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33 anni fa il disastro di Chernobyl “A Piacenza fra i primi a capire”

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Oggi, 26 aprile, ricorre il 33esimo anniversario del disastro nucleare di Černobyl: il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare.

A seguito di questo evento infausto l’Italia, per mezzo di un referendum, decise di dismettere tutte le sue centrali elettronucleari. Si sta quindi ancora oggi procedendo con il decommissioning e della gestione dei rifiuti radioattivi.

Sogin – interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e che opera in base agli indirizzi strategici del Governo italiano – è la società pubblica incaricata di smantellare le centrali nucleari oltre che di localizzare, progettare, realizzare e gestire il Deposito Nazionale: l’infrastruttura ambientale di superficie dove collocare in totale sicurezza tutti rifiuti radioattivi.

Quello di Černobyl è uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 e massimo della scala INES (International Nuclear and radiological Event Scale) dell’IAEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica), insieme all’incidente avvenuto l’11 marzo 2011 nella centrale termonucleare di Fukushima Dai-ichi in Giappone a seguito di un sisma di magnitudo 9,0 della Scala Richter e del conseguente tsunami verificatosi.

A seguito del disastro nucleare del 1986 in Ucraina, anche a Piacenza, così come nel resto dell’Italia, furono messe in campo tutte le risorse e le conoscenze necessarie per tutelare la popolazione. Abbiamo chiesto al dottor Sandro Fabbri, a quel tempo direttore di Arpa Piacenza, di ripercorrere quei giorni e quelle settimane successive al disastroso incidente di Černobyl del 26 aprile 1986.

L’INCIDENTE NUCLEARE – Era da poco passata l’una di notte presso la centrale Lenin situata in Ucraina settentrionale (all’epoca parte dell’Unione Sovietica), a 3 km dalla città di Prip”jat’. Nel corso di un test definito “di sicurezza” (già eseguito senza problemi di sorta sul reattore 3), i tecnici di turno si resero responsabili della violazione di svariate norme di sicurezza; portarono a un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore 4 della centrale: si determinò la scissione molecolare dell’acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore.

Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l’aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione, che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio. La forza d’urto dell’esplosione  scaraventò in aria l’enorme disco di copertura del nocciolo del reattore, dal peso di oltre 1.000 tonnellate. Ne seguì un incendio che in poche ore disperse in atmosfera una enorme quantità di isotopi radioattivi, i prodotti di reazione fissili contenuti all’interno.

Una nuvola di materiale fuoriuscì dal reattore e il fall out radioattivo ricadde sull’area circostante la centrale. Ne conseguì una pesante contaminazione che rese necessaria l’evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone.

Le autorità sovietiche, nelle prime ore dal fatto, minimizzarono quanto era avvenuto. Credevano che l’incidente fosse modesto e altrettanto modesta fosse l’esposizione radioattiva conseguente all’esplosione. Peraltro quel 26 aprile gli operai impegnati nella costruzione dei reattori 5 e 6 andarono regolarmente al lavoro; nessuno li aveva avvertiti.

Furono mandati operatori della centrale per effettuare rilevamenti, attrezzati di contatori Geiger con fondo scala a 360.000 röntgen/ora e mascherine chirurgiche. Un operatore incaricato tornò con alcuni dati sconcertanti: le radiazioni nei pressi del reattore misuravano ben 20.000 röntgen/ora, valori così inverosimilmente alti che i dirigenti ipotizzarono che fosse la strumentazione a non funzionare correttamente. (Sono sufficienti 500 röntgen distribuiti in un lasso di 5 ore per uccidere un essere umano. Molti operatori furono esposti a una dose mortale di radiazioni nell’arco di pochi minuti).

Solo 24 ore più tardi si comprese, seppur ancora in parte, quanto stava accadendo e i rischi che ne sarebbero succeduti alla popolazione locale fortemente esposta al fall out radioattivo. La nube radioattiva fu in grado di raggiungere, spinta dalla ventilazione meteorologica, anche l’Europa occidentale fino a lambire la Finlandia e i Paesi Scandinavi, seppur con livelli di contaminazione via via minori, toccando anche l’Italia, la Francia, la Svizzera, la Germania, l’Austria e i Balcani.

Nel corso dei mesi successivi alla catastrofe le cause furono riconducibili a gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico che dirigente, in problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell’impianto stesso e nella sua errata gestione economica e amministrativa.

LE VITTIME – Solo anni più tardi si è riusciti ad avere una stima del numero delle vittime, che risulta essere di 65 morti accertati con sicurezza. Le cause della morte sono così stabilite: 2 lavoratori della centrale morti sul colpo a causa dell’esplosione; 1 per trombosi coronarica; fra i 1057 soccorritori di emergenza, 134 hanno contratto la sindrome di radiazione acuta; di questi 28 sono morti nei mesi successivi, altri 19 sono morti negli anni fra il 1987 e il 2005 per varie cause non necessariamente e direttamente imputabili all’esposizione alla radiazione.

Fra la popolazione all’epoca di età 0-18 anni si sono registrati negli anni compresi tra il 1986 e il 2005 oltre 4mila casi di tumore alla tiroide. Infine sono da aggiungersi i 4 pompieri morti per la caduta dell’elicottero dal quale stavano spegnendo le fiamme gettando migliaia di tonnellate di boro, silicati e sabbia: materiali adeguati per trattare un incendio di tale natura poiché particolarmente efficaci nella schermatura delle radiazioni e soprattutto secchi, così da non produrre colonne di vapori radioattivi.

LA NUBE RADIOATTIVA IN ITALIA  – “È senza dubbio il più grande incidente nucleare della storia – spiega Sandro Fabbri, ex direttore Arpa Piacenza – solo la mattina del 28 aprile 1986 iniziarono a girare voci più o meno accreditate circa un grave incidente avvenuto in una centrale nucleare e in Ucraina”.

“Il primo campanello d’allarme ufficiale suonò in una centrale nucleare in nord Europa, le strumentazioni iniziarono infatti a segnalare la presenza anomala di radionuclidi. Quella centrale in giro di pochissimo diramò un’allerta in tutta Europa, tuttavia io e i miei 4 collaboratori eravamo già alle prese con le misurazioni intorno alla centrale nucleare di Caorso”.

“Ero a capo del PMP di Piacenza (Presidio multinazionale di prevenzione, che dopo il 1996 diventerà Arpa) e abitualmente facevamo monitoraggio della radioattività ambientale e degli alimenti, un presidio istituito nel 1978 per volere della regione Emilia-Romagna, l’unica in Italia a quel tempo che ritenne necessario avere un supporto tecnico di alto livello costituito da cinque persone: due fisici e tre tecnici”.

“La mattina del 28 aprile riscontrammo dati anomali, pertanto inviammo immediatamente un report a Roma. Comprendemmo immediatamente che la centrale nucleare di Caorso nulla centrava e che il problema era da ricondursi ad un incidente avvenuto da qualche parte oltre i confini nazionali”.

“Il campionamento del pulviscolo atmosferico ci mostrò traccia di Iodio 131, un radionuclide rilasciato in maggiore quantità e il cui tempo di dimezzamento è di otto giorni. La prima misura emergenziale adottata fu quella di impedire alla popolazione di mangiare latte e verdure a foglia larga. Per oltre 15 giorni rimase in vigore questa misura di precauzione”.

“Sempre a seguito di controlli constatammo accumuli di Cesio 137, il cui tempo di dimezzamento è di trent’anni. Il Cesio 137 andò contaminare i terreni, i funghi, le carni e altri alimenti. Fortunatamente le quantità riscontrate, a Piacenza così come nel resto dell’Italia, non erano per nulla preoccupanti, ma significative della portata dell’incidente nucleare occorso in Urss. Nelle grandi ditte, così come nei centri commerciali, fu disposto che i filtri degli impianti di condizionamento venissero sostituiti in quanto questo radionuclide si aggrappa alle superfici andando contaminare l’aria”.

“Ricordo un’opinione pubblica notevolmente preoccupata e che spinta dalle emozioni ha deciso di bloccare la prosecuzione del nucleare in Italia. Così come ricordo con piacere una ricerca portata avanti in collaborazione con l’Università Cattolica di Piacenza. In questa ricerca è emerso che un’argilla chiamata bentonite è in grado di catturare il Cesio 137 e per questo se mischiata insieme al foraggio degli animali impedisce, ad esempio alle mucche, che questo radionuclide finisca nel latte”.

“È stato doloroso assistere a quella sciagura che ha cagionato centinaia di morti e migliaia di feriti in Ucraina, ma c’è da dire che è un incidente di tale portata in Italia era impossibile: le centrali nucleari italiane erano notevolmente più sicure inoltre quel tipo di test era decisamente contro ogni regola anche di buon senso. Il futuro ci fa capire che non è nucleare, ma la ricerca deve proseguire nel campo delle energie rinnovabili”.

“Quanto al lavoro di decommissioning è indubbio che sta costando tantissimi soldi agli italiani e forse avremmo potuto quantomeno sfruttare la vita utile delle centrali in essere sul territorio italiano. Basti pensare che la centrale nucleare di Caorso ha lavorato dal dicembre 1981 fino all’ottobre 1986, anno in cui l’impianto è stato fermato per la periodica ricarica del combustibile, e, a seguito dell’esito del referendum sul nucleare del 1987, non è stato più riavviato”.

“Inoltre credo che l’orizzonte temporale preventivato da Sogin del 2031 per portare a conclusione le opere di dismissione dovrà essere necessariamente prorogato in quanto la burocrazia sta mandando nettamente a rilento le operazioni di bonifica e smaltimento”.

“Il mio auspicio – conclude Fabbri – è che Arpa Piacenza rimanga una struttura specializzata al pari livello di quella che ho avuto l’onore di mettere in piedi io stesso grazie a miei preziosi collaboratori di quel tempo e che mantenga gli alti standard di efficienza che ne faceva un vanto in tutta la nazione”.

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