Il Jazz elettronico di Terence Blanchard incanta la Galleria Alberoni

L’appuntamento della serata del 23 marzo – organizzato nell’ambito delle iniziative del Piacenza Jazz Fest – alla sala degli arazzi della galleria Alberoni presentava la musica del trombettista Terence Blanchard e dei suoi E Collective.

Un musicista profondamente legato alla condizione della musica e della società afroamericana, autore delle colonne sonore più celebri dei film di Spike lee e di percorsi del tutto singolari nel genere che frequenta.

Blanchard si muove nel solco profondo della storia della musica jazz elettronica. Una storia ricca e feconda, che ha tracciato un proprio percorso all’interno di questo genere, per quanto non sempre considerato tra i principali, e che ha prodotto risultati spesso notevoli.

E’ impossibile non andare, tanto più in questo caso in cui lo strumento principale di Blanchard è la tromba, al Miles Davis di Tutu oppure Bitches Brew e in generale di tutto quel grande periodo nel quale la sua ricerca verso la musica elettronica ha percorso strade inedite, spesso volutamente complicate per chi abbia un’idea troppo rigorosa di questo genere.

Così come è difficile non ricordare tutto il lavoro di Joe Zawinul al quale tante scelte degli E Collective si possono rimandare, soprattutto per quanto riguarda la sensibilità sul trattamento di alcuni passaggi e i tanti modi di arrangiare i ritmi che sostengono i brani. E ancora, per rimanere ai musicisti più contemporanei, il riferimento Steve Coleman soprattutto per il mood urbano e ostinatamente politico che tanta parte di questa musica inevitabilmente assume.

terence blanchard alla galleria alberoni

Questo collettivo usa l’elettronica e, in generale, la possibilità di lavorare sui suoni senza nessuna remora, senza nessun limite preordinato. Ogni effetto, ogni distorsione, eco, riverbero sono considerati leciti e possibili, inclusi, quando ritenuto utile, tra le possibilità offerte dagli strumenti.

I tre frontali, la tromba di Blanchard, le tastiere e la chitarra elettrica, sono costantemente filtrati dagli apparati elettronici e dai software ai quali sono collegati, in modo che il loro suono è, ogni volta, unico, dedicato al mood che ogni brano intende avere, ricercato per essere l’immaginario di quello specifico tema. C

osì, il concerto è composto da tanti lungi viaggi all’interno dei quali è impossibile non farsi trascinare. Percorsi evocativi, ricchi di rimandi e profondamente narrativi, nei quali la scelta dei suoni, oltre che dello spartito, è profondamente trascinante sotto il punto di vista emotivo.

È una musica che spesso riempie l’intera sala degli arazzi, ogni singolo anfratto, per quantità, volume e potenza narrativa, lasciando poche possibilità di distrazione alla mente di chi vi assiste. Un lavoro fatto da musicisti di qualità davvero altissima. La tromba di Blanchard non si sente mai con il proprio timbro nudo.

E’ un suono sempre volutamente corrotto dagli effetti alla quale è collegata, allungato, ricco di echi metallici e spazzato da un vento forte che sembra rendere impossibile apprezzarla a sé stante. I suoi sono sempre assoli carichi di disperata energia, di violenza, a tratti, che li rendono davvero pervasivi per chi assiste.

terence blanchard alla galleria alberoni

Charles Altura alla chitarra elettrica, possiede una tecnica straordinaria ma anche la capacità di percorrere registri differenti, di essere, per il collettivo, il vero valore aggiunto sotto il punto di vista solistico. Un discorso che vale, analogo, anche per la grande versatilità di Aaron Parks alle tastiere, capace di percorrere le infinite strade consentite dal suo strumento e dai mille rivoli offerti dagli apparati informatici aperti e attivi sul palco.

Ma Parks è anche musicista che, inaspettatamente, a metà concerto si sposta al pianoforte e, assieme ad Altura, trascina gli ascoltatori fuori dallo spazio urbano caotico e congestionato nel quale fino a quel punto erano immersi ripulendo i suoni, ritrovando finalmente la purezza dei timbri di cui la loro capacità musicale li rende capaci.

La ritmica è composta, a propria volta, da due musicisti davvero di grandissima qualità. A tratti è sorprendente come David Ginyard Jr. al basso e soprattutto Gene Coye alla batteria riescano a sostenere l’impalcatura dei lunghi brani con brevi misure ripetute ossessivamente senza concedersi mai passaggi banali, senza ovvietà. Il groove è sempre solidissimo, forte e presente, ma anche ricco di sfumature, di piccole varianti, di scelte cariche di gusto che sono necessarie ai brani tanto quanto le improvvisazioni che li caratterizzano.

La serata si è chiusa con il brano Can anyone hear me che lo stesso Terence Blanchard ha presentato come simbolico del clima spesso tragico in cui versa la situazione politica statunitense e soprattutto la condizione della popolazione afroamericana verso la quale la sua musica e la sua sensibilità sono profondamente rivolte.

Un concerto di grandissima qualità e di pari interesse per esplorare vie non mainstream del jazz contemporaneo. Una serata che il pubblico numeroso della sala degli arazzi ha decisamente apprezzato.

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