Il lavoro? La sfida più importante per “dis-chiudere” le fragilità

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Il lavoro non è solo per chi riesce a viaggiare perfettamente al passo del sistema socio-ecomoninico produttivo e delle sue esigenze competive. È anche – e forse soprattutto – per coloro che ogni giorno convivono con fragilità che proprio grazie al lavoro possono essere meglio affrontate.

L’importanza primaria del lavoro per soggetti fragili, socialmente, psichicamente e fisicamente, è stato tema affrontato al convegno “Dis-chiudere le fragilità – Salute mentale e prospettive di lavoro” ospitato dalla Sala degli Arazzi della Galleria Alberoni nell’ambito della mostra-evento “Dis-chiusure”.

Un incontro che, con accanto all’Assciazione “La Ricerca”, ha visto protagoniste testimonianze concrete, ma anche analisi di nodi problematici e quadri prospettici da parte del Servizio psichiatrico dell’Ausl di Piacenza.

Tutti gli interventi hanno sottolineato come l’inserimemto lavorativo retribuito di soggetti svantaggiati riduca l’incidenza dei disturbi psichiatrici nella loro differente tipologia. Se non altro aiuta ad attenuarne la gravità e a tenere sotto controllo la patologia.

“L’uso di stupefacenti è molto più frequente tra chi non lavora o espleta attività saltuarie – ha detto infatti Donatella Peroni dell’Associazione “La Ricerca” evidenziando alcuni dati di recenti studi -. Ma anche la ricaduta nelle dipenze risulta largamente favorita dalla mancanza di occupazione lavorativa”.

Il trattamento di disturbi e disagi non deve allora mirare – hanno evidenziato all’unanimità i relatori – alla sola cura terapeutica, ma “ambire soprattutto alla costruzione di un concreto progetto di vita, adeguato per il soggetto. L’autonomia personale, nel grado consentito dal disturbo, deve essere il traguardo finale”.

Impieghi a impronta competitiva (possibili da conservare anche durante il periodo di permanza in comunità), integrazioni lavorative sotto forma di tirocini, modalità di impiego protette (ad esempio laboratori di Comunità) sono le diverse forme di inserimento lavorativo per i soggetti svantaggiati.

Ma con il progetto “Ac-cogliere”, che unisce persone svantaggiate e richiedenti asilo, la relatrice illustra un esempio concreto di ampliamento di opportunità lavorative per soggetti fragili. Una serra coltivata ad agricoltura biologica sul terreno tra la comunità Emmaus e la casa di accoglienza Don Venturini alla Pellegrina, nei pressi di Gossolengo. Un progetto che, integrando la componente educativa di Cooperative sociali e associazioni (La Ricerca e altre) a quella imprenditoriale (azienda agricola “Campo Lunare”), dà lavoro ad almeno 10 persone con disagio. I prodotti coltivati sono infatti consumati all’interno della Comunità, ma anche venduti su mercati esterni.

Se anche Claudio Vavassori, presidente del Consorzio Clarabella, fornisce poi con la Cooperativa sociale vinicola Perinelli un’altro bell’esempio di integrazione lavorativa per persone disabili – “un modello di scambio con la realtà del territorio”- vincente sul piano economico e sociale, “train and place” è la filosofia di fondo della psichiatria attuale.

“Ci si cura lavorando – dice infatti Corrado Cappa, direttore dell’Unità Operativa Psichiatria di Collegamento e Inclusione sociale dell’Ausl di Piacenza -, non si aspetta che il problema passi, si rischia così lo spreco di anni cruciali di vita e formazione senza avere la certezza che il disturbo scompaia, specie se rilevante”.

“Una patologia conclamata – aggiunge – persiste ed è condizionante per alcuni periodi della vita. Ma il lavoro, fonte di autostima, relazioni sociali e soddisfazione materiale, riduce nettamente l’incidennza del disturbo. E, a volte, lo previene”. Tanto più dal momento che l’insorgere della malattia precede i sintomi – sottolinea lo specialista.

“Il 60% dei soggetti con disturbi gravi vogliono lavorare, ma riesce a farlo soltanto il 20%” – spiega. Perchè? “Bisogna superare – denuncia – lo stigma ancora presente, per cui chi ha un disturbo mentale sicuramente sul lavoro non funziona. A volte sono necessari orari ridotti, forme flessibili, che non per questo pregiudicano però la resa. E anzi producono vantaggi economici statali, evitando l’erogazione di sussidi assistenziali”.

“Psichiatria di comunità”, insomma, poichè è nella molteplicità di relazioni che l’identità della persona si costruisce. Ma a chi spetta l’opera di inclusione sociale?, si è provocatoriamente chiesta Nicoletta Corvi della Commissione delle Dirigenti cooperatrici Nazionale. A tutti, possiamo dire, nessuno escluso. Solo dalla giusta consapevolezza collettiva dei problemi, le fragilità di ognuno possono essere superate per trasformarsi in potenzialità preziose.

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