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“I quaderni piacentini” in Fondazione: un docufilm per riscoprire un’epoca

Riscoprire la storia d’Italia attraverso le pagine di una rivista simbolo degli anni Sessanta e Ottanta, e le riflessioni di un gruppo di intellettuali italiani lucidamente critico, tanto verso la politica quanto verso la cultura del tempo.

Questo l’obiettivo del docufilm”I quaderni piacentini“, prodotto da ISREC (Istituto di Storia contemporanea di Piacenza) e curato da Eugenio Gazzola. Già presentato a Bologna in anteprima nazionale, il film è stato proiettato a Piacenza presso l’auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano.

Presenti alla serata, l’autore del documentario Eugenio Gazzola, Fabrizio Achilli (ISREC) e Gianni D’Amo (Cittàcomune), oltre ad alcuni protagonisti e testimoni dell’esperienza della rivista.

“Il film è il risultato di tre lunghi anni di lavoro, un lavoro curato di selezione e ricerca – ha spiegato Achilli prima della proiezione -. Stasera vedremo solo la versione ridotta (1:45 h circa) di una pellicola che nella sua interezza dura più di otto ore, concepita proprio per far conoscere nella sua globalità un’esperienza cardine dal punto di vista culturale quale è stata quella de “I quaderni piacentini”.

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“Un documentario – continua – che nella versione integrale (disponibile in rete e in DVD entro l’anno) è senz’altro rivolto a centri di ricerca e università, perchè possano eventualmente approfondire il lavoro fin qui svolto”.

Eugenio Gazzola realizza quindi la ricostruzione della storia culturale e politica della rivista fondata nel 1962 da Piergiorgio Bellocchio – e poi diretta da Grazia Cherchi e Goffredo Fofi – a partire da materiali provenienti dagli archivi Uliano Lucas e Famiglia Cherchi, Teche Rai e Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico.

Ma sono le voci dei protagonisti, accompagnate dai testi, a illuminare l’effervescenza intellettuale di una reatà che oggi appare inevitabilmente lontana, pressochè impossibile da ritrovare.

Con i punti di vista di Piergiorgio, Marco e Alberto Bellocchio, Goffredo Fofi, il curatore scientifico Marcello Flores e Federico Stame (per citare solo alcuni tra i protagonisti di quell’avventura editoriale), il documentario si fa affresco ragionato, diviso per aree critiche, della trasformazione italiana dal boom economico alla crisi degli anni ’80.

“Il neocapitalismo e la formazione di un’industria culturale in Italia; il posto del cinema e il ruolo degli scrittori nella società; la decolonizzazione del mondo e la ricerca di un modello socialista per l’Occidente; la rivolta studentesca tra il 1967 e 68; la classe operaia e la stagione dei grandi contratti; il terrorismo e la sicurezza; il “ritorno al privato” e la caduta di tensione ideale alla fine degli anni Settanta”.

Come rileva anche l’istitituto storico piacentino, il film “rilegge, attraverso un’analisi critica, i fenomeni più incisivi dell’evoluzione nazionale”.

“Un lavoro filologicamente inappuntabile, con fonti spesso di prima mano – ha detto poi d’Amo nelle considerazioni finali -, resi benissimo nel film plurimorfismo e plurivocità della rivista, la sua capacità di coinvolgere liberamente, generosamente intelligenze diverse, che oggi dovremmo ritrovare”.

“Eravamo tutti amici nella rivista – sottolinea poi Bellocchio – e abbiamo stretto contatti in tutta Italia, e anche oltre”. E l’autore Eugenio Gazzola: “Questo lavoro è stato per me una formidabile occasione d’apprendimento e di incontro. Mi ha permesso di ordinare fonti e saperi che da ragazzo – negli anni ’70 – non potevo comprendere a fondo”.

“Un’affascinante carrellata sul secondo Novecento – appare il film ad Augusto Vegezzi-, rivelando tutti quei fermenti anti-sistema che “I quaderni” sono riusciti ad unire in unico coro di ribellione collettivo, ma che ora purtroppo non ci sono più”.

Una rivista di “gente che ha dato tutto il proprio impegno per nulla”. Senza “nulla” ha fatto e interpretato la Storia, andando oltre confine. Uno stimolo per i giovani a mettere a frutto idee, lavorare per migliorare la realtà contemporanea, a non perdere mai “il vizio della speranza”.

(foto da Facebook)

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