Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Universi

“Universi” e uno sguardo diverso sulla disabilità: condividere è importante

Il 3 dicembre è stata celebrata la “Giornata mondiale dedicata alle persone con disabilità”, sancita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1981.

In questa occasione nella facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Piacenza si è tenuto un convegno sulla diversità e sulla sensibilità nei confronti dei soggetti diversamente abili che vengono giudicati per le loro diversità nel contesto sociale.

Un soggetto fragile deve custodire delle potenzialità e degli obiettivi per rendere la vita felice anche alla sua famiglia, cogliendo le opportunità che gli vengono concesse.

Io personalmente vengo visto come quello che non sa niente perché sono su una sedia a rotelle, e ancora di più non avendo la possibilità di comunicare, il che rende molto difficile l’integrazione attraverso un dialogo.

I neuropsichiatri hanno bisogno dell’aiuto dei genitori per diagnosticare certe patologie degli utenti, poiché trascorrono più tempo coi loro figli.

Inoltre è stato invitato a questo evento un padre di una bambina affetta di sindrome down, Guido Marangoni, ingegnere informatico di Milano, che è autore di un libro che si intitola “Alice che sorride alla pioggia”, in cui racconta di quando viene a conoscenza, insieme alla moglie, della disabilità della seconda figlia durante la gravidanza e dopo la sua nascita. È stato invitato a presentare il suo libro in tutta Italia ed è stato intervistato anche alla trasmissione televisiva “La vita in diretta” su Rai Uno.

Hassan Haidane

Lunedì 3 dicembre, in occasione della “Giornata internazionale delle persone con disabilità”, ho assistito ad un convegno all’Università Cattolica di Piacenza in cui è stato ospite Guido Marangoni, che ha portato in particolare la sua esperienza di padre di una bambina affetta dalla sindrome di Down.

Mi hanno colpito soprattutto alcuni concetti, vista anche la mia esperienza di persona con disabilità.

E’ necessario un cambio di prospettiva: le persone disabili vanno considerate oltre la loro disabilità, prima di tutto come persone perché tutti hanno delle disabilità, in alcuni caso sono evidenti esteriormente, in altri non lo sono ma possono ugualmente devastare dentro e portare all’emarginazione perché la disabilità è solo una caratteristica della persona e non si può identificare con la persona stessa.

L’educazione deve abbattere i “muri” del pregiudizio ed avere come obiettivo il concetto di inclusione per allontanare la paura e l’imbarazzo che molti provano nei confronti della diversità.

Parlare e raccontare è molto importante perché la disabilità è dolorosa e faticosa, basta solo pensare alle problematiche burocratiche per cui è già una battaglia recriminare i propri diritti, e condividere con gli altri può essere d’aiuto sia a chi racconta ma anche a chi ascolta perché magari sta vivendo esperienze simili.

Roberta Capannini

Sguardo, narrazione e amore sono le basi per rendere la vita dei disabili migliore

Lunedì 3 dicembre si è svolto all’Università Cattolica di Piacenza un seminario sulla disabilità organizzato dalla facoltà di Scienze della Formazione proprio nel giorno in cui, a partire dal 1981, è celebrata la giornata dedicata alla disabilità, istituita non solo per garantire la difesa dei diritti delle persone disabili, ma anche per sensibilizzare la gente nei loro confronti. Ci sono stati numerosi interventi di insegnanti dell’Università Cattolica che hanno parlato della necessità di “scoprire” una nuova visione del problema attraverso la creazione di una “cultura della disabilità” grazie alla partecipazione, accanto a pedagogisti e specialisti del settore, di coloro che vivono quotidianamente a fianco di persone con una fragilità.

La professoressa Musaio ha centrato il nodo della questione dando come parola chiave “sguardo”, perché si può offendere una persona disabile anche senza parlare; è sufficiente girare lo sguardo quando la si incontra o abbassare gli occhi per non vederla, oppure avere uno sguardo di superiorità o perfino di paura o di disgusto. Non è facile modificare l’atteggiamento di chi non fa parte di questo mondo così variegato e anche così isolato a volte, perché chi non conosce la mancanza di libertà e di autonomia non si può mettere neanche per un attimo al nostro posto e non lo desidera neanche.

Però, come è stato sottolineato, c’è chi non è prevenuto nei nostri confronti e non prova pena per noi e non ci compiange togliendoci la dignità: sono i bambini, che sono liberi da ogni pregiudizio e ipocrisia a meno che non vengano fuorviati dai loro genitori e privati della loro innocenza e spontaneità.

Ha espresso molto bene questo concetto l’ingegnere informatico Guido Marangoni, padre di Anna, una bambina di tre anni bella e piena di vita che ha gli occhi a mandorla perché ha la sindrome di Down e per questo talvolta è guardata con imbarazzo e un po’ di pietà insieme ai suoi genitori. Questo padre dà a tutti una grande lezione di vita dicendo che “la sindrome di Down è una caratteristica di Anna, ma non è Anna” e che la sindrome di Down è una brutta notizia, ma la nascita di Anna è una bellissima notizia.

Non si deve sentir dire che chi ha un’invalidità è un “poverino” che ha la vita rovinata, perché lui in questo modo è umiliato e schiacciato dai suoi limiti. Bisogna invece evidenziare che, come tutti i “normali”, ha delle potenzialità che vanno sviluppate e possono produrre risultati inattesi e sorprendenti.

La professoressa Zanfroni, che è stata mia insegnante quando ho seguito il corso di Metodologie Speciali, ha trattato il tema della narrazione della propria storia, fatta dai disabili stessi o dalle persone care, come strumento per chiedere aiuto e comprensione e nello stesso tempo dare aiuto a chi è nella stessa situazione e offrire inoltre la possibilità di seguire un percorso di vita reale e non inventato formato da momenti di disperazione alternati ad altri di coraggio e di resilienza.

Per me è difficile leggere le storie di altri ragazzi come me perché non riesco a condividere le loro sofferenze perché si aggiungono alle mie e le rendono ancora più pesanti da sopportare, ma desidero molto leggere la storia di Anna e dei suoi splendidi genitori perché contiene un messaggio positivo e può dare speranza a me e a tutti quelli che sono considerati “diversi”, ma che, come dice il papà di Anna, sono semplicemente “unici” come tutti gli esseri umani.

Chiara Ruggeri

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