Il console del Marocco visita la famiglia di Damia. La comunità è sgomenta

Una comunità sconvolta dall’omicidio di Damia.

A Borgonovo Val Tidone la comunità di origine marocchina è una delle più numerose, in un comune dove la percentuale di cittadini stranieri supera il 18 % dei residenti, ben oltre la media provinciale.

Il console marocchino di Bologna Fouad Lamine (nelle foto) ha fatto visita alla famiglia della vittima del femminicidio per portare le condoglianze e la vicinanza dello Stato nordafricano, che ha offerto tutto il supporto necessario. Nell’arco della mattinata ha incontrato i parenti, la mamma e i fratelli di Damia nelle loro abitazioni di Castelsangiovanni.

Il console ha anche fatto visita al comandante provinciale dell’Arma Michele Piras per ringraziarlo del lavoro svolto dai carabinieri nelle ore successive alla scoperta del delitto.

Console Marocco in visita

MAROCCHINI IN VAL TIDONE – I primi immigrati marocchini in Val Tidone sono arrivati negli anni ’80, nel corso del tempo sono diventati una vera comunità che si è integrata sopratutto grazie al lavoro. In tanti hanno iniziato come ambulanti, poi un impiego lo hanno trovato nelle aziende agricole e vinicole della vallata, o, come Damia El Assali, nelle industrie del paese, come la storica vetreria.

I marocchini di Borgonovo hanno un’altra peculiarità, come spesso accade tra stranieri insediati nello stesso paese: provengono tutti dalla medesima città del Marocco, Fkih Ben Salah. Un centro di 100mila abitanti, situato tra Casablanca e Marrakech.

In paese si conoscono tutti, o sono comunque legati da vincoli di parentela. Per questo la notizia del delitto si è diffusa subito a macchia d’olio lasciando sgomenti: per tutta la giornata alla casa di via Pianello dove si è consumato l’omicidio della giovane mamma è stata una processione di parenti e amici.

Moustapha Mansar, presidente dell’Associazione “Generazione Italo Marocchina” di Piacenza, anche lui originario di Fkih Ben Salah, ricorda che la convivenza nel paese della Val Tidone non è mai stata un problema: “I primi fra noi sono arrivati negli anni ’81 e ’82, poi siamo via via cresciuti e diventati una comunità riconosciuta e unita, che lavora senza problemi di convivenza”.

Invece lui, Karim, il marito di Damia arrivato dopo di lei, non si era mai pienamente integrato. Mentre la moglie lavorava anche di notte per mantenere la famiglia, lui era rimasto disoccupato. Raccontano si occupasse dei figli, senza però frequentare la comunità: “Non beveva – dicono in paese – e non andava nei bar, ma non pregava neppure con noi”.

Come hanno riferito alcuni vicini, il rapporto nella coppia pare si fosse guastato da diverso tempo. Il principale indiziato è lui Abdelkrim Foukahi, marito di Damia El Assali, che ora si trova rinchiuso nel carcere di Venezia, in attesa dell’interrogatorio di garanzia.

Telefono Rosa: “Dal 2012 sono 6 le donne uccise per mano di un partner nella provincia di Piacenza” – La nota – L’ennesima donna; l’ennesimo femminicidio che suscita forte indignazione, solleva commenti diversi, critiche, proposte ecc. Forse, una profonda riflessione pensiamo sia invece l’unico modo per concepire un pensiero “pulito”, non inquinato da pregiudizi, condizionamenti e pressapochismo.

Noi Operatrici del Centro antiviolenza di Piacenza, siamo profondamente addolorate. Negli anni abbiamo fatto nostro il principio che “una violenza fatta ad una donna è violenza contro tutte le donne” e ci troviamo a piangere la Signora Damia così come tutte le donne che muoiono vittime dell’arroganza omicida di uomini che si sentono padroni delle donne prima nella quotidianità e poi padroni fino a privarle della vita.

Non esiste “raptus omicida” – non esiste il “raptus di gelosia”, non esistono le “liti familiari” ma, dentro a quelle mura domestiche, regna la proprietà che incute terrore, che proibisce, che castiga. Una furia quotidiana che trova e rinsalda le proprie radici nel terreno fragile di una società civile dove ancora le donne debbono parlare di “tutela dei diritti”, di “parità di genere”. Non si tratta di “emergenza” ma di “inquietante normalità” in una società dove viene continuamente proclamata la “democrazia”.

Riflettiamo, tutte e tutti perché la violenza contro le donne è un problema soprattutto degli uomini e soltanto una profonda riflessione comune che parta da ognuno di noi potrà incidere quelle radici, un pensiero di rinnovamento, di nuova cultura, di parità, un’alleanza attenta e profonda che possa guardare, ascoltare e stimare il femminile”.

Anche Paola De Micheli, vice segretaria del Pd e parlamentare piacentina, ha espresso il suo dolore per la morte violenta di Damia. Ecco il post su Facebook.

Il sindaco Barbieri: “Tragedia sconvolgente. Grati alle Forze dell’Ordine per la mirabile operazione” – Esprime innanzitutto “il dolore e la solidarietà delle istituzioni”, il sindaco e presidente della Provincia Patrizia Barbieri, “per la morte di Damia El Assali, vittima di una brutale violenza che colpisce la nostra comunità e ci fa sentire particolarmente vicini ai suoi due bambini e a tutti i suoi affetti più cari”.

“La brillante operazione investigativa – prosegue il Sindaco Barbieri – che ha permesso agli uomini dell’Arma dei Carabinieri guidati dal Colonnello provinciale Michele Piras, grazie anche al supporto della Polstrada, di rintracciare in poche ore e assicurare alla giustizia il marito e di mettere in salvo i due figli della vittima è ulteriore testimonianza della dedizione, dell’impegno e delle capacità con cui le Forze dell’Ordine tutelano il territorio e garantiscono la nostra sicurezza. Intendo esprimere anche a nome dell’Amministrazione e dell’intera comunità piacentina il più sentito e profondo ringraziamento”.

“Questa tragedia familiare, nello specifico – aggiunge il Sindaco, anche a nome dei colleghi di Giunta – ci fa riflettere più che mai sull’importanza di una solida rete territoriale tra Forze dell’ordine, servizi sociali e realtà quali Telefono Rosa, nonché sull’impegno congiunto per accrescere ulteriormente l’informazione e la consapevolezza delle opportunità di aiuto e delle strutture cui, in caso di necessità, le donne possono rivolgersi per chiedere assistenza”.

“Avvertiamo tutta la responsabilità e il dovere di fare il possibile, affinché ogni forma di abuso fisico o psicologico possa essere denunciata e non venga vissuta in silenzio, nel peso della solitudine, con il rischio di culminare in un epilogo drammatico come è accaduto a Borgonovo”.

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