Spezia: “La fede e i valori hanno portato i cattolici nella lotta partigiana”

Si avvicina la data del 25 aprile. Con questa serie di interviste vogliamo dare un contributo alla riflessione storica e politica sull’anniversario della Liberazione dal nazifascismo.

Meno retorica possibile (per favore quest’anno risparmiateci formule insulse come la ‘festa del perdono’) e più riscoperta dei valori fondanti di una celebrazione, che altrimenti rischia di ridursi a un rito stanco e svuotato di senso.

L’ultimo intervistato è Mario Spezia, figlio di un partigiano e presidente dell’associazione dei partigiani cristiani. (m.f.)

La domanda d’esordio è anche per te la stessa, a 74 anni di distanza dalla Liberazione perchè manca una storia condivisa?

Vorrei partire da una questione che mi riguarda, ovvero perché sono presidente di un’associazione di partigiani, visto che non ho fatto il partigiano e né tanto meno sono un esperto di storia? Lo faccio perché i nostri ‘padri’ ad un certo punto mi dissero, era il 2006: “Ora tocca a te”.

La nostra non è stata una guerra civile come avvenne in Spagna. In Italia avevamo un governo regolarmente insediato e uno stato estero, la Germania nazista che, approfittando del legame con Mussolini, decise di invadere un pezzo del paese. Per questo la nostra è stata una guerra di Liberazione e lo dimostra che la gran parte dei militari non aderì alla Repubblica di Salò, perché avevano giurato sulla Costituzione Umbertina e restarono fedeli a quella.

Se questa ricostruzione dei fatti fosse accettata unanimemente, allora diventerebbe materia soltanto per gli studiosi, per gli Istituti Storici della Resistenza, e sarebbe allo stesso tempo l’occasione per celebrare una festa per tutti. Ma purtroppo non è andata così.

Perché in Italia c’è stato chi ha cercato di mettere in discussione la Costituzione e quindi la Resistenza.

La partecipazione dei partigiani cristiani alla difesa di questa storia si propone allora di continuare a testimoniare il fatto che tutto il popolo italiano libero e pensante stava da una parte, e per tramandare alcuni precisi valori.

Non è una questione politica, ma di valori: come lo sono la responsabilità personale, il senso di appartenenza, la Patria.

Io lo faccio il presidente dell’associazione dei partigiani cristiani di Piacenza per questo motivo.

Ma c’è anche chi della festa della Liberazione ne fa ancora una questione tutta politica…

Questo per me è sbagliato. Ripartiamo dal’esperienza dei cattolici nella Resistenza.

Mio padre (Giovanni Spezia poi diventato senatore ndr) e i suoi amici salirono in montagna nel ’44 anche perché i sacerdoti dissero loro: “Adesso tocca a te”. Ecco che allora torna il tema dei valori.

L’assunzione di responsabilità personale, la partecipazione attiva alla vita politica e sociale del paese sono i principi che li hanno guidati in quella scelta.

A Piacenza la storia della Resistenza ha alcuni caratteri peculiari, che hanno lasciato un segno anche nel dopoguerra. Ad esempio, non abbiamo avuto nessun comandante partigiano di primo livello che fosse comunista: tanti cattolici e un capo anarchico.

Ma dopo l’esperienza unitaria della guerra, subentrarono le divisioni, non è stato così?

Voglio ricordare che nella nostra città nel 1979 è nato come nelle altre province l’Istituto Storico della Resistenza che oggi si chiamano “dell’età contemporanea”. Sono stati creati – sotto la spinta in particolare dei cattolici – anche con l’intento di superare quelle divisioni ideologiche del dopoguerra.

Sono infatti organismi sostenuti da fondi pubblici, con l’obiettivo di studiare un preciso periodo storico.
Il primo presidente a Piacenza fu Giuseppe Berti, un cattolico. Il suo successore fu Angelo Del Boca.

Io credo che l’Istituto Storico sia il contenitore più adeguato per mantenere viva la storia, per diffondere la memoria nelle scuole.

Non bisogna mai trascurare un fatto, che il fascismo oggi non è più la riedizione di Mussolini, ma è qualcosa di più sottile e subdolo. E’ un modo di essere e di comportarsi delle persone che fanno attività politica, è la prepotenza e la prevaricazione che non è per forza di destra, ma si può trovare in tutte le parti politiche.

Oggi in Italia, quando si parla di fascismo, immediatamente lo si identifica nella destra estrema. Invece io trovo che il vero fascismo da mettere al bando sia quello dei comportamenti sbagliati.

Mario Spezia

Qual è stato il contributo dei cattolici alla lotta di Liberazione a Piacenza?

E’ un’altra particolarità di Piacenza. Ovvero che la nostra Diocesi ha avuto ben sei sacerdoti uccisi durante la guerra di Liberazione, ed è fra quelle che hanno subito il martirio più grande.

Questo avvenne perchè quando in montagna si scatenò il grande rastrellamento nell’inverno del ’44, soprattutto ad opera dei nazisti, le truppe che passavano in rassegna i paesi, il primo luogo dove si recavano era dal parroco. Cercavano chi era scappato e sapevano che il prete era certamente informato.

Dopo l’8 settembre la Chiesa prese posizione a difesa della guerra di Liberazione e a Piacenza il suo ruolo fu particolarmente importante, pensiamo soltanto che il primo nucleo partigiano di tutta la nostra provincia ebbe sede in una chiesa, quella di Peli, e il parroco Don Giovanni Bruschi si mise ad accantonare armi per la Resistenza.

Inoltre a Piacenza abbiamo avuto un vescovo, monsignor Menzani, che restò in carica per 40 anni, dal ’21 al ’61 e durante il regime ebbe posizioni molto definite. La nostra Diocesi allora era considerata tradizionalmente vicina al fascismo, ma non mancarono gli oppositori.

Come monsignor Gregori, il fondatore del “Il Nuovo Giornale”, che nel 1921 si dimise proprio perchè aveva posizioni opposte e dovette cedere alle pressioni dei vertici.

Dalla parrocchia di Pomaro, dove si ritirò durante il fascismo, monsignor Gregori raccolse intorno a sè tanti giovani, e tra questi i futuri vertici dell’Azione Cattolica. La Chiesa non si oppose e lasciò fare. Così quei giovani si formarono sulla base di precisi valori che poi si sarebbero affermati durante la Resistenza.

Ricordiamo che il capo del Cln di Piacenza fu Francesco Daveri, illustre avvocato cattolico, che era stato in seminario e morì dopo la deportazione in Germania.

La storia che stai ripercorrendo ci dice che non si può etichettare la Resistenza come un movimento ideologico?

Io credo vi siano episodi anche recenti che indicano come non sia corretto voler ribaltare la storia. Penso al sindaco di Pecorara che qualche anno fa propose di cambiare nome alla piazza del paese intitolata al 25 aprile, per dedicarla al vescovo Jacopo da Pecorara.

Non dimentichiamo che proprio a Pecorara è sepolto Don Giovanni Bruschi e quel paese fu teatro di eventi significativi della guerra di Liberazione. Quella richiesta rivelava allora un atteggiamento in spregio alla storia stessa del paese.

Era chiaro che si trattava di una proposta di carattere politico, che non aveva alcun fondamento storico. E alla fine non se ne fece nulla.

La storia ci dice che durante il fascismo il Partito Comunista e il Partito Socialista erano rimasti attivi nella clandestinità. Mentre i cattolici non avevano più una rappresentanza, perchè il Partito Popolare si era sciolto.

I nostri giovani cattolici a un certo punto si posero il problema su che cosa fare dopo la fine della guerra. Anche perché nel momento in cui cadde Mussolini nel ’43, era diffusa la sensazione che la guerra potesse finire in Italia nel giro di poco tempo. La storia andò in modo diverso, ma tanti cominciarono a immaginare un dopo.

Diventò allora urgente la questione di organizzare un partito cattolico provvisto di una struttura e capace di parlare alla società. La Democrazia Cristiana nacque con la spinta del futuro papa Paolo VI e fra i promotori del nuovo partito ci furono gli universitari della Fuci.

A Piacenza tra i fondatori della Dc ci furono soprattutto avvocati, alla fine del ’42. Un fatto che la dice lunga sullo spirito di questi giovani: erano ricercati, perseguitati, eppure riuscirono a immaginarsi un futuro, con un senso della politica straordinario, con una passione e un entusiasmo ammirevoli, quella passione per la comunità e il senso del bene comune.

Don Borea

Fra i sacerdoti assassinati dai nazifascisti,  la figura di Don Giuseppe Borea che cosa ha rappresentato?

Io sto rivalutando il concetto di Patria, è un termine che è stato considerato anche fascista, ma la patria siamo tutti noi. E’ il nostro paese l’insieme dei valori e della comunità nella quale ci ritroviamo.

I sacerdoti come Don Borea agirono per il bene di questa Patria, perchè si rifiutarono di mettere la povera gente, il popolo, alla mercè degli invasori, compiendo fino in fondo il proprio dovere.

La vicenda di Don Borea è rimasta per anni avvolta nella nebbia e nel sospetto. Una specie di macchina del fango post mortem. I tedeschi allora non esitavano a uccidere i nemici, eppure contro Don Borea, che era cappellano della Divisione Valdarda viene intentato un processo. Perchè? Venne costruito un processo calunnioso soltanto per gettargli fango addosso.

Un vero e proprio processo farsa con accuse infamanti, alcune incredibili, che si concluse con la fucilazione di Don Borea.

Perché montare quel caso intorno a quel povero sacerdote, quando avrebbero potuto eliminarlo senza processo come in tanti altri casi?

Soltanto per infangarne la memoria: a Don Borea è rimasta addosso questa infamia per tanto tempo. Le ricerche storiche più recenti sono state eseguite con grande rigore proprio per restituire l’onore a questo sacerdote.

Anche tuo padre è stato partigiano, che cosa ti ha raccontato della sua vicenda?

A volte è difficile ricostruire la storia perchè sono gli stessi testimoni a non volerne parlare.

Mio padre restò gravemente ferito in combattimento, ma non parlava quasi mai della guerra. Molti dettagli della sua vicenda partigiana li ho scoperti dopo, riferiti da altri o in maniera quasi del tutto casuale.

Lui è stato combattente nella Divisione Valdarda, sotto il comando di Giuseppe Prati.

Credo che la guerra sia stata per tanti partigiani come lui un’esperienza talmente dura da limitare, talvolta impedire completamente, la rievocazione dei fatti.

Pochi anni fa c’è stato un incontro straordinario, avvenuto per caso in Val Chiavenna, dove fu ferito mio padre.

Una signora anziana, che al tempo della guerra era poco più che una bambina, mi svelò: “Ricordo quella notte che tuo padre in fuga con un altro partigiano bussò alla nostra porta, era ferito a una gamba e noi lo aiutammo. Lo facemmo curare da un veterinario che era sfollato da noi”. Lui non volle mai raccontarlo.

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