Il giornalista che è diventato “Bilal” per raccontare i migranti

“Non esiste una ragione generale che spinge a partire, ognuno ha la sua ragione personale. Certo le guerre civili hanno un ruolo importante nel convincere le persone a emigrare.

Mi ha sempre interessato comprendere quando in un essere umano scatta la pulsione a scappare dalla terra dove è nato, il momento in cui viene presa una scelta spartiacque che fa decidere che il luogo dove hai trascorso gran parte della tua vita non è più tuo. E devi cercarne un altro”.

Le parole sono di Fabrizio Gatti, alias Bilal, giornalista dell’Espresso e grande esperto delle migrazioni contemporanee, un vero e proprio militante del giornalismo undercover (sotto copertura).

Fabrizio Gatti a Dis-chiusure

Bilal è il titolo del suo libro più noto e anche il nome che ha assunto per diventare un migrante che ha attraversato i deserti e il mare, dall’Africa all’Europa, dalle bidonville al mercato dei nuovi schiavi.

Della sua avventura del suo reportage divenuto uno straordinario libro testimonianza, Gatti ha parlato a lungo durante l’incontro di venerdì 29 marzo nella Sala degli Arazzi della Galleria Alberoni di Piacenza “Chiusi fuori. I viaggi dei migranti e l’umanità esclusa“, il primo dei numerosi appuntamenti che animeranno l’apertura della mostra Dis-chiusure.

Umanità esclusa, aperture possibili: “l’infiltrato” Fabrizio Gatti racconta – di Micaela Ghisoni

Può un violino con corde di filo spinato suonare la sua musica? Certamente deve essere aiutato a liberarsi per tornare a sprigionare potentemente la bellezza delle sue note. Così l’uomo, il migrante, deve essere aiutato a emanciparsi dalla propria condizione di esclusione per poter costruire un percorso di vita dignitosamente umano , anche e soprattutto nei paesi d’origine.

Questo il senso ultimo dell’incontro: “Chiusi fuori. I viaggi dei migranti e l’umanità esclusa, primo dei numerosi appuntamenti che animeranno la mostra- evento Dis-chiusure presso la Galleria Alberoni di Piacenza, simbolicamente incentrata sul violino con il filo spinato di Jannis Kounellis.

All’incontro è intervenuto, nella prestigiosa Sala degli Arazzi della Galleria Alberoni, Fabrizio Gatti, in conversazione con Gian Giacomo Schiavi, editorialista del Corriere della Sera.

Giornalista de L’Espresso e prima de Il Corriere, Gatti, fin da giovanissimo, ha condotto preziose inchieste undercover in luoghi decisamente scomodi, per capire da vicino, denunciare storture, promuovere cambiamenti.

In dialogo con Schiavi e alla presenza di un folto pubblico, durante la serata Gatti ha ripercorso le sue esperienze dirette da inflitrato sulle rotte dei migranti clandestini dall’Africa all’Europa, o tra le baraccopoli alla periferia di Milano. Ha restituito chiaro il suo pensiero.

Fabrizio Gatti a Dis-chiusure

Temi delicati e attualissimi, con cui la mostra Dis-chiusure entra subito nel vivo delle riflessioni che il violino di Jannis Kounellis dischiude.

“Un nome falso, gli euro avanzati e la capsula con i dollari, il tubetto di colla per nascondere le impronte digitali, il borsone nero, il giubbotto salvagente, la camicia, il paille, la vecchia ciabatta, le bottiglie d’acqua da un litro e mezzo, sei panini, tre scatolette di sardine”.

Tutto questo serve a Fabrizio Gatti per diventare “Bilal, infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi”, in marcia dal sud del mondo per conquistare una vita migliore oltre il Mediterraneo.

Bilal diverrà un bellissimo libro inchiesta, insieme ad altre indagini dallo stesso Gatti. Inchieste che nessuno aveva mai condotto prima, iniziate già al Corriere e proseguite all’Espresso.

Scorrevano le fotografie di Bilal nel deserto mentre il giornalista raccontava la sua incredibile esperienza di viaggio tra gli immigrati clandestini.

“Volevo cercare di capire, sentire da vicino, cosa si prova quando si comprende che nel luogo della propria nascita, dei propri affetti non c’è più futuro- ha spiegato Gatti a prosito di Bilal-. è un passaggio di consapevolezza terribile per chi lo vive, che avviene in modo graduale, prima con la mente e poi con il corpo, quando ci sono le condizioni economiche per spostarsi”.

Fabrizio Gatti a Dis-chiusure

“Con Bilal, racconto corale”, continua- “ho cercato di restituire un volto e una storia a quelli che chiamavamo clandestini”. Da Dakar a Tripoli, dall’Oceano al Mediterraneo, il viaggio viene tutto documentato e fotografato.

“Si stava abbracciati, stipati sul camion nel deserto del Sahara (il 12% dei passeggeri non arrivano in Europa) -racconta Gatti-.

Si aveva paura di cadere sotto, perchè spesso la gente saliva mentre il camion era ancora in movimento. Nessun sedile, mezzi sovraccarichi, i migranti chiamati per nazionalità, invece che per nome”.

All’interno del camion un cassone conteneva il carburante- prosegue-, mentre ai bordi ciascun passeggero poteva disporre di uno, due bidoni d’acqua, e una borraccia con cui bere. I momenti migliori erano la mattina, quando l’aria era leggermente più fresca. La sera si aveva paura di crollare per fatica, caldo accumulato, stanchezza, mancanza di soste. Senza contare gli incidenti che possono avvenire”.

“Le ragioni del viaggio non erano- e non sono- univoche, ha sottolineato poi il giornalista-. C’è chi scappava dalla guerra, chi dalla povertà, chi dall’arruolamento forzato in Eritrea”.

“L’altro incubo è però l’arrivo in Libia”, ricorda Schiavi.

Certamente, e forse oggi ancor più di quando ho svolto questa inchiesta, tra il 2003 e il 2007- riprende Gatti- , perchè “c’è meno consapevolezza effettiva sui rischi del viaggio e sulle possibilità reali”.

Fabrizio Gatti a Dis-chiusure

“Campi di detenzioni criminali, persone abbandonate nel deserto c’erano già con Gheddafi-“ha spiegato – ma oggi broker girano in città, periferie, villaggi libici, promettendo un viaggio breve e “indolore” verso l’Italia o altri paesi d’ Europa per circa quattrocento dollari In realtà ne servono molti di più ,e le persone non riescono poi a liberarsi dai debiti contratti”.

“Sarebbe necessario ribaltare questa narrazione fallace- avverte ancora Gatti-, “andando sul posto a dimostrare che il viaggio è pericoloso”- avverte-.

Quando i migranti partono e poi arrivano in Libia è già troppo tardi. E allora qual è la soluzione possibile? Ridurre le partenze a monte in modo intelligente.

Come?

Tra l’attuale chiusura totale- “Il soccorso in mare e la messa in sicurezza dei migranti sono comunque obbligatori sottolinea il giornalista- e l’opposta apertura senza controllo, c’è una “terza via ” percorribile, che per Fabrizio Gatti è l’unica valida :”promuovere formazione scolastica e lavorativa- quindi indipendenza economica- nei paesi d’origine”.

“Servono missionari, ingegneri e artigiani in Africa, ma meno sociologi, per insegnare nuovi mestieri ai giovani stranieri, anche a fronte del poderoso crollo demografico italiano”- conclude il grande protagonista della serata.

L’autore di queste riflessioni è anche chi ha combattuto da under cover prima l’ndrangheta di Milano, poi gli abusi di via Corelli, facendosi arrestare da “immigrato rumeno”.

Lo stesso che a Lampedusa è arrivato buttandosi in mare per farsi credere clandestino, e per otto giorno ha vissuto le condizioni disumane di un centro d’accoglienza, poi molto migliorate grazie al suo lavoro di denuncia. Quel Fabrizio Gatti che, “vivendo nella nuova Scutari” alle periferie di Milano, incontra il bambino albanese Vicky e lotta con passione civile per farlo diventare cittadino italiano insieme alla sua famiglia.

Un giornalista vero, di quelli che rischiano con coraggio in prima persona. Ma prima di tutto un grande uomo.

Fabrizio Gatti a Dis-chiusure

La serata è stata aperta e conclusa dal suono del violino di Kaori Ogasawara. Laureata in violino a Tokyo con il massimo dei voti, ha al suo attivo numerosi concerti in Giappone dove ha vinto svariati premi e concorsi. Dal 2003 svolge un’intensa attività concertistica in Italia. Nel 2009 vince il posto di violino presso il Teatro alla Scala, entrando nell’organico stabile dei primi violini. Attualmente suona un violino di Carlo Antonio Testore del 1751.

Fabrizio Gatti a Dis-chiusure

Kaori Ogasawara ha selezionato i due brani che eseguirà ispirandosi sia al tema della serata che all’opera di Jannis Kounellis, ovvero il violino con il filo spinato.

Con il suo violino, un Carlo Antonio Testore del 1751, ha eseguito in apertura di serata la Sonata n. 3 “Ballade” in re minore, op. 27 di Eugène Ysaÿe. La forte carica espressiva dai toni tormentati incupisce fino al tragico rendendo il brano assai prossimo al gusto espressionistico.

In chiusura, di Johann Sebastian Bach, la Sonata per Violino Solo n. 3 – BWV 1005 – terzo movimento in fa maggiore (largo).

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