Donne e sanità, la riflessione di Patrizia Calza per l’8 marzo

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione del sindaco di Gragnano, e Presidente Conferenza territoriale Socio-Sanitaria, Patrizia Calza in occasione della Festa della Donna su tre profili di donne protagoniste nel mondo della politica e della sanità: Tina Anselmi e Rosy Bindi e Cicely Saunders.

Succede che, grazie ad una esperienza particolare o a un nuovo lavoro o occupazione, si colga con “occhi nuovi” ciò che già si era letto o si sapeva oppure si scoprano situazioni o fatti prima ignorati.

Così, in occasione di questo 8 marzo, vorrei condividere con i lettori alcune brevissime riflessioni su tre donne che ho recentemente imparato a “vedere” più nitidamente: due che già conoscevo, Tina Anselmi e Rosy Bindi, e una terza, Cicely Saunders, fino a poco tempo fa, a me sconosciuta.

Alla prima si deve, tra tanto altro, l’introduzione del Servizio Sanitario Nazionale, di cui nell’anno appena trascorso, proprio nel 70 esimo della Costituzione, in Italia si è ricordato il Quarantesimo Anniversario.

I nostri Padri costituenti avevano delineato una Sanità ispirata ai principi della Solidarietà (art 2), dell’Uguaglianza sostanziale (art 3) cioè delle pari opportunità anche nelle cure – e al concetto di Salute non solo come “diritto” di ciascuno ma anche come “interesse” della collettività in termini sociali, culturali ed economici.

Fu però solo nel 1978, con la legge 833 che, ad opera di un legislatore illuminato e di un tanto grande quanto umile Ministro, Tina Anselmi, primo Ministro – donna dello Stato, queste norme programmatiche trovarono concreta applicazione con l’Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale dando vita ad un vero e proprio Stato Sociale, basato sui principi di universalità dell’assistenza sanitaria, solidarietà del finanziamento attraverso la fiscalità generale, equità di accesso alle prestazioni.

Prima il sistema era basato sulle cosiddette “casse mutue” di categoria: quindi il diritto alle cure derivava non dall’essere cittadino, ma dall’essere lavoratore (o suo familiare), il che determinava casi di mancata copertura e gravi sperequazioni tra cittadini. I più anziani se lo ricorderanno bene.

A Cicely Saunders, viene attribuita la nascita della moderna medicina palliativa, intesa come consapevole e mirata opera del portare sollievo ai malati, spesso terminali, senza interferire con il decorso della malattia e senza porre fine alla vita del paziente.

L’Ospedale a cui Cicely mirava, il St. Christopher, vide la luce nel 1967. In esso l’obiettivo era liberare la persona ammalata dalla sofferenza e dal dolore, con la consapevolezza che il dolore non ha solo una dimensione fisica, bensì emotiva, sociale e spirituale. I farmaci andavano somministrati prima che il dolore si acuisse.

Era inoltre necessario creare un ambiente ricco di calore umano e comprensione psicologica così come fornire assistenza alle famiglie dei ricoverati ed aiutare chi restava ad elaborare il lutto. Nel 2001, quando le fu assegnato il “Conrad N. Hilton Humanitarian Prize”, devolvendo un milione di dollari in favore dell’Hospice,la Saunders commentò: “Questo premio riconosce come la scienza e l’umanità debbano procedere insieme e questo è ciò su cui si fondano gli Hospice”.

Gli hospice e la rete delle cure palliative sono ormai considerati patrimonio prezioso delle nostre comunità ma credo pochi sappiano che la loro introduzione in Italia è riconducibile alla Legge 39/1999 voluta dal Ministro Rosy Bindi il cui motto era: “non tutte le malattie sono guaribili, tutte sono curabili’.

La legge che stanziava 206 milioni di euro, permise altresì di avviare la programmazione della Rete di cure palliative in ciascuna delle regione chiamate a presentare i progetti tali da assicurare l’integrazione tra assistenza residenziale, assistenza domiciliare ed altri livelli assistenziali socio-sanitari e sociali erogati nei vari ambiti territoriali.

Trovo straordinario che due conquiste di civiltà, come il SSN e il sistema della rete integrata delle cure palliative ovvero il diritto di morire con dignità, nel tempo a ciascuno “assegnato”, siano riferibili a donne e, poiché credo che in tutto ciò che accade ci sia un senso, sono pure convinta che ciò non sia conseguenza di una straordinaria coincidenza ma piuttosto il frutto del coraggio e dell’impegno ma soprattutto dell’amore per la vita e per l’umanità di cui le donne sono capaci.

Ho letto che già Don Luigi Sturzo, cent’anni fa, nel suo Decalogo del Buon Politico ammoniva: “Ascolta le donne che fanno politica, sono più concrete degli uomini”. Non so se è proprio così ma mi piace pensarlo e Tina, Cecily e Rosy sono lì a testimoniarlo. Grazie a loro il mondo non è perfetto certo, ma sicuramente meglio di come l’hanno trovato”.

Ovviamente sono tante altre le persone competenti, illuminate e di buona volontà a cui dobbiamo il nostro grazie. Tuttavia ho volutamente deciso di soffermarmi su queste donne, in occasione dell’attuale 8 marzo, per uscire dalla retorica che talvolta accompagna la ricorrenza, e per entrare di petto nella vita concreta perché “le donne hanno bisogno di trovare in un’altra donna la dimostrazione che è loro possibile essere e fare. L’esempio le aiuta ad acquistare una maggiore fiducia in se stesse” (Tina Anselmi 29 luglio 1984).

Buon 8 marzo a tutte dunque!

Patrizia Calza

Presidente Conferenza territoriale Socio-Sanitaria

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