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Universi intervista Fabio Franceschetti, educatore e scrittore “dal Medioevo” foto

Un libro d’esordio che ha incuriosito la redazione di “Universi“: “La Contessa di Ferro” di Fabio Franceschetti, dato alle stampe per l’editrice Mimep Docete e ambientato nel mondo così distante nel tempo del Medioevo.

Un periodo storico di cui si è tornati a parlare anche per la messa in onda sulla Rai della fiction dedicata al capolavoro di Umberto Eco, “Il Nome della Rosa”.

Quella che segue è la lunga – ma mai noiosa chiacchierata – che i redattori, Chiara, Hassan, Roberta, Micaela, Alex hanno fatto con l’autore, educatore di professione e scrittore per hobby.

Ecco le domande e le risposte di Fabio Franceschetti.

Ti puoi presentare, raccontandoci la tua storia personale e professionale? Di cosa ti occupi attualmente?

Ho studiato Scienze della Formazione qui alla Cattolica di Piacenza, scegliendo il corso magistrale in Progettazione Pedagogica.

Attualmente mi occupo di disabilità e scuola, in termini abbastanza ampi. Sto seguendo un ragazzo con handicap motorio e percettivo-visivo, Alberto, studente di Scienze e Tecnologie Agrarie. Se tutto va bene dovrebbe discutere la tesi a metà del 2020.

Dal punto di vista delle mie esperienze professionali, mi sono occupato molto spesso di scuola e fragilità. Ho poi questo hobby della scrittura, diventata solo qualcosa di più, dal momento che, completato questo romanzo, ho trovato qualcuno disposto a pubblicarlo.

In questo periodo mi sto spostando per presentarlo. Sarò a Bobbio e a San Giorgio, sono le ultime date. Cerco di farlo conoscere, soprattutto dal punto di vista dei contenuti, non tanto del libro in sé.

Gli esordienti non possono sperare di guadagnare al primo libro, e comunque non sarebbe il mio obiettivo: mi basta il mio lavoro.

Per concludere con una notizia fresca, a settembre dovrei avviare un centro d’apprendimento rivolto a persone con difficoltà di apprendimento e disturbi specifici, ma anche a chiunque necessiti di aiuto per sviluppare i propri talenti, indipendentemente da quali essi siano.

Come mai hai iniziato a scrivere? Da cosa è nata l’idea di questo libro?

Ho iniziato a scrivere attorno al 2001-2002, ma ho cominciato questo libro nel 2003, impiegando quindi molto tempo. Ho sempre lavorato e scrivevo nei ritagli di tempo. Il metodo della mezz’ora al giorno, ideato da Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, per me ha funzionato benissimo.

Ho cominciato dalla passione per il Medioevo, periodo che mi affascina da sempre, soprattutto l’alto Medioevo: dal crollo dell’Impero Romano d’Occidente fino all’anno Mille. Epoca convulsa, piena di cambiamenti e ristrutturazioni, di incontro e sintesi tra culture diverse . Tra latini cristiani e cultura “barbara” dei popoli slavi e nordici, germani e scandinavi. Da questa unione nasce un popolo europeo con molti tratti comuni.

Un processo di integrazione virtuoso, che sento di poter prendere ad esempio.

Un romanzo storico è poi sempre un modo di guardare al passato per leggere il presente, dando un’occhiata al futuro: analizzando ciò che è successo si può cercare di capire qualcosa che sta accadendo e che potrebbe avvenire. In fondo, la storia si ripete ciclicamente.

Quali sono stati i problemi che hai incontrato durante la stesura del tuo libro?

Problemi tanti, certamente. Garantire la coerenza della trama, fare in modo che rispetti l’epoca storica, saper coniugare fantasia e storia non è facile.

Ho scritto un libro perché avevo un messaggio da lanciare: quando si usa lo strumento del romanzo storico per comunicare un messaggio, bisogna fare in modo che attendibilità della ricostruzione storica e messaggio riescano a convivere coerentemente. Questa è stata un’altra difficoltà importante, unita al fattore tempo, non sempre semplice da trovare.

Che cosa hai imparato dalla tua esperienza a contatto con la disabilità?

Ho imparato tantissimo.
Il contatto con le difficoltà di apprendimento, risale all’inizio della mia carriera di educatore, ma è stato un approccio soft alla disabilità. Poi sono entrato in contatto con Alberto, che dal punto di vista cognitivo è di un’intelligenza genuina.

Sul piano adattivo è una persona furba, scaltra, capace di mettere in atto tutte le proprie potenzialità per raggiungere gli obiettivi che si prefiggi. Per me l’incontro con lui è stata un’occasione preziosa di incontro e apprendimento.

La complessità di questa esperienza è però tale che rispondere alla domanda risulta molto difficile. Mi ha insegnato che la motivazione e la qualità delle esperienze permettono di superare anche la fatica estrema e il dolore.

È un insegnamento che impiegherò probabilmente tutta la vita a concretizzare, però prezioso. Quando si hanno scopi e obiettivi, nati da una personale vocazione, tutto il resto può passa in secondo piano, risultando in qualche modo superabile. Nonostante tutto.

Come comunica Alberto, il ragazzo che segui?

Si esprime attraverso i gesti, ogni segno corrisponde a lettera. Noi collaboriamo dal 2011, quindi ormai ci capiamo in modo abbastanza veloce. Comunque è un sistema che può capire chiunque.
Per gli esami utilizziamo tanti, diversi strumenti, perchè ci sono anche materie di tipo applicativo, scientifico: abbiamo ad esempio a disposizione una vasta gamma di tastiere aggiuntive, mouse particolari, per semplificarne l’uso.

Poi l’esame a risposta multipla, in cui lui mi indica su un tabellone le lettere, così che sia chiaro anche ai professori, dal momento che non conoscono l’alfabeto a gesti che lui usa.

Pur muovendoti in ambiti apparentemente distanti, quali disabilità e scrittura, quest’ultima, come esperienza di narrazione e autoanalisi, ha influenzato il tuo rapporto con la disabilità? E viceversa?

Nel romanzo c’è un personaggio focomelico, Edoardo di Castelferro, concepito quando ero ben lungi dal frequentare il mondo della disabilità, non avendo ancora neanche pensato di laurearmi in Scienze della Formazione.

La disabilità è però un tema su cui mi interrogo da tanti anni , convinto che le persone con particolarità siano “spinte” a percorrere strade innovative. È un mondo che sto cercando di esplorare anche attraverso la scrittura, perché per me è un metodo di autoanalisi, come lo è per ogni scrittore: tutti sono infatti autobiografi.

Ognuno dei miei personaggi ha qualcosa di me, e quello della disabilità è senz’altro un universo che la scrittura può far schiudere. Rappresenta infatti uno strumento che può usare anche una persona con difficoltà, nel modo a lui più adatto. Un metodo di comunicazione fruibile da tutti, in modo lento e personale.

Franceschetti a Universi

Per il tuo romanzo ti sei ispirato a qualche altro autore o opera in particolare?

Ho letto tantissimo. È una passione che penso abbia generato quella per la scrittura. Sono un ammiratore viscerale di Dante e Sienkiewicz, autore di “Quo vadis?”, per me un capolavoro. Anche Louis de Wohl poi, di cui sto leggendo “La lancia di Longino”, è autore storico di primissimo ordine.

Uno scrittore che ammiro immensamente per la sua capacità di trasmettere il fascino della natura e insieme il tormento dell’animo umano è Tolkien. Oggi viene saccheggiato come autore fantasy, ma è di una profondità ineguagliata.
Per il romanzo ho letto molti autori storici che hanno ricostruito il Medioevo: Regine Pernoud , Jean Richard, Rudolf Portner, gli italiani Meschini e Gabrieli i più importanti.

Come mai hai deciso di scrivere della guerra e della Chiesa, due temi apparentemente opposti?

Perchè non sono per niente opposti, a prescindere dal Medioevo.

Noi occidentali siamo abituati a pensare alla pace come al massimo bene e alla guerra come al contrario della pace. Questa è una menzogna. L’effettivo contrario della pace è l’ingiustizia. La guerra non sempre coincide con l’ingiustizia, a volte ne è la risposta.

Da un’ingiustizia non nasce mai la pace; dalla guerra alle volte sì. Quando è di liberazione, di resistenza, quando serve alla sopravvivenza di un popolo che rischia di subire un genocidio.

Chi ha la forza la deve usare per il bene, non farlo significa cadere in una sorta di ascetismo deformato che la Chiesa stessa non avvalora, tant’è che, come dimostra la storia a più riprese, si è vista costretta a prendere determinati provvedimenti , i quali hanno portato a eventi bellicosi.

Tra una crociata e l’altra c’è comunque grande differenza. A volte deformazioni ideologiche, gravi sbagli, ma non sempre la volontà di commettere ingiustizie.

Quando ci si approccia ad un periodo lontano, quale è l’Alto Medioevo, si deve avere un atteggiamento da un lato di rispetto per questa distanza, dall’altro teso a lanciare un messaggio valido anche per l’oggi. Pensi di essere riuscito nello sforzo? Cosa hai voluto comunicare?

Spero di sì. Non mi sento però di parlare di epoche chiuse, per me la storia è un continuum.
È vero comunque che alcune forme culturali hanno subito metamorfosi talmente profonde da risultare complesse da trasporre in quanto difficili da comprendere.

Prima di approcciarsi ad un romanzo storico, si dovrebbe- insieme alla storia- studiare cultura e costume, del tempo di cui si scrive. Si può infatti davvero capire cosa abbia significato un determinato evento avvenuto 7-8 secoli prima, solo se si prova a immaginare cosa comportasse per le persone dell’epoca sulla base di usi e mentalità correnti.

Esistono poi valori che a mio avviso sono costanti nella storia dell’umanità. Per esempio la cavalleria, motivo essenziale per cui ho scritto questo romanzo, che io amo definire storico-cavalleresco.

Perché proprio questo tema ai giorni nostri? E’ un ideale di codice maschile e paterno, un modo di essere uomini, per cui l’ uso della virilità viene concepito come forma di cura verso le persone che ci sono affidate. Un codice virile attento, protettivo.

La cavalleria nasce infatti dall’incontro fra la forza barbarica e la cultura cristiana: è la forza del barbaro mitigata e indirizzata verso l’ideale cristiano. Questo ideale , a cui si sono ispirati, più o meno consapevolmente, tanti eroi moderni, accompagnerà l’uomo dal suo inizio alla sua fine.

Ecco il messaggio che ho voluto comunicare all’uomo di oggi con il mio romanzo: nella società dell’homo oeconomicus, riscopriamo questa spinta protettiva verso l’altro, nata molti secoli fa. I popoli di quel tempo potevano interpretarla solo secondo la loro visione del mondo, ma ci hanno provato e creduto, senza paura di rischiare.

Questi valori sono, secondo te, poco diffusi oggi tra i giovani?

Per quanto riguarda il coraggio, sì, manca parecchio. Ma io non ne faccio una colpa ai ragazzi, perché hanno tante capacità e molta buona volontà. Purtroppo è l’humus culturale che causa ciò: ci sono comportamenti politicamente corretti e altri no, che spesso non coincidono con quelli corretti eticamente. Quindi è dura, lo capisco bene.

Hassan, di religione islamica, vuole ricordare che presso la sua fede tuttora permane il pellegrinaggio a La Mecca, diverso da quello medioevale verso Roma, ma comunque un caposaldo della sua religione.

Dovrebbe esserci anche nella nostra religione, teoricamente. Qualcuno lo fa, qualcuno va in macchina, che è un’altra storia. Ci siamo quindi un po’ ammorbiditi, rammolliti. Da quel punto di vista abbiamo da imparare dalla religione musulmana, più categorica. A chi me lo chiede, io rispondo di essere cattolico praticante: però mi concedo lussi alimentari in quaresima che un islamico durante il Ramadan non si concederebbe mai.

Quali differenze hai trovato, a livello professionale, tra l’esperienza all’Università Cattolica e altri ambienti scolastici?

Questa è l’unica università che ho frequentato e in cui ho lavorato. Tra il mondo dell’università e quello della scuola ci sono differenze abissali, si tratta di due realtà completamente distinte, per tanti aspetti.

La scuola ha il dovere di formare delle persone, fornendo loro strumenti e competenze, che costituiscano prerequisiti generali spendibili poi in indirizzi particolari. L’università fornisce strumenti molto più specifici e scientifici, variabili ovviamente in relazione al corso scelto.

Mentre quindi all’arrivo in università dovrebbero risultare ben chiari i propri talenti, e quindi verso quali direzione formativa impiegarli, la scuola dovrebbe far emergere le potenzialità soggettive.

La tendenza massificante degli istituti scolastici rende però difficile questo compito di individualizzazione.

C’è quindi spazio per alcune realtà alternative, simili a quella che sto cercando di creare io con i miei due compagni di avventure. Una spazio parallelo alla scuola, ma ad esso intersecata, che cerchi di dare a ciascuno la possibilità di scoprire, sviluppandoli al massimo, i propri talenti.

L’università stessa non è un luogo sempre adatto a tutte le qualità: espressive, artistiche, emotive ad esempio. Alle volte queste vanno esplorate in modi differenti, alcuni dei quali devono ancora essere scoperti.

Ci puoi dire qualcosa di più sul tuo futuro centro per l’apprendimento?

Si chiamerà “Atelier dell’Apprendimento” e partirà a settembre.
Stiamo valutando ancora la sede tra un paio di opzioni. Saremo a Castel San Giovanni.

È un’avventura che sono felice di intraprendere. Usare l’espressività come modo per arricchire l’offerta: dare quindi la possibilità a chi vuole esprimersi di passare qualcosa agli altri, che è anche poi il sogno di ogni artista e scienziato. è su questo che io e i miei collaboratori vogliamo insistere.

C’è qualche tematica, in ambito educativo, che al momento ti appassiona?

Mi sto specializzando in pedagogia dell’apprendimento scolastico, a mio parere un campo bellissimo.
Importante, al giorno d’oggi, è lo sviluppo di competenze. Proprio questo la scuola dovrebbe trasmettere: conoscenze che si possono e si devono trasformare in competenze.

Un autore diceva: “La competenza è cittadinanza”, perché attraverso la competenza si può dare il proprio contributo come cittadini, critici e consapevoli. Chi fa informazione ha poi una responsabilità di prim’ordine, nella cosiddetta “società dell’informazione” odierna. E saper discernere le notizie, per un cittadino, è oggi una competenza imprescindibile.

Quale sarà il tuo prossimo progetto di scrittura?

Questa risposta è complicata. Nasce dalla mia esigenza di esplorare l’esperienza avuta con Alberto, assolutamente la più profonda dal punto di vista della mia pratica professionale. Per farlo ho usato lo strumento che mi piace di più: la scrittura. Ma non è così semplice. Sto provando a darle una forma e i sentieri possibili sono numerosi, ancora da definire.

Il tema è comunque quello della disabilità, delle peculiarità individuali, di vie inesplorate dai normodotati che, di fronte a persone con disabilità alla ricerca di strumenti nuovi, diventano risorse. È tutta un’avventura ancora da scrivere.

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