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“La scienza ha bisogno di “rosa”. Servono investimenti al femminile e cultura”

“Il mondo ha bisogno della scienza, ma la scienza ha bisogno delle donne”.

Un appello appassionato quello lanciato da Speranza Falciano, scienziata di fama internazionale, ospite alla Fondazione di Piacenza e Vigevano per il secondo appuntamento dei “Giovedì della Bioetica”.

Appello scaturito e accompagnato da un’amara, inconfutabile, denuncia: “Le statistiche di genere evidenziano una preoccupante mancancanza delle donne nelle cosidette discipline STEM (Science, Tecnology, Engineering, Mathematics, ndr). Soprattutto negli istituti accademici e di ricerca, ma anche in ambito professionale”.

Prima donna viceprepresidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (ma anche prima direttrice e prima donna in Giunta esecutiva dell’Ente), a presentare la professoressa Falciano nell’incontro dal titolo “Discriminazione di genere nelle scienze dure. Uomini contro donne?” è stato il presidente della sezione Emilia Romagna dell’Istituto di Bioetica, Giorgio Macellari, accompagnato dall’ex direttore di Libertà Gaetano Rizzuto e dell’avvocato Susanna Lombardini.

Un appuntamento promosso per affrontare un tema tanto scottante quanto persistente, “causa pregiudizi culturali diffusi, spesso neppure consapevoli” – sottolinea la scienziata. “Uomini contro donne”? Forse alcuni sterotipi ancora radicati e difficili a morire potrebbero farlo credere, ma che questa non sia la strada auspicata da Speranza Falciano appare evidente fin dalle prime battute, quando contrappone “multidisciplinarietà” e “diversità” alla sterile semplificazione del pensiero unico.

“Il mondo del lavoro italiano ed europeo continua a ricercare competenze scientifiche e tecnologiche, ma non le trova – ha sottolineato -. Ed è preoccupante perchè il futuro è nello sviluppo scientifico”. “Statistiche statunitensi – continua – hanno evidenziato come la formazione nelle discipline STEM favorisca produttività e crescita economica”.

“Accanto al problema generale c’è poi quello particolare: se la cultura scientifica appare globalmente insufficiente, l’impiego femminile in ambito informatico, tecnologico, matematico (fatta parziale eccezione per l’insegnamento) è gravemente carente”.

“Sembra ancora saldo, e più o meno latente, il secolare pregiudizio di derivazione aristotelica per cui la donna, più debole ed emotiva, “appare meno adatta a svolgere professioni razionali, verso le quali viene quindi spesso ostacolata. Numerose indagini trasversali dimostrano questo fenomeno, apparentemente nascosto, ma più che mai pervasivo”- conclude la scienzata.

Ma non è solo con una “segregazione orizzontale” di partenza con cui le aspiranti scienziate devono fare i conti. Anche la meta non è semplice e i vertici della carriera in ambito scientifico sono spesso solo intravisti dal mondo femminile causa una “segregazione verticale”, un “soffitto di cristallo” che vede nettamemente prevalere gli uomini ai posti di comando. Gravidanza e famiglia sono ancora biglietti da visita spesso mal visti per la carriera delle donne.

Poi l’apparente paradosso, evidenziato sia dalla scienziata sia da Macellari: “L’impiego molto maggiore di donne in ambito scientifico-tecnologico in paesi in via di sviluppo, come la Romania, piuttosto che in aree più sviluppate”.

Ma quali i passi fatti fino a qui per affrontare la discriminazione di genere nella scienza? Non pochi, ma ancora lenti. “L’Europa si è mossa in modo significativo in questa direzione dal 2000 circa con l’Istituzione del Gruppo Helsinki – ha detto Falciano -, uno tra i più importanti gruppi di studio volti a discutere e favorire concretamente, a tutti i livelli, il contributo delle donne alla carriera e alla ricerca scientifiche. Nel mio stesso istituto sono stati finalmente adottati negli ultimi anni parametri di organizzazione del lavoro più attenti alle problematiche femminili, ma sono processi ancora troppo disomogenei e poco radicati”.

Come fare per accelerare il trend di inversione di tendenza? Le quote rosa non sono sbagliate per Falciano, se intese come “azioni a favore delle donne per velocizzare il processo di parità, non certo come strumenti di rassegnata accettazione della discriminazione di genere”.

Ma alla società odierna servono anche e soprattutto maggiori investimenti, tanto nella cultura scientifico- tecnologica, quanto nella fruttuosa mescolanza di saperi diversi. Se infatti le discriminazioni di genere giustamente preoccupano, quanto potrà nuocere la separazione settaria di saperi e pensiero nella nostra società globale?

È una battaglia culturale – di ciascuno e di tutti -, prima ancora che sociale, quella che dobbiamo combattere.

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