corradini – piuttosto sollecitazioni e spunti di riflessione alle nuove generazioni, che inevitabilmente sentono questo tempo come distante”.

C’è “corpo”, “desiderio”, “vergogna” nelle testimonianze, sensazioni simili a quelle che qualsiasi giovane di oggi può provare; terribilmente amplificate e annichilite dalla realtà di persecuzione e prigionia di quegli anni.

Shoah delle ragazze in Cattolica

E poi c’è la spinta alla vita, nonostante tutto: quella di Ilse Weber e delle sue canzoni, diventate per tutti inno alla sopravvivenza e alla forza d’animo nel campo di concentramento di Auschwitz.

Erroneamente creduta pediatra dai nazisti, questa donna ha scelto volontariamente di andare a morire con i bambini dell’infermeria del lager, lasciando nascoste in precedenza le sue canzoni ritrovate tra le pareti del getto di Terezin.

“Non preoccupatevi, siamo partiti cantando”: sono le ultime che che ricordiamo di Esther Hillesum (conosciuta come Etty) prima della partenza sul treno per Auschwitz.

Lei che dava sollievo alle persone facendole raccontare le loro storie, mentre più di tutti si interrogava sul significato di essere donna non sottomessa durante l’Olocausto, ritrovando una dignità possibili; almeno interiore.

Ma oggi?

Cosa significa oggi leggere Anne Frank in uno stadio di serie A, tra tifosi poco inclini alla riflessione del pensiero critico?

Quella che nelle pagine del suo diario si rivela peraltro una ragazza straordinariamente, impensabilmente moderna nelle sue pulsioni e nella sua solitudine?

Lo ha fatto recentemente Matteo Corradini e non è stata impresa facile, se oggi antisemitismo e razzismo non sono affatto scomparsi; anzi, secondo le statitistiche demoscopiche sono in crescita negli ultimi anni.

E come ci approcciamo oggi al dolore passato?

Lo hanno detto alcune foto che che Corradini ha mostrato, scattate recentemente da giovani sui luoghi dell’olocausto: la Storia come uno specchio rotto, rovinato dagli orrori nei suoi errori, riflette però la sua immagine nel presente.

Mentre una foto d’amore scattata in un parco teatro di morte, testimonia che dal buio più nero può nascere nuova vita.

Un progetto, quello portato da Matteo Corradini e Valentina Ghelfi all’Università Cattolica di Piacenza, che utilizzando diverse forme espressive- lettura, teatro, narrazzione, fotografia e disegni- coinvolge adulti e ragazzi, seminando consapevolezza, demolendo pregiudizi, rendendo vivo il senso della Memoria.

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