L’inganno di Tosca commuove e incanta il Municipale fotogallery

Ancora teatro esaurito in ogni ordine di posti, ancora calorosi ed interminabili applausi durante ed alla fine dell’opera, ancora un successo artistico e spettacolare messo a segno dalla Fondazione Teatri di Piacenza con la direzione artistica di Cristina Ferrari a conferma della qualità dello spettacolo andato in scena venerdì sera al Municipale di Piacenza.

Tosca probabilmente non è la miglior e la più amata opera di Giacomo Puccini ( i critici preferisco La Bohème), ma è senz’altro la più conosciuta. Non c’è melomane, infatti, che non ricordi “Recondite armonie” o il duetto d’amore che inizia con “Mario, Mario”, il Te Deum (“Tre sbirri e una carrozza”), “Vissi d’arte”, “E lucean le stelle”, per finire a “Dolci mani”.

Andata in scena (in modo piuttosto contrastato) la prima volta a Roma nel gennaio del 1900 e tratta dal dramma omonimo di Sardou, Tosca beneficiò di due librettisti di gran calibro come Illica e Giacosa, ma la gestazione dell’opera non fu facile e tranquilla per i continui litigi che coinvolgevano i due librettisti ed il musicista.

Addirittura Giacosa pubblicò alcuni versi del duetto tra Mario e Tosca ancor prima della rappresentazione dell’opera scatenando le furie del piacentino Illica.

Queste loro diatribe fecero bene alla stesura dell’opera che invece dei 5 atti previsti fui ridotta a tre atti eliminando personaggi ed episodi particolari probabilmente utili alla chiarezza della trama ed all’analisi storica ma lunghi e dispersivi.

Così se possiamo definire l’Otello il capolavoro della gelosia maschile, Tosca rappresenta l’esasperazione della gelosia femminile e sarà proprio questo sentimento la causa della morte dei tre protagonisti. Il fascino di quest’opera crediamo derivi dalla sua natura eterogeneamente musicale.

E’ stata definita un’opera verista ma le sue pagine più belle sono nel lirismo puro; è ambientata a Roma in un particolare periodo storico senza, però, eroismi o patriottismi; accanto a poesie d’amore con scrosci di scintillanti note romantiche troviamo, forse la prima volta nella lirica, sfondi di sadismo uniti alla perfidia ed allo sfrenato e morboso desiderio. La potremmo definire anche l’opera dell’inganno, perché questo è presente dalla prima scena all’ultima. Tosca è un contenitore dove si trova di tutto: dal wagnerismo, al barocco ed al verismo che si confondono a volte nel dramma a volte nel lirismo più puro.

A risaltare la bellezza dell’opera occorrono cantanti che abbiano voce e che sappiano cantare e gli interpreti di questa edizione si rivelano bravi ed adeguati.

In fondo Tosca ruota attorno alla figura perfida di Scarpia, personaggio solitamente interpretato da baritoni navigati ed esperti per la complessità del suo canto. In questa occasione, invece, Scarpia è il più giovane della compagnia: Amartuvshin Enkhbat, un ragazzo 33enne dotato di bellissima voce tipicamente baritonale senza sfasature e sicuro sia nelle note centrali che in quelle alte. Il tutto si accompagna ad una sorprendente padronanza scenica. Sicuramente la sorpresa più apprezzata della serata.

Anche Susanna Bianchini nel ruolo di Tosca ha riscosso calorosi consensi per la grazia del suo canto, che ben si addice alla naturale avvenenza femminile. Il suo “Vissi d’arte” è stato particolarmente applaudito, nelle corde delle sue qualità vocali a volte in difficoltà negli acuti ma convincente e toccante nelle fasi drammatiche.

Chi non ha, invece, difficoltà negli acuti è il tenore Stefano La Colla, già affermatosi nei più grandi teatri mondiali, che di acuti ne spara in quantità e con facilità a volte anche con eccessiva fretta sorretti da un timbro di voce assai squillante e talora quasi innaturale. Anche lui ha superato lo scoglio più atteso “E lucean le stelle” a pieni voti e, nel complesso, ha convinto anche se abbiamo la sensazione che gli si addicano personaggi più “forti” del Mario Caravadossi pucciniano.

Molto valido il contorno a cominciare dall’Angelotti di Giovan Battista Parodi, dallo Spoletta di Manuel Pierattelli per finire ai due baritoni piacentini: l’appropriato e pittoresco Sacrestano di Valentino Salvini ed il carceriere di Simone Tansini.

A rendere coinvolgente e spettacolare l’esecuzione hanno contribuito, a nostro avviso, tre componenti di assoluta qualità:

a) la bravura e la preparazione del Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto dal maestro Corrado Casati con il coro di voci bianche Farnesiane del maestro Mario Pigazzini. L’efficacia, la puntualità e la vigoria con musicalità del coro nel finale del primo atto ha letteralmente trascinato il pubblico all’entusiasmo.

b) Regia e Scenografia e Costumi di Joseph Franconi Lee (da un’idea di Alberto Fassini) e di Killian Orlandi, autentico esempio artistico di come si possa essere moderni ed innovatori rispettando i connotati tradizionali. Un autentico misto di eleganza, bellezza e buon gusto.

c) La direzione orchestrale del maestro Sesto Quartini, superlativo nel cogliere nella musica di Puccini sfumature di difficile lettura che, a volte, possono dare (erroneamente) l’impressione di frammentarietà se non si considerano gli imprevisti e talvolta bruschi cambiamenti di toni e di suoni.

Al termine della rappresentazione visibile e giustificata soddisfazione da parte degli interpreti. La bellissima “Tosca” Susanna Bianchini rende omaggio alla direttrice Cristina Ferrari: “Le devo molto perché mi ha sempre dimostrato stima e fiducia, per cui cantare a Piacenza è sempre per me motivo di soddisfazione. Se mi vedo in Tosca? Non sempre. Agli inizi è piuttosto frivola con quella gelosia eccessiva; poi, però, si riscatta da vera donna sostenuta da autentico amore”.

Il tenore Stefano La Colla sprizza soddisfazione da ogni poro. “Non è un canto facile quello di Mario Caravadossi ed aver successo in questo splendido teatro mi riempie di gioia. Se ritornerò? Si deve sentire la direttrice Ferrari”. E la signora ascolta ed accenna ad un eloquente assenso.

Timido e riservato è il baritono Enkhbat, che troviamo rilassato e frastornato dal successo ottenuto nel suo camerino con la moglie. Pur essendo nato e vissuto in Mongolia parla già in modo abbastanza comprensibile la lingua italiana: “Sono molto contento dall’accoglienza ricevuta in questo bellissimo teatro che non conoscevo”.

“Come è possibile, per chi come me è nato in Mongolia, ad affermarsi nella lirica? Al mio paese la musica è molto coltivata e conosciuta. Io ho questa passione fin da giovanissimo. Mi trovo più a mio agio nei personaggi baritonali verdiani, Rigoletto ed Un Ballo in Maschera in particolare. Dopo Piacenza ritornerò in Mongolia per una serie di concerti, quindi ritornerò in Italia per cantare a Roma, Macerata, all’Arena, alla Scala. Da queste parti tornerò in autunno per un Nabucco a Parma. Tornare a Piacenza? Magari.”

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