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Al Municipale la miscela musicale esplosiva di Bollani e Rubalcaba

In un teatro municipale gremito in ogni ordine di posti è andato in scena il concerto in duo di Stefano Bollani e Gonzalo Rubalcaba, due tra i maggiori pianisti della scena jazzistica, e in generale musicale, internazionale e due musicisti di valore assoluto.

Uno degli appuntamenti tra i più importanti del cartellone del Piacenza Jazz Fest, pure così ricco di occasioni notevoli, in coproduzione con la rassegna regionale itinerante Crossroad e in collaborazione con Fondazione teatri Piacenza.

Mettere assieme Bollani e Rubalcadaba significa creare premeditatamente una miscela esplosiva instabile e pronta a deflagrare. Il ritmo sudamericano e le dolci melodie del pianista di origini cubane. La fantasia sconfinata e la passione ludica e ironica di Bollani.

I percorsi improvvisativi pirotecnici e la pura gioia per ogni nota uscita dal pianoforte, per entrambi, sostenuti da una tecnica e da una cultura pianistica fuori dal comune. Impossibile tracciare una seppur minima biografia musicale dei due protagonisti senza perdersi in un numero vastissimo di citazioni e di occasioni da lasciare stupiti per quantità e qualità.

Il comune denominatore è indubbiamente la curiosità, la capacità di cimentarsi su qualsiasi piano e qualsiasi genere, almeno per quanto riguarda il pianista italiano, senza remore morali o senza preclusioni snobistiche, puntando solo alla qualità dell’operazione e, sempre, al divertimento.

Un tratto evidentissimo in Bollani che, oltre alla sua vena principale di stampo jazzistico, ha suonato diretto da Riccardo Chailly e Daniel Harding, ha interpretato numerosi numerose registrazioni pop, bellissima quella con Irene Grandi tra le altre, ha avuto a che fare poi con la musica popolare napoletana, i frequenti contatti con la musica brasiliana, con Caetano Veloso in particolare, e un’infinità di piccole e grandi occasioni di difficile classificazione e di straordinario interesse (notevole la trasposizione musicale dei Fiori blu di R. Quenau).

Più strettamente jazzistiche le esplorazioni di Rubalcaba, maestro di ritmi e melodie da jazz latino e musicista di grande sensibilità improvvisativa. In particolare la precoce collaborazione con Charlie Haden e quelle proficue con Herbie Hancock e Richard Galliano, tra i tanti.

E l’esplosione c’è stata, per intero e da subito, nella serata di ieri al municipale. Un’esplosione di musica, di suoni di una ricchezza sconvolgente, di interplay sorprendenti, per un duo inedito, e a tratti emozionanti fino alla commozione. Un dialogo iniziato dolcemente, quasi sommesso e che ha progressivamente preso confidenza dopo che i due si sono testati, hanno sondato le reciproche condizioni.

Quanto devono essersi divertiti a inseguirsi, superarsi, provocarsi con brevi trami di tema, con le loro infinite variazioni, con i rimandi di volta in volta sorprendenti o rassicuranti a supporto reciproco.

E’ stato spesso difficile, senza seguire con lo sguardo le mani, capire quale dei due stesse suonando in un dato momento, quale stesse sostenendo il lavoro del compagno e in quale momento si stessero, i due, semplicemente inseguendo in un dialogo così fitto da non poter distinguere il proprietario di ciascuna delle quattro mani che stavano pestando o sfiorando le tastiere.

Il repertorio è stato tra i più vari e l’impressione è che i due avrebbero potuto permettersi di misurarsi su qualsiasi piano conservando intatta la loro qualità e rimanendo, in ultima analisi, autenticamente e definitivamente jazzisti. Una parte dei brani è stata estratta dal repertorio compositivo di entrambi, con reciproca e generale soddisfazione nel constatare la sintonia con la quale sono stati interpretati, ma una buona metà deriva da tradizioni differenti.

Una commovente e bellissima reginella, piena di sentimento, come deve essere sempre in questi casi, ma anche di fantasia e di qualità musicale. Una altrettanto stupenda samba de uma nota di Carlos Jobim, che ci ha ricordato come la musica brasiliana sia una delle grandi passioni di Stefano Bollani e dello stesso Rubalcaba.

E poi uno dei brani più belli di Duke Ellington, la magnifica Caravan che, oltre ad essere un omaggio dovuto, da parte di due pianisti, ad uno dei più grandi interpreti jazz dello strumento è anche un pezzo che consente di toccare tutti i registri, di dare sfogo a tutte le possibilità improvvisative che un duo pianistico possiede nelle proprie corde.

Perché questa delle possibilità espressive è stato in definitiva uno dei tratti più significativi di questo concerto. Pur fedeli al proprio carattere entrambi hanno dimostrato una sensibilità assoluta nel rispondere agli stimoli e anche una ricchezza di strumenti musicali davvero straordinaria.

La sensazione dominante è stata quella di una grande libertà, quella che si conquista dopo aver acquisito una cultura e una maestria assoluta su uno strumento e che si trasforma in una assenza pressoché assoluta di vincoli, di limiti anche solo autoimposti. Una grandissima sensazioni di completezza musicale da parte di due maestri assoluti, difficile definirli altrimenti.

E’ stato realmente un concerto straordinario, tra quelli da ricordare e da rimarcare tra i tanti bellissimi di questa manifestazione. Il pubblico ha risposto occupando completamente i posti del teatro municipale e manifestando un calore e un entusiasmo genuini e coinvolgenti.

I lunghi minuti di applausi che hanno segnato la fine di ogni brano e la fine dell’esibizione hanno convinto i due musicisti a concedere due lunghi bis, ad aumentare il piacere per una serata completamente riuscita e per il pieno successo di uno dei più grandi appuntamenti di questa edizione del Piacenza Jazz Fest.

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