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L’economia italiana non cresce perché è poco libera

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Libertà economica bassa in Italia, dove lo stato continua ad assumere un peso rilevante, frenando la crescita. Gli stati più liberi, al contrario, mostrano maggiore dinamicità economica.

Heritage Foundation, Istituto di ricerca statunitense, con sede a Washington, fra i più influenti think tanks americani, periodicamente monitora il grado di libertà economica” di 162 stati del mondo, attraverso 42 indicatori, raggruppati in 5 categorie: 1. peso dello stato; 2. sistema legale e diritti di proprietà; 3. Moneta; 4. libertà di commerciare con l’estero e regolamentazione su imprese; 5. credito e lavoro.

Nel 2018, l’Italia si è collocata all’ 80° posto in classifica con 62,20 punti su 100, rientrando così tra le economie “moderatamente libere”. Il punteggio è uguale a quello dell’anno precedente, anche se abbiamo perso una posizione. Rispetto al 2000, lo abbiamo migliorato di appena 0,60 punti, ma da allora siamo scesi di 11 posizioni.

In Europa, la Spagna, al 57° posto, è passata dal 1995 – primo anno delle rilevazioni – ad oggi da 62,80 a 63,90 punti, superandoci per tutto il periodo di riferimento. La Francia, al 71° posto, con un punteggio di 64,40 punti a metà degli anni Novanta, nel 2018 si attesta a 63,80 punti. La Germania con un punteggio di 69,80 punti nel 1995, negli anni ha saputo migliorare arrivando lo scorso anno a ben 73,50 punti (al 24° posto), rientrando tra le economie “ampiamente libere”.

Ancora meglio hanno fatto e continuano a fare gli stati anglosassoni, come USA e Regno Unito. L’economia britannica nel 2018 ha confermato un punteggio di 78,90 punti (al 7° posto) che mantiene da diversi anni, mentre gli USA nel 2018 hanno perso 1 punto, con i 76,80 del 2018 contro i 76,70 degli anni precedenti (al 12° posto).

Anche questi due paesi fanno parte delle economie “ampiamente libere” e il Regno Unito, anzi, si avvicina agli 80 punti necessari per fare parte delle economie semplicemente “libere”: un club ristrettissimo di soli 6 paesi, stando ai dati del 2018, ossia Hong Kong (90,20), Singapore (89,40), Nuova Zelanda (84,40), Svizzera (81,90), Australia (80,90) e Irlanda (80,50).

Il binomio libertà-crescita – Ciò che si evince dall’indagine di Heritage Foundation, è il rapporto diretto esistente tra il grado di libertà economico riscontrato e il tasso di crescita medio delle suddette economie. Lo conferma il fatto che l’Italia, tra le “grandi economie”, è quella che cresce meno, e non è riuscita a recuperare i livelli di ricchezza del 2007, perduti con la crisi esplosa l’anno successivo.

La Francia è l’altra grande economia europea che cresce poco, seppure a ritmi superiori ai nostri. Parigi condivide infatti con Roma un elevato peso dello stato nell’economia, con una regolamentazione minuziosa e soffocante di ogni aspetto del mercato (vedi alla voce burocrazia). La Germania, invidiata per il suo modello economico altamente efficiente, risulta dopo il Regno Unito il secondo paese tra i grandi del continente per libertà economica, confermando il binomio libertà-crescita.

I Paesi del mediterraneo – I dati riportati sono un segnale dei mali della nostra economia, accomunata ad altri Paesi del Mediterraneo per scarsa tutela del mercato. In effetti oltre alla Grecia (106° posto con 57,7 punti) troviamo nella parte bassa della classifica Paesi come la Tunisia (125° posto con 55,4 punti), il Montenegro (al 92° posto con 60,5 punti) e la Croazia (86° posto con 61,4 punti). Mentre altri Paesi del bacino del Mediterraneo presentano un buon grado di libertà economica. E’ il caso della Romania (42° posto con 68,6 punti), dell’Albania (52° posto con 66,5 punti) e della Turchia (68° posto con 64,6 punti).

Conclusioni – In sostanza, i Paesi che non crescono (o crescono poco) soffrono di un male che possiamo definire “paternalismo dirigista degli stati”. Il problema è reso ancora più drammatico dal fatto che molti governi ritengono essere la soluzione ai problemi delle rispettive economie, mentre in realtà ne costituisce una concausa forte. Ne è un esempio la Grecia, dove la pressante ed asfissiante presenza dello Stato ha determinato un “quasi” default. L’Italia è la perfetta rappresentazione di questa cultura poco incline al libero mercato, che può portare nel tempo al cosiddetto “punto di non ritorno”.

O meglio, esiste un “liberismo” di formazione italiana, ma che non corrisponde esattamente alle teorie classiche di Adam Smith, e nemmeno al “laissez-faire” francese, ma a qualcosa che si può definire più precisamente come una sorta di anarchia economica, dove ognuno pensa di farsi le proprie regole, e dove la burocrazia è di fatto un “settore economico” che può arrivare a valere circa il 2% del PIL italiano.

Andrea Lodi (economix@piacenzasera.it)

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