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Sempre viva dal Medioevo ad oggi la memoria di San Corrado Confalonieri

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Un uomo medievale il milite Corrado Confalonieri, in una Piacenza che stava vivendo risvolti socio politici molto duri in quell’inizio di 1300, in una città governata per un breve periodo dalla Chiesa stessa ma poi piombata sotto la tirannia del ghibellino Bernabò Visconti di Milano.

La casata dei Confalonieri era profondamente legata al Vescovo e da lui aveva ricevuto privilegi di feudalità sul alcune aree del suburbio ed il ramo di Corrado governava sul territorio prossimo al fiume Po nell’area di Calendasco, dal suo castello circondato da un profondo fossato.

E proprio in questi anni del dominio contrario a quello papale e guelfo cui apparteneva, Corrado avrà la sfortunata vicenda dell’incendio della caccia. In quel 1315 quel giovane milite ha la malsana idea di far incendiare frasche ed erbacce in prossimità di un bosco per poter stanare selvaggina e dedicarsi alla caccia a cavallo scorrazzando tra i verdi prati.

Ma il fuoco, poi aiutato dal vento, tende a propagarsi sui boschi circonvicini e nelle messi e giunge perfino a devastare piccole cascine di poveri contadini; per il Visconti, duce severo e sempre sotto attacco dalle fazioni lui contrarie, quello pare un attentato al suo dominio ed invia sgherri in quel luogo a poche miglia dalla città.

Viene catturato un contadino – certamente innocente ma un capro espiatorio andava portato al cospetto del severo signore della città – e certamente dopo torture ed altre afflizioni, secondo l’uso del tempo è condotto sulla pubblica piazza per l’impiccagione e a monito di futuri ribelli!

Intanto Corrado in questi giorni viene smosso nella coscienza, un gesto che anche ai nostri occhi può apparire eroico nella nostra società che tende a mistificare, e quasi all’ultimo si presenta al cospetto di Bernabò e clamorosamente ammette la colpa del nefasto incendio.

E da quel preciso istante la sua casata rimane macchiata agli occhi delle fazioni nemiche: per un nobile il dolo di incendio a Piacenza non è punito con la morte ma con un cospicuo risarcimento, cui Corrado non può sottrarsi per nessuna ragione.

Viene anche dannato nella memoria dalla sua stessa famiglia che ripaga il danno ma che lo lascia solo ed in povertà con la moglie Joannina, e mentre i Confalonieri continueranno fino al 1586 ad abitare nel castello di Calendasco, per lui rimane la scelta estrema di un uomo che deve ricostruirsi nei valori e nei progetti della vita.

E’ così che la moglie si fa monaca tra le clarisse in Piacenza, nel conventino che a quel tempo era ove ancor oggi sorge quel che fu il Pio Ritiro di Santa Chiara all’inizio dello Stradone Farnese mentre Corrado può ritirarsi a vita penitente con i terziari laici nell’ospedaletto che sorgeva poco discosto dal borgo di Calendasco e di fondazione longobarda come la stessa chiesa come appare dal Codice Diplomatico Longobardo.

Viene accolto da frate Aristide, un uomo forte che condivideva l’ideale francescano in questa forma di vita molto in voga anche a Piacenza in quel primo trecento, ed infatti proprio in città nel 1280 si era svolto un Capitolo Generale di terziari francescani che vivevano sotto la regola del Memoriale Propositi fatto redigere proprio da S. Francesco giunti da tutta l’Italia.

Piacenza resterà in mano al Visconti dal 1313 al 1322 per nove anni quando la città entrerà neldominio temporale della Chiesa con il legato pontificio Bertrando del Poggetto ma dal 1335 il potere torna nelle mani dei Visconti. Possiamo ipotizzare che Corrado, dopo alcuni anni di permanenza nel romitorio del suo paese natale, vestito ormai pienamente l’abito grigio da terziario, sia partito alla volta di Assisi e poi Roma, per spingersi fino ai luoghi Santi di Gerusalemme.

Lo si deduce anche dal fatto che dal 1325 circa non si hanno notizie utili a riempire quegli anni che ce lo faranno poi ritrovare dal 1343 vivere da eremita nella città di Noto in Sicilia e dove poi addirittura andrà in solitudine nella valle dei Tre Pizzoni in una nuda grotta a poche miglia dalla città.

Un fatto che appare evidente, che deduciamo leggendo la Vita di San Corrado più antica che si conserva a Noto e datata circa alla fine del XIV secolo, è che l’Incendiario da subito “incendia” di spirito cristiano e umano le genti di quella terra, che lo accolgono a braccia aperte, mostrando una invidiabile apertura verso un uomo che giungeva da chissà dove per vivere tra loro.

Ed un altro dato è che l’Eremita piacentino arriva là già con la santità addosso: una grande semplicità ed umilta traspare dal racconto antico della vita e da subito ripaga l’accoglienza con alcuni miracoli, tra essi la guarigione dell’ernia nel bambino e soprattutto il dono di pane caldo, che appariva in quella nuda e fresca grotta oggi inglobata nel Santuario.

E di questo miracolo fu testimone lo stesso vescovo di Siracusa, cui quel tempo ricadeva come territorio diocesano Noto, che si recò ad inquisire quello strano frate, che pareva compisse prodigi. Ma dopo averlo apertamente quasi deriso, perchè non aveva ritrovato niente da criticare in quel povero frate, ed accingendosi ad offrirgli lui stesso del cibo, là in quella valle aspra, accanto a quella grotta che fungeva da casa al povero eremita giunto da terra lontanissima, chiedendo Corrado di potervi entrare un attimo, ne uscì poco dopo con le braccia incrociate colme di pani caldi e profumati, al chè il vescovo strabuzzando gli occhi, si gettò in ginocchio e riconobbe la santità e grazia concessi dal Creatore a quel mite frate.

In quel secolo riguardo all’origine del Santo venne presa per scontata la notizia che il Santo Corrado Confalonieri fosse originario della città di Piacenza; infatti risultava certamente più semplice per quei tempi a Noto identificarlo con una città capoluogo della lontanissima Lombardia, perchè tutto il nord geograficamente era così chiamato.

Ma a Noto non si accontentarono di quelle notizie e le vollero approfondire in varie occasioni, quella più documentata è del 1610 con le lettere che spedirtono al duca Farnese, al vescovo di Piacenza ed ai Giurati che governavano.

Il Vescovo mons. Rangoni fece condurre una inchiesta che si concluse nel 1617 e che venne ratificata nel documento conosciuto come Legato Sancti Conradi del 9 agosto e redatto in curia a Piacenza dal notaio e cancelliere imperiale Giovan Francesco de Parma.

In esso leggiamo che era risaputo che la famiglia dei Confalonieri del ramo ultra Trebbia era da secoli feudataria di Calendasco, e che quindi dopo aver ricercato sulla vita pubblica e civile di San Corrado si attestava e si riconosceva la nascita fisica cioè l’origine terrena nello stesso luogo e che quindi il culto lì andava rinvigorito come già però da alcuni anni avveniva avendolo assurto come Patrono.

Certamente non contribuì a sviluppare il culto in terra piacentina il fatto avvenuto in città il 10 settembre 1547 che vide il nobile Giovan Luigi Confalonieri abitante nel castello di Calendasco, come mostrano le carte in archivio di Stato a Parma, partecipare alla uccisione di Pierluigi Farnese, duca di Piacenza e figlio di papa Paolo III.

In questo modo si capisce come mai il culto con fatica uscì dalla terra siciliana per estendersi a tutto il mondo cattolico, e questo rilancio avvenne per mano di papa Urbano VIII nel 1625 che per certi versi tolse questa damnatio farnesiana annullando antiche e vecchie censure e riportando tutto allo stato iniziale che vedeva l’Incendiario essere venerato come Santo a Noto ed ora lo era anche di tutto l’Ordine francescano e particolarmente del terzo ordine.

Possiamo affermare che la casata dei Confalonieri poi per tantissimi anni, sviluppandosi in tutta la diocesi piacentina questa devozione, si prendeva l’onere di mantenere vivo e riscattarne il culto a questo Santo Eremita andando a onorarlo proprio nella chiesa di Calendasco. Dai documenti appare che ancora ad inzio novecento i Confalonieri di Piacenza, assieme al vescovo, festeggiavano questo insigne piacentino a Calendasco, ove era Patrono e ne pagavano la festa solenne addirittura facendo illuminare internamente l’edificio sacro e solennizzando la messa con una orchestra di archi.

La chiesa è testimone di questi oltre quattro secoli di patronato, in essa si conserva il grandioso dipinto del 1600 posto nell’altare di San Corradio, ma anche la sua immagine si staglia nell’abside nell’affresco realizzato nel 1971 dal pittore piacentino Luciano Ricchetti.

In chiesa si vede anche una seconda grande tela del Santo del XVIII sec. mentre sappiamo dai documenti d’archivio che la volta della chiesa era affrescata con episodi della vita del santo, ma anche sopra al portone di ingresso interno era un dipinto del Patrono che abbracciava il borgo natio, ma ora questi dipinti giacciono conservati sotto lo scialbo.

La statua ieratica del santo ha oltre un secolo e veniva portata in processione dall’antica confraternita con la insigne reliquia, il pollice della mano sinistra, ed anche in archivio si conservano le carte del dono diretto dai vescovi di Noto di reliquie alla chiesa di Calendasco nel 1907 da mons. Blandini e nel 1927 da mons. Vizzini.

La città di Noto è legata quindi intensamente con la terra piacentina e in particolar modo con il paese che gli ha dato i natali fisici nel 1290 e poi spirituali, soprattutto con il disvelarsi di espidosi e documenti storici che entrano nel profondo di questo grande uomo.

A Calendasco oltre alla chiesa, sono ancora visibili il castello dei Confalonieri del XIV secolo, il cui salone superiore è tempestato letteralmente di stemma della casata nell’antico cassonato del soffitto, ed anche è ben conservato con un restauro ad arte, il romitorio ospizio di S. Corrado dove vissero i frati penitenti terziari francescani che lo accolsero.

L’Eremita penitente, amatissimo nella città Noto che lo festeggia solennemente con celebrazioni e processioni di una forza devozionale unica, è ricordato anche nella terra piacentina: in città nella novella parrocchia a lui dedicata ma particolarmente in Calendasco nel suo Dies Natalis – la nascita al Cielo – che avvenne nella grotta netina il 19 febbraio del 1351.

Nel 2015 una delegazione di pellegrini netini arrivò a Calendasco in visita ai luoghi del Patrono e venne donato nell’occasione un gigantesco Cilio ornato e dipinto realizzato a mano, per accomunare la venerazione e cementare un gemellaggio che ormai è entrato anch’esso nei ricordi che fanno la storia di di S. Corrado il piacentino.

Umberto Battini

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