“Forza, terribilità e rilievo” luci e ombre del Pordenone tra “Piacenza e dintorni” foto

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Quale fu il modus operandi del grande pittore friulano Giovanni Antonio de’ Sacchis (1484 circa- 1539), meglio noto come Pordenone? E quali i problemi ancora aperti sulla sulla sua figura e la sua opera?

Questi i nodi fondamentali da cui prende avvio il convegno internazionale di studi a Palazzo Farnese, una due giorni – giovedi 23 e venerdì 24 maggio – per discutere e viaggiare alla scoperta di un artista non ancora del tutto disvelato.

Il “Pordenone a Piacenza e dintorni” costituisce un ulteriore tassello nel processo che intende favorire una conoscenza pluriprospettica e tuttora in fieri del maestro del Rinascimento, dopo la Salita alla Cupola di Santa Maria di Campagna promossa la scorsa primavera dalla Banca di Piacenza. E prima della grande mostra dedicata all’artista proprio a Pordenone, sua città natale. Un evento che verrà inaugurato ad ottobre, a cura di Vittorio Sgarbi e Caterina Furlan.

Mentre per la due giorni piacentina, i partecipanti al convegno venerdì e sabato potranno spostarsi nei “dintorni” del Pordenone, tra Cortemaggiore e Cremona per ammirarne le cattedrali. Un’iniziativa promossa dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Parma e Piacenza Giovanna Paolozzi Strozzi, Anna Còccioli Mastroviti e dalla direttrice dei Musei civici di Palazzo Farnese Antonella Gigli.

A inizio lavori erano presenti l’Assessore alla cultura Jonathan Papamarenghi, accanto ai rappresentanti delle amministrazioni di Cremona, Pordenone e Cortemaggiore, per inaugurare un percorso culturale di analisi cooperativa e conoscitiva e questioni irrisolte attorno all’artista friulano.

Così riassumibile:

Elogiato da Vasari per “forza, terribilità e rilievo nel dipingere”, il Pordenone ha goduto di un’ampia fortuna critica, specie tra i contemporanei che lo ritenevano degno di essere accostato a Michelangelo per “grandezza” e “divinità” nel disegno. Tuttavia, a dispetto degli studi primo novecenteschi e della mostra ospitata nel Castello di Udine nel 1939, si sarebbe dovuto aspettare ancora a lungo prima che una nuova mostra organizzata a Villa Manin di Passariano in occasione della ricorrenza dei cinquecento anni dalla nascita (1984), ne ribadisse l’importanza, rendendolo noto al grande pubblico.

il convegno sul Pordenone a Palazzo Farnese

L’assestamento definitivo della sua figura si deve ai prolungati studi di Caterina Furlan e di Charles E. Cohen, sfociati in due importanti monografie apparse rispettivamente nel 1988 (Milano, Electa) e nel 1996 (Cambridge University Press, 2 voll.).

Per quanto riguarda la basilica di Santa Maria di Campagna, il restauro degli affreschi della cupola effettuato nei primi anni Ottanta del Novecento sotto la direzione di Paola Ceschi Lavagetto della Soprintendenza di Parma e Piacenza ha costituito un’occasione unica di conoscenza del modus operandi del Pordenone, mentre altri studi – e in particolare il convegno dedicatogli a Pordenone in concomitanza con la mostra del 1984 – hanno messo in evidenza la sua complessa cultura d’immagine.

Tuttavia i problemi aperti sono ancora molti e investono non solo la cupola piacentina e le sue vicende conservative, ma anche le restanti opere dell’artista presenti nella stessa chiesa, nel territorio e in particolare a Cortemaggiore.

Da qui la decisione di dedicargli un nuovo convegno di studi nell’auspicio che consenta di mettere meglio a fuoco la sua variegata attività, il contesto in cui essa si è svolta, le relazioni intessute con artisti e personaggi diversi: un’indagine a tutto campo che da Piacenza e Cortemaggiore si estende fino a Mantova e a Cremona, nella cui cattedrale si conserva uno dei suoi cicli di affreschi più giustamente famosi, ossia le scene della Passione di Cristo e la grandiosa Crocifissione sulla controfacciata, che per la sintesi di elementi nordici e motivi desunti dalla cultura figurativa centro-italiana costituisce una sorta di ardito manifesto della “maniera moderna” in area padana.

Ma in particolare, dei problemi ancora aperti, relativi alla figura e all’opera di Pordenone, ci ha parlato più da vicino Caterina Furlan, docentente dell’Università di Udine e membro del Comitato scientifico, che a Palazzo Farnese, ha introdotto i lavori sull’artista:

“Le questioni ancora irrisolte sono moltissime – ha detto – e in parte tenteremo di dar loro una risposta al convegno. Prima di tutto problemi documentari: i documenti non erano mai stati trascritti integralmente, ordinatamente da un unico archivista. Con questo evento invece verranno effettivamente tutti messi messi agli atti e e collocati in appendice”.

Poi Pordenone a Piacenza. “Come e perchè arriva in Santa Maria di Campagna? Perchè è famoso e i fabbricieri lo contattano? Perchè lo chiama il piacentino Barnaba dal Pozzo, che da lui si era fatto affrescare l’abitazione (dipinti oggi perduti) e che nel 1521 ricopre a Cremona importanti cariche pubbliche? Come mai poi l’artista friulano non finisce i lavori della cupola di Santa Caterina a Piacenza?”.

Problemi di carattere cronologico invece a Cortemaggiore: “Quando ci arriva? Prima o dopo Piacenza? Dibattito cronologico ancora aperto”. “E pure a Mantova – conclude la studiosa – è difficile dire se oggi siano ancora visibili affreschi del Pordenone”.

Un arista “fiero e risoluto”, tipicamente rinascimentale nell’uso coerente e disinvolto della prospettiva. Ma resta talmente insoluto, che neppure un convegno nato per “far luce sulla sulla luce della sua arte” riuscirà a spiegarlo una volta per tutte.

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