Un residente su cinque a Piacenza non è italiano: ma non ha rappresentanza politica

Forse tutti non sanno che la legge prevede che i Comuni con oltre centomila abitanti siano rappresentati da 40 consiglieri, un Presidente del Consiglio comunale ed una Giunta composta da un massimo di 10 assessori oltre al sindaco.

L’indennità degli amministratori varia in rapporto alla dimensione demografica ed i trasferimenti di risorse finanziarie nazionali sono ripartiti in base a criteri che tengono conto della popolazione.

Piacenza è in linea con questi parametri, il 2019 è iniziato con 103mila 942 abitanti, ma uno su cinque è di nazionalità non italiana; i nuovi nati nel 2018 sono stati 878, ma il 35,6% è straniero. 19mila 889 piacentini sono immigrati, un dato sostanzialmente stabile, in lieve aumento. Un quinto dei nostri concittadini quindi viene da fuori e spesso non ha la cittadinanza italiana, anche se ormai risiede, lavora e paga le tasse a Piacenza.

E’ un dato strutturale che consente alla città di varcare la suddetta soglia di benefici senza che la nuova componente possa prendere parte pienamente alla sua vita civile e politica.

La lunga crisi economica di questi ultimi anni ha rimesso in moto la migrazione, alla ricerca del lavoro, ma la stabilizzazione del dato dice che la loro presenza qui da noi diventa indispensabile per certi tipi di attività e che quindi ciascuno può trovare il posto a cui aspira; le fughe dei nostri concittadini dunque sono volute e non necessitate.

La novità è la “via obbligata all’interculturalità”; dieci provenienze diverse hanno bisogno non solo di integrarsi con una popolazione locale formata perlopiù di anziani, ma di relazionarsi anche tra di loro ricercando spazi di coabitazione, di aggregazione, di scolarizzazione dei figli, per i quali deve garantire il Comune non solo in termini di welfare, ma di organizzazione sociale.

Il gruppo anagrafico autoctono più numeroso è per i maschi di 44,15 anni in media e per le femmine di 48,04; più bassa è l’età media degli stranieri: maschi 31,67 e femmine 33,97 e questo ha a che fare direttamente con il mondo del lavoro.

Se la popolazione di Piacenza ha ripreso a crescere dopo trent’anni lo si deve dunque agli stranieri che ormai sono il 20% ; a questa percentuale vanno aggiunti coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana.

Più giovani nelle attività lavorative, nei nuclei familiari e nei giovanissimi in età scolare (il 30%), è il futuro della nostra città in crescita, che però non viene coinvolto in nessun modo nel suo governo da una classe politica orientata verso i vecchi che saranno gli stranieri stessi a dover curare, più di quanto già non accada.

Per i nostri governanti essi sono un problema, rappresentati soltanto come profughi o clandestini; devono lavorare di giorno e scomparire, magari davanti alla televisione, di sera, privando così la società locale di un incrocio di culture e civiltà che potrebbe essere un elemento di conoscenza e di sviluppo per tutti.

In alcune città sono stati attribuiti posti di Consigliere comunale ad honorem (detto anche “Consigliere comunale aggiunto”, cioè che non toglie posti ai rappresentanti locali) a rappresentanti di quelle comunità, magari che risiedono da più tempo, i cui figli sono nati in Italia ed hanno frequentato le scuole, magari fino al diploma, e che per mancanza dello “jus soli” rischiano di diventare clandestini ad un certo punto del loro percorso di vita e di studi.

Fra decenni, quando avranno acquisito la cittadinanza potranno votare, ma quanto sarà cambiata la città ed anche la loro vita; non parliamo di poche decine, ma del maggiore insediamento di tutta la regione, che porta con sé anche il continuo spopolamento dei Comuni della Provincia.

Se questi nuovi sono invisibili, pur costituendo una componente imprescindibile della nostra realtà civica, si potrebbero eleggere meno consiglieri, tornando così al di sotto dei centomila.

Al di là delle provocazioni il vero problema è quello della partecipazione alla vita della città, che deve coinvolgere vecchi e nuovi cittadini, con o senza dichiarazione formale di appartenenza, se per ottenerla ci vogliono tempi biblici.

L’educazione alla cittadinanza è la principale preoccupazione di un organo che li deve rappresentare tutti e che valorizza il contributo di ciascuno nell’ottica della “cittadinanza attiva”.

Gian Carlo Sacchi

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