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“Dritto al cuore”, Di Bartolomei contro la giustizia fai da te

L’Italia Paese pericolosamente insicuro? In molti lo pensano, lo ribadiscono, rinfocolati quotidianamente dalla propaganda governativa e dal tam tam mediatico che ne deriva.

Eppure, statistiche alla mano, siamo una delle nazioni con il più basso tasso di omicidi d’Europa.

Il numero di rapine è crollato negli ultimi anni, ne’ i flussi migratori hanno portato ad un aumento significativo dei reati.

E allora perché, ad oggi, il 40% degli italiani, si sentirebbe più sicuro con una pistola in casa?

A questo interrogativo sostanziale tenta di rispondere “Dritto al cuore”, il libro contro la giustizia fai da te scritto da Luca Di Bartolomei, analista aziendale e figlio di Agostino, l’ex capitano della Roma che si sparò nel 1994.

Come?

Essenzialmente contrapponendo alla “scorciatoia” apparentemente facile dell’arma da fuoco come strumento di “legittima” difesa, l’analisi attenta, paziente di fenomeni compositi, che richiedono risposte variegate, meditate.

Una lente di ingrandimento sul proprio lavoro analitico e sociale, Di Bartolomei l’ha messa anche alla Galleria Biffi Arte di Piacenza, durante la presentazione del suo “Dritto al cuore”. A condurre qualche domanda davanti ad un pubblico attento, in un incontro che ha visto quasi sempre Di Bartolomei avere la parola, ci ha pensato il giornalista Mauro Molinaroli.

“Sono particolarmente contento di presentare il mio libro qui, un luogo di arte e cultura, che trasuda di bellezza”- ha subito detto l’autore di “Dritto al cuore”, davanti ai bei quadri di Antonio Ligabue ospitati dalla Galleria piacentina.

“I luoghi di bellezza sono spazi di incroci, di caos creativo, contrari per natura all’attuale tendenza di chi vuole costruire rigidi muri invece di ponti o mulini a vento. Un argomento che interessa molto da vicino il mio libro, se tra le sue pagine si parla di sicurezza, armi, giustizia, ma anche di insicurezza e paura”.

“Dritto al cuore”, edito da Baldini e Castoldi, non nasce però dalla vicenda personalissima del suicidio di mio padre – spiega l’autore – ma poco tempo fa, da un dato del Censis molto significativo per me che di lavoro analizzo la realtà e in precedenza mi sono occupato di sicurezza nell’ambito della difesa: circa il 40% degli italiani si sentirebbe più al sicuro con un’arma in casa”.

La presa di posizione di Di Bartolomei a riguardo è stata chiara: la foto di una Smith & Wesson calibro 38 postata su internet, uguale a quella usata dal padre Agostino per togliersi la vita. Sotto il commento “Non comprendo come in un Paese che i dati considerano tra i più sicuri d’Europa, tanta gente non capisca l’equazione più armi, più sangue” .

Ne è derivato vasto clamore mediatico, e poi il libro.

“Non ho vergogna o paura di strumentalizzare Agostino – sottolinea l’autore -, se da questo può nascere qualcosa di buono, una coscienza sociale ed etica che eviti di diffondere ciò che a quei tempi è successo. Anche mio padre, imprenditore, aveva preso la pistola con il pensiero di poter difendere al meglio la famiglia”.

“Se tuo padre non avesse avuto la pistola, non si sarebbe tolto la vita, secondo te?” chiede Molinaroli.

“Questo non posso dirlo – risponde il figlio di Agostino – e sulla vicenda di mio padre voglio rimanere il più possibile neutro, per parlare invece di dati. La psicologia internazionale mostra quanto il suicidio sia correlato al fattore tempo: sono spesso circostanze e stati d’animo a fare la differenza e il possesso di un’arma può essere fattore favorente. Anzi, di fatto lo è se aumenta del 60% la probabilità di andare incontro a conseguenze mortali, siano essi incidenti (12%), omicidi (12%), suicidi, il restante”.

“E allora immaginate per esempio quali pericoli si possono celare per bambini che scorrazzano in una casa con armi? Magari accidentalmente incustodite?” sottolinea provocatoriamente Di Bartolomei.

“Ma cosa rende le persone fortemente insicure in un Paese sicuro?” si chiede l’autore. “La paura –  si risponde – di perdersi e di perdere”. Un sentimento che attanaglia soprattutto le fasce di popolazione più agiate e più povere”, creando una dispercezione del reale che la propaganda politica ha buon gioco a cavalcare per acquisire consensi.

“Incertezza del futuro, sostanzialmente – ci dice Di Bartolomei – economica, istituzionale, sociale”. Senso di precarietà.
Incertezza sottovalutata in precedenza, altamente problematica, di fronte alla quale oggi non si trova nulla di meglio che creare un “grande nemico da combattere”, e usare pistole per “difendersi”.

Invece di dare risposte concrete sulla riforma della giustizia, del lavoro, agire sulla coesione sociale, si preferisce sparare, senza restringere le regole e incrementare i controlli, e anzi allargando il porto d’armi anche a chi ne era interdetto.
Ma è “difesa” ed è “legittima”?
No, e questo lo dice la nostra Costituzione, che non è il Bill of Rights americano.

Qui il diritto ad armarsi spetta “a soggetti terzi”, ovvero alle forze dell’ordine, che, (spesso) psicologicamente preparate, insegnano come l’uso della forza, del fuoco siano da adoperare quando la relazione con il reo non è più possibile.

Non abbiamo ancora fiducia nell’Arma, ma vogliamo le armi, dicono i dati.

“Ma la diffusione di questi strumenti rischia di non portare affatto più tranquillità – sottolinea l’autore – più sangue invece sì, con una stima annuale di 2700 morti da parte del Censis”.

“E non si tratta di mancanza di solidarietà verso le vittime di furti o reati – continua -, anche mio padre era stato rapinato. Si tratta di risposte sbagliate, semplicistiche, a problemi reali”.

Molti penseranno che siano i soliti argomenti ipocriti dei garantisti, o peggio, dei radical chic travestiti da ben pensanti. Ma qui c’è coraggio, oltre che analisi del reale.

Ci vuole coraggio a trasformare una dolorosa vicenda personale in una questione etica e civile. Luca Di Bartolomei l’ha fatto, e con lui chi l’appoggia. Anche si tratta di una visione in controtendenza rispetto all’humus oggi prevalente in Italia.

Spesso sono i piccoli numeri a fare la differenza.

Speriamo solo che Luca Di Bartolomei possa “arrivare al cuore” di molti, prima che ci arrivi dritta una pistola.

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