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“Voci dal silenzio, il canto dei senza nome”: il reading per ridare volto a chi l’ha perso foto

Una serata-evento in forma di reading animato, nata per ricordare i cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale. “Voci dal silenzio, il canto dei senza nome” andato in scena il 22 gennaio al Teatro San Matteo di Piacenza è stato anche momento di celebrazione della Giornata della Memoria.

Lo ha spiegato il regista Tino Rossi, insieme agli organizzatori della compagnia teatrale Quarta Parete, prima della perfomance: “Abbiamo pensato che lo spettacolo, pur ricordando la tragedia della Prima Guerra Mondiale, fosse adatto a omaggiare il Giorno della Memoria.

“Questa giornata – ha continuato – non deve infatti guardare solo alla Shoah, ma assumere una prospettiva più ampia nel ricordo di tutti coloro che si sono persi o hanno sofferto a causa di guerre, genocidi, o eventi traumatici”.

“In tale direzione Quarta Parete aveva già organizzato piecé teatrali alternative per il Giorno della Memoria: l’anno scorso sui Desaparecidos argentini, un altro anno sulle donne vittime di violenza, questa volta con “Voci dal silenzio, il canto dei senza nome”- rappresentato più volte in provincia di Piacenza”.

“Aldilà della Prima Guerra Mondiale, ha voluto dare memoria alle persone che l’hanno vissuta; gente comune, ognuna con la sua storia di vita, travolta e oscurata da un unico destino”.

È quindi con questo intento che il reading teatrale di Quarta Parete – liberamente tratto dal romanzo di Massimo Bubola, “Ballata senza nome” – si costruisce e i suoi personaggi prendono forma sulla scena.

Voci emerse dal nulla – perché “con la morte più nessuno parla e più nessuno tace: il silenzio è la prova del ricordo di quando tutto era silenzio”- si fanno schegge di vita: nomi, volti, storie di giovani soldati strappati agli affetti più cari e mandati a morire in una guerra feroce, che li ha privati di identità.

Undici voci (per undici attori) compongono gradualmente undici ritratti di giovani morti durante la Grande Guerra. Tutto inizia da un episodio reale, accaduto subito dopo la guerra: nell’ottobre 1921, Maria Bergamas, che ha perso il figlio durante il conflitto, è stata nominata dalla Commissione parlamentare a scegliere la bara del Milite Ignoto, tumulata poi a Roma come simbolo di tutti i caduti.

Rappresentante di tutte le madri che hanno perso figli al fronte, la donna (interpretata da Anna Galeazzi) si trova nella Basilica di Acquileia: davanti a lei undici feretri che al suo passaggio cominciano a parlare: Sante, contadino; Vittorio, falegname; Michele, fornaio; Alvise, veterinario; Francesco, monaco; Andrea, sarto; Sergio, ciabattino; Giuseppe, bottaio; Gaetano, minatore; Davide, impiegato.

Gente semplice, per lo più umile, proveniente da varie parti d’Italia: ognuno, con la sua storia, tessera minuscola di un più grande mosaico: quello del popolo italiano ai tempi della Grande Guerra.

Brandelli di vita – prima del conflitto, al fronte e al momento della morte – sono resi sulla scena dalla pluralità delle voci, che si alternano e si intersecano in una prosa teatrale e insieme poetica.

Ricordi d’infanzia e di tepore, dei genitori, della fidanzata lontana, di una vita faticosa già prima della guerra. Mai pensieri d’odio: semmai disagio, stanchezza, annichilimento per il freddo, la fame, i combattimenti, i cadaveri ammonticchiati davanti agli occhi come carne da macello.

Gli intermezzi musicali – da Bubola, a De Andre, a Finardi, a Pier Angelo Bertoli – ben si inseriscono nella prosa a rafforzare i momenti di maggiore trance empatica tra pubblico e protagonisti, evocando simbolicamente atmosfere e sentimenti.

Mentre movenze e gesti degli attori – uniti a parole e musica – lievi come passi di danza lasciano nella mente di chi guarda un senso di struggente malinconia. Fino ad arrivare all’ultima, potente, canzone di Pier Angelo Bertoli – “Il vento soffia” -, che sancisce il trionfo della vita sulla morte, nonostante tutto.

Come per Maria Bergamas, che, scegliendo tra tutti il Milite Vittorio – giovane poco amato in famiglia anche prima della guerra – troverà lieve conforto al dolore della sua perdita.

A cento anni di distanza, l’Italia del ’14- ’18 e i suoi protagonisti sembrano sagome lontane, sbiadite da un tempo e da una memoria che tendono a dimenticare più che a ricordare.

Ma è davvero cosi? È ancora numeroso il popolo dei senza nome: vittime di guerre e laceranti divisioni in ogni parte del mondo; migranti espulsi all’improvviso dai centri d’accoglienza e, privati di ogni minima forma di tutela, gettati verso l’ignoto come fantasmi; morti inghiottiti in mezzo al mare diventati un’abitudine poco rivelante; non tanto di più che numeri da contare, o da smistare; italiani ostaggi di una politica miope, ingenua, e affabulatrice, che con qualche promessa ad effetto vorrebbe pretendere (o far credere) di risolvere problemi per cui è necessaria una revisione strutturale di sistema.

Eppure anche ognuna di queste persone porta con sè una storia di vita; che nel silenzio grida tutta l’urgenza di essere ascoltata.

Micaela Ghisoni

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