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Viaggio alla scoperta del castello di Riva

Prosegue il viaggio di PiacenzaSera.it alla riscoperta dei castelli della provincia di Piacenza. La nostra prossima meta è il castello di Riva di Ponte dell’Olio, in Val Nure.

Percorriamo in auto la strada SP 654, oltrepassiamo l’abitato di Podenzano, il borgo di Grazzano Visconti, il paese di Vigolzone e giungiamo – dopo circa mezz’ora – nel territorio comunale di Ponte dell’Olio. Sul finire del paese, abbandoniamo la strada provinciale che conduce a Bettola per svoltare a destra in via Madonna della Neve. Ancora poche centinaia di metri e di fronte a noi ci appare la roccaforte di Riva.

LA STORIA DEL CASTELLO DI RIVA – La posizione geografica era indubbiamente strategica: da una parte la città di Piacenza e dall’altra la Val d’Aveto, la strada per il Mar Ligure, preziosa via dell’olio. Il complesso fortificato appare citato per la prima volta in un atto risalente all’anno 1199.

Originariamente, nel 1255, era un avamposto militare. Oltre vent’anni più tardi terminarono i lavori, come testimoniato dall’iscrizione che ancora oggi è leggibile e che si trova al suo interno: «MCCLXXVII fuit factum hoc castrum».

Tale “milite Oberto del Cario”, con un atto del notaio Michele Mussi portante data 22 novembre 1323, alienava il maniero (e i terreni annessi) agli Anguissola di Vigolzone per 5600 lire. I nuovi feudatari, per mezzo di un editto del 1468, ottenevano anche il titolo nobiliare di conte. Il castello rimase in mano la famiglia Anguissola fino all’anno 1567, quando venne venduto al duca Ottavio Farnese, figlio di Pier Luigi assassinato vent’anni prima nella cittadella di Piacenza da un gruppo di congiurati, fra i quali Giovanni Anguissola di Riva.

Il duca Ottavio Farnese fece ne fece luogo prediletto dove trascorrere le proprie vacanze. Oltretutto il castello venne elevato a marchesato assegnandolo a Paolo Vitelli, valoroso e fedele capitano al servizio della Casa dei Farnese. Nei decenni successivi il feudo di Riva passò di mano ad altre famiglie della nobiltà. Nel 1778 fu dimora degli Sforza Fogliani e quindi dei conti Scribani-Rossi.

Verso la fine dell’Ottocento, fino agli inizi del XX secolo, ne divenne proprietario il principe romano Don Emanuele Ruspoli che lo trovò in condizioni di completa rovina ma se ne ebbe a cuore. Così nel 1884 commissionò importanti, e costosi, lavori di restauro, supervisionati e condotti dall’architetto milanese Angelo Colla (al quale si deve il restauro di Palazzo Gotico di Piacenza avvenuto nel 1883).

Fino a pochi anni fa il maniero di Riva era di proprietà della famiglia nobiliare Fioruzzi; gli ultimi eredi di questa dinastia lo hanno infatti recentemente venduto a Sebastiano Grasso, noto giornalista del Corriere della Sera.

Il Castello di Riva

LA STRUTTURA DEL CASTELLO – Anzitutto, guardando i possenti muri del complesso ci si accorge che sono per la stragrande maggioranza costituite da sassi e ciottoli, estratti in tempi remoti dal vicino torrente Nure. Tutto intorno il castello è contornato da un bel parco.

Osservando invece la planimetria del castello spicca uno schema di triangolo isoscele, con il lato rivolto verso nord che è parallelo al corso d’acqua del Nure. L’ampio e profondo fossato, situato sul versante est, garantiva sicurezza al solo e unico ingresso al castello; inoltre una torre (munita di caditoie) proteggeva quell’entrata e il ponte levatoio (esistenza passata testimoniata dagli ancora ben visibili incastri). Ad ovest, invece, fa capolino l’imponente mastio merlato in sommità.

Da un documento risalente al 1883 pare che nelle cantine del torrione vi fosse, oltre che le segrete, anche un’oubliette, un particolare tipo di prigione sotterranea nella quale venivano gettati i carcerati tramite una botola posta su un alto soffitto.

All’interno del maniero è nota poi la presenza di una sala d’armi e della piattaforma d’osservazione situata sul torrione stesso, collegato alla torre intermedia del lato nord per mezzo di un’elegante porticato.

Il Castello di Riva

IL CASTELLO OGGI – Lavori in corso al castello di Riva. Ad annunciarlo Sebastiano Grasso, attuale castellano, in un articolo apparso a pagina 12 del quotidiano “Libertà” del 19 febbraio 2018. Non solo – è riportato nell’articolo – «il mastio è destinato diventare una grande biblioteca di cinque piani, che sarà in grado di ospitare oltre 30.000 libri che trattano arte e letteratura».

Il castello di Riva, per espressa volontà del castellano, riaprirà al pubblico che in futuro potrà apprezzarne le mostre e i convegni letterari che qui verranno organizzati. Ad occuparsi dei lavori progettuali dell’edificio è l’archistar svizzero Mario Botta, noto per l’intervento di ristrutturazione del Teatro alla Scala di Milano tra il 2002 e il 2004.

A Riva, una volta ultimati lavori – come scritto nell’articolo sopracitato – «d’estate il grande spiazzo interno di circa 4000 metri quadrati, accoglierà, ogni anno una mostra all’aperto di uno scultore di fama internazionale».

IL PRIVATO FA MEGLIO DELLO STATO – “La Repubblica (…) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” così recita l’Articolo 9 della Costituzione Italiana; eppure appare evidente che, come in questo caso, sebbene un castello sia, di fatto, una casa e un’abitazione privata, è ancora una volta l’intervento del singolo che si pone a miglior garanzia per prendersi cura di un patrimonio storico e archeologico che appartiene alla cultura di un’intera comunità.

Concludo parafrasando un inciso di Vittorio Sgarbi, il noto critico d’arte italiano, intervenuto alla Galleria Biffi Arte lo scorso 14 febbraio, in occasione della mostra allestita sul pittore e scultore Antonio Ligabue.

Tirando le somme mi pare evidente che oggi, purtroppo, è pubblico ciò che al pubblico è concesso l’accesso ed è privato ciò a cui il pubblico è privo di accedere. Sono tanti, troppi, i monumenti, gli edifici e le opere d’arte in Italia a cui visitatori, scolaresche e studiosi è preclusa la possibilità di vedere e visitare luoghi che sono di fatto bene comune.

Che questo sia di monito alle nuove generazioni e sproni la classe politica a fare di più e a fare di meglio.

Fonti: “I Castelli del Piacentino”, di Serafino Maggi e Carmen Artocchini, pagg. 420 e succ., U.T.E.P. Unione Tipografica Editrice Piacentina 1967”.

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