Primo maggio, Mcl sul lavoro del futuro “Mai escludere gli esseri umani”

In occasione della Festa del Primo Maggio, il Movimento Cristiano dei Lavoratori con una nota ha voluto interrogarsi in merito alle tematiche e alle diverse problematiche inerenti al mondo del lavoro nel contesto attuale – L’INTERVENTO DI UMBERTO MORELLI, PRESIDENTE PROVINCIALE MCL PIACENZA

Tra pochi giorni il calendario ci porta al 1 maggio, giornata di San Giuseppe Lavoratore. Nell’occasione celebreremo la festa del mondo del lavoro ricordando la figura del patrono dei lavoratori, con momenti di riflessione inerenti al mondo del lavoro e alle problematiche ad esso collegate.

Da alcuni anni a questa parte ci ritroviamo nella circostanza con un mondo del lavoro sfiduciato e senza speranza, con aziende, tante, che anche nel nostro territorio negli ultimi mesi hanno cessato l’attività, abbandonando a se stessi e al proprio destino tante famiglie che oggi guardano al proprio futuro con tanta incertezza e poca speranza, alla ricerca come miraggio di una nuova occupazione lavorativa da dove attingere benessere economico per il proprio sostentamento.

Come “movimento di testimonianza evangelica ” vediamo l’orizzonte del mondo del lavoro, come auspicato da papa Francesco, con quattro aggettivi: libero, creativo, partecipativo, solidale, sui quali si è incentrato il dibattito durante l’ultima settimana sociale dei Cattolici Italiani.

Purtroppo dobbiamo costatare che la realtà è molto differente da quanto auspicato, e da quell’orizzonte che vede nel lavoro un opportunità per affermare la dignità della persona e la sua capacità di collaborare all’opera creativa di Dio. Viviamo oggi in un sistema economico che ha dimostrato capacità eccezionali nel creare valore economico a livello globale, nel promuovere innovazione e progresso offrendo ai consumatori una gamma sempre più vasta di beni di qualità.

Per contro dobbiamo prendere atto delle difficoltà che ogni giorno si incontrano nel promuovere una giusta distribuzione delle risorse, di favorire l’inclusione di chi oggi viene espulso e scartato dal mondo del lavoro, di tutelare l’ambiente e di difendere il lavoro in special modo quello dignitoso. In questa situazione la sfida più concreta soprattutto nei paesi ad alta densità economica, dove i lavoratori avevano conquistato con dolore e fatica traguardi importanti, a partire dalla dignità del lavoro, dignità al centro del vivere quotidiano su cui creare relazioni sociali nel presente e nel futuro delle nostre comunità.

La situazione è difficile perché richiede la capacità di adattarsi e di rispondere a due trasformazioni epocali: quella della globalizzazione, quella della quarta rivoluzione industriale. La prima interpella il lavoro offrendo alle imprese opportunità di delocalizzare da paesi ad alta densità economica, e con alti costi del lavoro, per andare a cercare le medesime qualifiche e competenze in paesi poveri o emergenti dove il lavoro costa molto meno; in questo modo si rischia di innescare una corsa competitiva verso il basso di cui farne le spese è proprio la dignità del lavoro.

La seconda sfida, quella della nuova rivoluzione, è un radicale cambiamento del modo di fare impresa che rende oggi obsolete alcune mansioni da sempre al centro del sistema lavorativo. Il lavoro del futuro oggi è auspicabile per essere libero, creativo, partecipativo, solidale, dovrà vincere queste sfide che, come accaduto nelle precedenti rivoluzioni industriali, chiudono le vie del passato ma aprono nel contempo nuovi sentieri.

Come “movimento di lavoratori cristiani” – che vivono il loro vivere quotidiano alla luce della dottrina sociale e magistero sociale della chiesa – non dobbiamo mai perdere la speranza e la capacità di leggere le opportunità del nuovo che avanza assieme alle sfide e agli ostacoli che ci pone. Nel mondo del lavoro, con cui ogni giorno ci dobbiamo confrontare, le macchine intelligenti, la rete e le nuove opportunità di interazione tra le stesse e con gli esseri umani aumenteranno sempre più la nostra capacità di fare, modificheranno la nostra possibilità di agire.

Le macchine intelligenti, seppur sempre più essenziali all’interno del sistema lavoro, non potranno mai escludere da esso gli esseri umani la loro vita di relazioni, la loro creatività artistica, scientifica e culturale; nelle passate rivoluzioni, pur tra tanti ostacoli e perplessità, hanno progressivamente sollevato le persone da compiti faticosi e ripetitivi e, in ultima analisi, da lavori meno umani.

Il progresso è un dono e un frutto dell’operosità dell’uomo che può diventare avvelenato, o benedetto, a seconda della maggiore o minore capacità di porlo al servizio della persona, anche se la speranza e la gratitudine per questo progresso di cui l’uomo è artefice non devono distogliere la sguardo o la denuncia e la condanna da quelle troppe dinamiche del lavoro molto lontane da essere libere, creative, partecipative, solidali.

In questo scenario difficile si mescolano insidie e speranze. Abbiamo sempre più bisogno di competenze culturali e politiche all’altezza della sfida, abbiamo bisogno di politiche che creino lavoro sicuro e dignitoso, e non attraverso decreti leggi improvvisati, attraverso bonus, o redditi assistenziali. Appare evidente da questo punto di vista l’importanza di costruire politiche che favoriscono l’investimento in due direzioni principali.

Da una parte la formazione, l’istruzione e le competenze che saranno importanti per favorire la riqualificazione del lavoro per andare a occupare i tanti spazi aperti dalle nuove potenzialità create. Dall’altra l’umanità diventerà una delle chiavi di successo principali dei mondi del lavoro futuri, perché l’arte della collaborazione (fatta di fiducia, cura interpersonale, reciprocità, prossimità) i servizi alla persona e le relazioni saranno più qualificanti e decisive.

La capacità di fare squadra, producendo capitale sociale pur nel rispetto delle rispettive competenze alla gestione condivisa dell’azienda in cui si opera. Un compito a cui come “lavoratori” non possiamo sottrarci sarà l’inclusione degli scartati e deboli. Pur sapendo che la soluzione non potrà essere una mera erogazione monetaria, poiché la dignità della persona passa attraverso la capacità di essere utile e di contribuire al progresso sociale e civile.

Le forme d’intervento e di aiuto degli esclusi non potranno non avere un approccio che mira ad offrire opportunità d’inclusione e di partecipazione alla vita sociale e produttiva. Tante volte abbiamo auspicato, come comunità cristiana, che la qualità della società in cui viviamo dipenda da come sono considerati gli ultimi, ed è vero.

Il salto di qualità e di comunicazione di cui abbiamo bisogno prima ancora che in ambito politico ed economico è quello di riscoprire come collaborazione e gioco di squadra, soprattutto ai più marginalizzati, è dono ed occasione di crescita della propria vita e allo stesso tempo nuova opportunità che mette in moto nuove modalità di creazione di valore economico e sociale.

La sfida affascinante della vita del Paese (e quella su cui ci giochiamo il futuro del lavoro) può essere vinta solo superando la mancanza di speranza puntando su fiducia, accoglienza, ed innovazione e non chiudendosi nella sterilità della paura del conflitto. Comprendendo che l’altro non è colui che mi contende una ricchezza data, ma un dono per costruire un ampio percorso.

Il progresso umano, insegna il benessere economico, non è un acquisizione data ed acquisita su cui lottare per la spartizione. Il vero tesoro di una comunità e del nostro paese, e garanzia per il futuro, è la somma delle fatiche e delle competenze, dell’impegno a contribuire al progresso civile e della capacità di cooperare e fare squadra dei propri concittadini.

Se sapremo arricchire questo tesoro riusciremo vincere la sfida della dignità del lavoro di oggi o del futuro. Se così sarà avremo vinto una grande sfida e saremo sempre più orgogliosi di festeggiare San Giuseppe Lavoratore nella giornata della festa del 1 maggio”.

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