Il sax contemporaneo di Chris Potter entusiasma il Verdi di Fiorenzuola

Per il penultimo appuntamento del Piacenza Jazz fest 2019, prima del gala finale, domenica pomeriggio al teatro Verdi di Fiorenzuola si è esibito Chris Potter e il suo quartetto nella presentazione dei brani del nuovo album, Circuits, uscito a febbraio di quest’anno e accompagnato dal lavoro della nuova e inedita formazione.

E’ necessario premettere fin da subito che l’eccessiva enfasi di cui è possibile che sia pervaso questo resoconto è, a mio avviso, del tutto giustificata. Sia per la performance in sé, che è stata, secondo le migliori attese, straordinaria, sia per ciò che Potter rappresenta nell’universo jazzistico contemporaneo. Esistono ottimi musicisti, grandi musicisti, alcuni maestri, di cui per altro anche l’edizione di quest’anno del jazz fest non è stata per nulla avara, e poi esistono quelli come il saxofonista di Chicago che si è esibito ieri sera per il pubblico piacentino.

concerto Chris Potter

Indubbiamente parte anche delle categorie precedenti, Chris Potter è uno dei rari personaggi in grado di segnare un’epoca con il proprio passaggio, di indicare, per intero, il modo con cui il jazz riesce a leggere e interpretare il mondo di cui è contemporaneo.

Il nuovo progetto con cui si è presentato, chiamato Circuits dall’album omonimo, segna un ulteriore spostamento nella direzione della contemporaneità del jazz statunitense, senza soluzioni di continuità rispetto ai percorsi precedenti del saxofonista americano ma con un’ostinata volontà di approfondimento, di ricerca della qualità ultima della sua essenza.

E’ difficile decidere da quale parte iniziare per descrivere compiutamente la musica di questo quartetto. Probabilmente i ritmi sono uno dei segni più qualificanti del loro lavoro, come è da sempre per la musica di Chris Potter.

La pulsazione con cui viene scandito ogni passaggio è il suono ciclico di una generazione di musicisti. Sembra contenere tutto il jazz degli ultimi trent’anni e pure tutte le sue contaminazioni, una sintesi sincretica nella quale si sono persi i referenti ma della quale è impossibile non riconoscere l’origine, musicale e fisica. Il battito è ipnotico, fatto di infinite reiterazioni, eppure ogni momento ricco di improvvise e sorprendenti varianti esecutive.

Il batterista Justin Brown, eccellente in ogni singolo momento del concerto, non ha ripetuto la stessa sequenza per più di due misure, trovando per ogni istante nuove e appassionanti combinazioni pur sostenendo sempre in maniera impeccabile ogni passaggio del proprio leader con un groove solido e coinvolgente.

E in generale, sebbene gli assolo si siano susseguiti in maniera più o meno canonica per un concerto jazz contemporaneo, in questo caso la separazione tra chi conduce e chi sostiene perde quasi ogni significato, tanto la formazione ha suonato in ogni momento come un organismo unico, orientato dalla stessa spinta armonica, impastato della stessa intenzione musicale di cui era fatto ogni singolo brano.

Il respiro del quartetto è stato unico, come quello di un animale teso ed eccitato pronto a distendersi nei diversi rivoli dei solisti ma sempre univoco, fedele a sé stesso e al proprio organismo. E poi i suoni sono, ancora un volta, il segno del mondo musicale che la formazione descrive più che rappresentare. Tanta elettronica, tanti suoni sintetici, ma liberati da qualsiasi intenzione o necessità di distinzione con la musica acustica, pure presente e protagonista assoluta con il tenore di Chris Potter.

L’opzione elettrica, le possibilità di trattamento informatico, le distorsioni, i riverberi sono solo un’ulteriore possibilità espressiva, uno strumento aggiunto accostato a quelli acustici a sostenere la volontà artistica delle composizioni. Craig Taborn, per il quale transitano tanti progetti dei jazzisti più evoluti della scena contemporanea statunitense, passa dal piano Rhodes, alla tastiera elettrica Akai, al pianoforte tradizionale, magari distorto dall’amplificazione, spesso suonando tutti gli strumenti nello stesso brano, o nello stesso assolo con le due mani, senza separazioni apparenti.

concerto Chris Potter

Il filo che conduce ogni sua azione è il suono spesso ruvido, abrasivo, le atmosfere crepuscolari da terzo millennio metropolitano, cariche di attese ansiose e di eccitazione esaltata. E a proposito del suono del quartetto, è impossibile togliersi dalla mente quello del leader della formazione. Per chi abbia una passione più o meno grande per il sax tenore è stata una gioia e un piacere quasi fisico assistere all’esibizione di Chris Potter domenica.

Un profluvio di note snocciolate con impareggiabile maestria interpretativa in torrenziali assolo, sempre sostenuti da idee armoniche splendide oltre che estremamente interessanti sotto il punto di vista ritmico (quello che, occorre ribadire, essere l’aspetto davvero centrale della sua musica) ma accompagnate, sempre, da un controllo assoluto del timbro dello strumento. Un suono bellissimo, davvero bellissimo, pulito e ricchissimo di armonici e, quando necessario, in grado di distorcersi il giusto nei sovracuti per raggiungere il pathos ricercato.

Un concerto magnifico al quale era impossibile chiedere di più. La scelta dei brani è stata dettata seguendo fedelmente il nuovo disco di Chris Potter “Circuits” nel solco del quale il quartetto, completato da un ottimo Tim Lefebvre al basso elettrico, si è mosso completamente a proprio agio, dimostrando una sintonia musicale davvero straordinaria.

Fortunato chi, come noi, ha avuto la possibilità di assistere ad un appuntamento per il quale vale la pena spendere aggettivi senza timore di eccedere in maniera ingiustificata. La sensazione di aver goduto, spesso attoniti, del lavoro di un musicista di livello eccelso, che si era già avuta, a pieno, dopo il primo concerto del saxofonista statunitense a Piacenza qualche anno fa, è stata confermata in maniera a tratti vibrante da un pubblico davvero partecipe e decisamente entusiasta, conscio della qualità musicale e del momento a proprio modo prezioso che stava vivendo.

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